Ci sono momenti nella storia in cui il silenzio diventa complicità. Momenti in cui la voce di chi ha il coraggio di dire la verità, di testimoniarla con rigore, di documentarla con precisione, diventa più che mai necessaria.
La cultura nasce dal bisogno umano di dare senso all’esistenza. È il modo con cui l’uomo affronta le domande fondamentali: la vita, la morte, il dolore, la speranza.
Nel mese di luglio 2025, il PKK ha compiuto un gesto simbolico ma carico di significato: la distruzione pubblica delle armi da parte di trenta militanti curdi nelle montagne del Sulaymaniyah, segnando la fase iniziale di un percorso più ampio di disarmo e reintegrazione.
CONVENZIONE ONU PER LA PREVENZIONE E REPRESSIONE DEL CRIMINE DIGENOCIDIO (1948)
ART.2
Nella presente Convenzione, per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l'intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religiose, come tale
Tra i popoli privi di uno Stato, i curdi rappresentano uno dei casi più emblematici e drammatici. Sparsi tra Turchia, Siria, Iraq e Iran, hanno vissuto per decenni nell’ombra: negati nella loro identità, invisibili sul piano politico e culturale, spesso repressi con violenza dai regimi sotto cui sono ricaduti.
C’è un episodio del Vangelo che continua a parlare anche a chi non è credente, perché tocca qualcosa di profondo nell’animo umano. È l’incontro tra Gesù e la donna samaritana presso il pozzo di Sicar. Un gesto semplice: «Dammi da bere», chiede il Nazareno. Ma in quelle parole si infrange un muro antico.
Mentre il mondo guarda altrove, il Sudan brucia. E non solo metaforicamente. Bruciano i campi, le case, gli ospedali. Ma brucia soprattutto una ricchezza collettiva – umana, culturale, economica – trasformata in cenere dalle armi e dalle speculazioni. È l’ennesimo paradosso atroce di una guerra che massacra milioni di civili e arricchisce una ristretta élite di affaristi, generali e multinazionali.