disastro ecologico

COP 30 - prima parte: adattamento o phase out?


Già dalle prime giornate della COP 30 a Belém, la parola “adattamento” si è imposta come obiettivo qualificante della futura strategia climatica. Si parla di città resilienti, infrastrutture resistenti agli shock, agricoltura capace di sopportare siccità e alluvioni sempre più frequenti. Il messaggio sembra voler dire: nonostante la crisi, possiamo ancora prepararci, proteggerci, sopravvivere.


Ma una domanda è inaggirabile: a che cosa stiamo davvero cercando di adattarci? E soprattutto: chi, nel frattempo, continua ad alimentare la crisi che ci obbliga ad adattarci?
Per rispondere occorre guardare ai dati. I numeri non mentono e mostrano una realtà inquietante, troppo spesso nascosta dietro il linguaggio rassicurante delle COP.
Lo studio internazionale Carbon Bombs ha mappato i progetti fossili più pericolosi a livello globale. Il quadro che emerge è sconcertante. Dal 2021 – esattamente l’anno in cui l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha dichiarato che nessun nuovo progetto fossile è compatibile con la neutralità climatica – sono stati approvati:
•    2.300 nuovi progetti estrattivi,
•    176 classificati come “bombe di carbonio”,
•    e un totale di 601 potenziali carbon bombs nel mondo.
Una bomba di carbonio è un mega-progetto capace di rilasciare oltre mille miliardi di tonnellate di CO₂. Uno solo basterebbe a compromettere anni di politiche climatiche. Centosettantasei progetti già attivi o approvati delineano uno scenario che somiglia più a una strategia di sabotaggio che a un piano di contenimento.
Le cinque compagnie più attive in questa corsa al fossile sono nomi che tutti conosciamo: TotalEnergies, CNOOC, BP, Shell ed Eni. La loro espansione, silenziosa e capillare, misura con precisione quanto poco contino, nei fatti, gli impegni sottoscritti alle COP.
Nessuna diplomazia può aggirare la fisica del pianeta. Secondo gli ultimi bilanci del carbonio:
•    il budget massimo di CO₂ che l’umanità può ancora emettere per restare entro +1,5°C è di circa 130 gigatonnellate;
•    i progetti fossili già approvati libererebbero oltre 1.400 gigatonnellate.
Ciò significa che si stanno pianificando emissioni pari a undici volte il margine che ci resta. Sono numeri che non lasciano spazio a interpretazioni. Nessuna tecnologia, nessun adattamento, nessun impegno volontario può compensare uno squilibrio di questa portata. Se davvero si portasse a compimento ciò che è già stato approvato, il contenimento sotto i +2°C sarebbe un obiettivo matematicamente impossibile. Si profilerebbe una traiettoria che porta verso +3°C o +4°C: condizioni in cui non esiste alcun adattamento praticabile.
Non esistono piani credibili per città sommerse, campi desertificati, regioni rese inabitabili dal calore estremo. Non esiste adattamento alla fame, alle migrazioni forzate, alle guerre per l’acqua. L’adattamento, senza una drastica riduzione delle emissioni, diventa solo una parola elegante per dire: sopravvivenza al disastro.
Perché allora si parla così tanto di adattamento? Perché è una parola comoda. Non disturba i governi che puntano ancora su petrolio e gas. Non disturba le compagnie energetiche. Non costringe a firmare impegni vincolanti. Permette di spostare lo sguardo dalla causa alle conseguenze. Quando l’eliminazione dei combustibili fossili diventa troppo scomoda, si sposta il discorso su altro: resilienza, finanza climatica, perdite e danni.
Il risultato è paradossale: la diplomazia finisce per celebrare il modo in cui ci difenderemo dagli stessi danni che stiamo continuando a provocare. È un esercizio di rimozione collettiva, reso possibile solo da una parola magica: “adattamento”.
Le grandi compagnie fossili sono perfettamente consapevoli che il loro modello di business è incompatibile con un clima stabile. E tuttavia, finché il discorso pubblico si concentra sugli effetti – il caldo, le alluvioni, la resilienza – e non sulle cause, possono procedere indisturbate. Ogni accordo che pone l’adattamento al centro e relega il phase-out a nota a margine è, di fatto, un regalo al sistema fossile. Non è un giudizio ideologico: è una constatazione economica.
Che senso ha investire miliardi per “adattarsi” a un mondo che continuiamo a distruggere? La verità è semplice: adattamento ed espansione fossile non possono coesistere. Sono due programmi divergenti. Uno guarda alle conseguenze; l’altro continua ad alimentare le cause.
In questo scenario, tacere sarebbe una forma di complicità. È necessario dire con chiarezza che:
•    la corsa a nuove estrazioni è in netto contrasto con tutti gli obiettivi climatici;
•    l’adattamento da solo non può bastare;
•    le carbon bombs sono lo scandalo planetario del nostro tempo;
•    la retorica dell’adattamento rischia di diventare la maschera del fallimento politico.
Denunciare l’incoerenza del sistema non è estremismo: è un atto di giustizia verso la Terra e verso chi verrà dopo di noi. E l’Europa? L’Europa vive una palese contraddizione: vuole guidare la transizione ecologica mentre accelera un processo interno di militarizzazione. Il Green Deal era nato per proporre un nuovo modello di civiltà europea, fondato sull’accettazione del limite, sulla conversione energetica, sulla cura della Terra e sul principio della giustizia intergenerazionale. Era la premessa morale del Next Generation EU, che per la prima volta destinava debito comune non a salvare il presente, ma a proteggere il futuro. Rearm Europe rappresenta
 
