Il rapporto ASviS 2025
Il Rapporto ASviS 2025 si apre con parole nette: pace, giustizia e diritti non sono accessori dello sviluppo sostenibile, ma i suoi pilastri. Eppure, a dieci anni dalla firma dell’Agenda 2030, questi tre pilastri sembrano sgretolarsi sotto il peso di un modello economico che continua a venerare la crescita come unica forma di salvezza.
I numeri parlano chiaro. Solo il 18% dei Target è sulla buona strada; oltre la metà ristagna o regredisce. La spesa militare globale ha raggiunto livelli mai toccati prima, superando i 2.700 miliardi di dollari, mentre i finanziamenti destinati al sistema delle Nazioni Unite sono stati ridotti del 30%. Nel frattempo, 123 milioni di persone sono state costrette a lasciare le proprie case per guerre, persecuzioni o disastri ambientali. Il debito dei Paesi in via di sviluppo è esploso a 1.400 miliardi di dollari l’anno in interessi, drenando risorse che avrebbero potuto alimentare sanità, educazione e transizione ecologica.
È la fotografia di un mondo che si autodivora, vittima della corsa cieca del progresso. Le istituzioni internazionali, pur tra dichiarazioni solenni, sembrano incapaci di frenare la deriva. Il Patto sul Futuro delle Nazioni Unite, firmato nel 2024, riafferma con parole vibranti che “sviluppo sostenibile, pace e diritti umani sono ugualmente importanti e interconnessi”. Ma queste parole, pur luminose, restano sospese nel vuoto.
Il Rapporto ASviS registra la contraddizione con la consueta sobrietà: la cooperazione multilaterale arretra proprio mentre la complessità dei problemi globali ne renderebbe indispensabile il rafforzamento. Le potenze tornano a contendersi risorse e influenza, le alleanze si ridefiniscono in chiave di competizione economica e militare, mentre le istituzioni multilaterali vengono lasciate a corto di fondi e di fiducia. È la “guerra fredda diffusa” del nostro tempo: frammentazione, rivalità, disinformazione.
In questo scenario, la parola sostenibilità rischia di svuotarsi di senso, ridotta a un’etichetta verde per un’economia che continua a crescere a spese dei più deboli. Come scrive il Rapporto, “l’aumento della spesa militare e la fragilità del lavoro minano i progressi sociali e ambientali”. Eppure, la macchina economica non rallenta: le emissioni globali restano elevate, la finanza continua a inseguire rendimenti di breve periodo, e il dogma del PIL, quella “teologia del numero”, domina ancora ogni decisione politica.
In Europa, l’ASviS segnala progressi modesti: solo sette degli obiettivi mostrano miglioramenti significativi, e tra questi appena tre (parità di genere, energia pulita, lotta al cambiamento climatico) avanzano anche nell’ultimo anno. Per molti altri, disuguaglianze, ecosistemi terrestri, partnership, si registra un peggioramento. Anche in Italia il quadro è desolante: arretramenti per sei Obiettivi, stabilità per quattro, miglioramenti solo parziali per altri. Dei trentotto target nazionali, meno di un terzo appare raggiungibile entro il 2030.
Dietro i numeri c’è un fallimento culturale. Non è solo l’insufficienza delle politiche, ma la persistenza di un paradigma mentale che considera il limite come una sconfitta e la crescita come un destino. È questo mito, duro a morire, che impedisce di immaginare alternative. Finché la civiltà globale continuerà a pensarsi come sistema di accumulazione illimitata, non ci sarà spazio per la cura, né per la giustizia intergenerazionale.
Il Rapporto ASviS tenta di aprire spiragli. Richiama il valore della cooperazione, la necessità di una finanza orientata al bene comune, la riforma del sistema multilaterale, la centralità dei giovani e delle future generazioni. Ma la distanza tra i buoni propositi e le scelte reali è abissale. L’ONU stessa riconosce che “anni di guadagni nello sviluppo sostenibile stanno venendo invertiti”: povertà, fame e disuguaglianza tornano a crescere, mentre il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità minacciano la stabilità del pianeta.
E allora la domanda, oggi, è più radicale: è ancora possibile parlare di sviluppo sostenibile senza mettere in discussione la crescita illimitata? Da più parti si invoca una rivoluzione silenziosa, una conversione culturale e spirituale che renda desiderabile la sobrietà, praticabile la solidarietà, felice il limite. Ivan Illich, con la sua metafora della lumaca che smette di ampliare il guscio per non esserne schiacciata, lo aveva intuito: ogni sistema che supera la misura implode. Il limite, dunque, non come barriera ma come possibilità di senso.
Lì dove la tecnica ha dissolto ogni confine, la cura diventa il gesto più rivoluzionario. Aver cura di sé, degli altri, del pianeta, in questa triplice forma si compie la resistenza dei giusti. È la sola alternativa alla disgregazione: non la fuga dalla realtà, ma la sua assunzione responsabile.
Il Rapporto ASviS 2025 invita esplicitamente a “mobilitare la società civile” e “contrastare la sfiducia nella politica”, promuovendo partecipazione, educazione, democrazia deliberativa. Sono parole che dialogano con la tradizione della nonviolenza e con l’idea di una “rivolta lucida” capace di coniugare realismo e speranza.
Forse l’estinzione della specie non è più una minaccia lontana ma una traiettoria. Tuttavia, anche nell’estremo declino, resta possibile un gesto umano: avere cura. Avere cura di non diventare complici dell’indifferenza, di non abituarsi alla catastrofe, di non spegnere la capacità di sentire. È questo, oggi, il senso più profondo dello sviluppo sostenibile. Se la civiltà del dominio ci conduce verso l’estinzione, la civiltà della cura può almeno restituirci la consapevolezza della nostra appartenenza: non padroni della Terra, ma parte della sua fragile rete di vita.
Il Rapporto ASviS ci mostra con chiarezza la direzione sbagliata. Tocca a noi, cittadini, educatori, costruttori di pace, tracciare la direzione opposta: quella del limite scelto, della lentezza consapevole, della speranza che non si estingue. È la direzione di chi ha riscoperto Dio e il Sacro in ogni gesto umano volto alla cura della relazione con l'altro e con la natura e, quindi, al rispetto dei confini e dei limiti che ci legano alla terra e all'unanimità tutta.
Pasquale e Carlo Palumbo
foto di Sonia Dauer da Unsplash