invece l’esatto opposto: un ritorno alla logica dei blocchi, alla competizione di potenza, alle filiere energivore dell’industria bellica, alla dipendenza strutturale dai combustibili fossili. Una politica che richiede estrazione, acciaio, titanio, logistica globale e un enorme consumo di energia. È una traiettoria che aumenta le emissioni, sottrae risorse alla transizione e normalizza l’idea che la sicurezza derivi dalle armi. Green Deal e Rearm Europe non possono coesistere. Il primo chiede cooperazione, limiti, diplomazia, riduzione della domanda energetica. Il secondo genera domanda di fossili, alimenta la polarizzazione, spinge l’Europa dentro lo schema della deterrenza militare e indebolisce ogni sforzo ecologico. Sorge un vistoso intoppo culturale: due idee opposte di sicurezza. Una fondata sulla cura del pianeta, l’altra sulla forza. Questa contraddizione non è frutto del caso. È il risultato della crescente subordinazione dell’Europa all’agenda strategica americana, che ha spinto il continente a sostituire la sua vocazione pacifica con la logica della potenza. In questo processo l’Europa ha smarrito le sue radici: la visione di Ventotene, il pacifismo laico dei suoi fondatori, e ignorato gli appelli di papa Francesco alla fraternità e all’ecologia integrale. Una civiltà può convivere con molte incoerenze, ma non con contraddizioni che negano la sua identità. Dobbiamo riconoscere che non può esistere un’Europa verde e armata.

Riferimenti

[1]    Carbon Bombs – Global Mapping Project (2023–2024): analisi dei progetti fossili con potenziale emissivo >1 Gt CO₂.
[2]    International Energy Agency (IEA), Net Zero by 2050 – Roadmap for the Global Energy Sector, maggio 2021.
[3]    IPCC AR6 – Climate Change 2023: dati su budget residuo e scenari di riscaldamento globale.
[4]    Global Carbon Project – Carbon Budget 2023 e 2024: stime ufficiali sulle emissioni e sui margini di riscaldamento residuo.
[5]    UNFCCC – Documenti negoziali COP27, COP28, COP29 e pre-COP30: analisi delle posizioni dei Paesi su mitigazione, adattamento e finanza climatica.
[6]    Analisi di Carbon Brief, Climate Home News, Health Policy Watch sullo stato dell’espansione fossile e sulla diplomazia climatica recente.

Pasquale Palumbo

foto da Adil Edin da Unsplash

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