disastroecologico

COP 30 - seconda parte: antropocentrismo, antropocene, capitalocene e giustizia climatica

COP 30 - seconda parte: antropocentrismo, antropocene, capitalocene e giustizia climatica
Capire dove siamo è il primo passo per cambiare rotta


La maggior parte delle parole che usiamo per descrivere la crisi ecologica sono recenti. E non è un caso: per secoli abbiamo creduto che il mondo fosse grande, resistente, incapace di essere ferito dalle nostre azioni. Oggi scopriamo che non è così. Siamo entrati in una fase nuova della storia, e per orientarsi servono concetti nuovi. Tre parole – antropocentrismo, Antropocene e Capitalocene – aiutano a fare chiarezza. Sono tre lenti che mostrano le radici culturali, materiali e politiche della crisi. E, come vedremo, trovano una conferma sorprendentemente semplice in un indicatore ormai noto a livello globale: lo Earth Overshoot Day.

Antropocentrismo: la radice del problema
L’antropocentrismo è l’idea che l’essere umano sia al centro dell’universo e che tutto il resto, animali, piante, acqua, suolo, esista in funzione dei suoi bisogni. Per secoli si è dato per scontato che la natura fosse qualcosa da usare, controllare, trasformare. Questa convinzione ha prodotto conquiste straordinarie, ma anche un’abitudine mentale: la Terra è un deposito, non un organismo vivo. La crisi ecologica nasce qui, in questa illusione di superiorità. Il mondo viene trattato come se potesse assorbire qualunque impatto, qualunque scarto, qualunque estrazione. Ma oggi sappiamo che non è così: viviamo dentro limiti ben reali.

Antropocene: l’epoca in cui siamo diventati una forza geologica
La parola “Antropocene”, introdotta dal climatologo Paul Crutzen, descrive il salto di scala a cui stiamo assistendo: l’attività umana non modifica più solo paesaggi locali, ma influisce sul clima, sulla biodiversità, sugli oceani, sulla struttura stessa della Terra. Emissioni, cementificazione, plastica dispiegata ovunque, acidificazione degli oceani, scioglimento dei ghiacciai: tutto questo racconta un mondo in cui l’impronta dell’uomo è diventata ingombrante. L’Antropocene rivela che siamo diventati una forza geologica involontaria, capace però di destabilizzare gli equilibri che rendono abitabile il pianeta.

Capitalocene: la crisi ecologica non è “dell’uomo”, ma di un modello
Non tutti gli esseri umani hanno contribuito nello stesso modo alla crisi. Per questo alcuni studiosi parlano di Capitalocene: l’epoca segnata da un sistema economico che ha trasformato ogni cosa – terre, animali, persone – in risorse da sfruttare per la crescita illimitata. La logica è semplice: prendere, trasformare, gettare. E ripetere all’infinito. Un modello che richiede energia crescente, estrazione crescente, consumo crescente. È qui che la crisi ecologica si intreccia con le disuguaglianze sociali: chi contribuisce meno alla devastazione ambientale ne paga spesso il prezzo più alto. La guerra contro la Terra e l’ingiustizia tra gli uomini sono due manifestazioni dello stesso sistema estrattivo.

Earth Overshoot Day
Se antropocentrismo, Antropocene e Capitalocene possono sembrare concetti astratti, basta un solo indicatore per toccare con mano la loro realtà: lo Earth Overshoot Day. Si tratta del giorno dell’anno in cui l’umanità consuma tutte le risorse che la Terra è in grado di rigenerare in dodici mesi. Dopo quella data, tutto ciò che utilizziamo è “a debito”. È un indicatore intuitivo, quasi infantile nella sua semplicità: ogni anno la nostra civiltà spende più di quanto la Terra possa produrre. È come vivere con un conto in banca in perenne rosso. Negli anni Settanta l’Overshoot Day cadeva in dicembre. Oggi cade tra luglio e agosto. E se guardiamo ai singoli Paesi, la situazione è ancora più eloquente: se tutti vivessero come l’Europa, servirebbero quasi tre pianeti; se tutti vivessero come gli Stati Uniti, ne servirebbero cinque. L’Overshoot Day è la prova empirica della convinzione antropocentrica secondo cui “ci spetta” tutto ciò che il mondo contiene; dell’Antropocene come fase in cui superiamo sistematicamente i limiti ecologici; del Capitalocene come sistema che consuma più velocemente di quanto la Terra possa riparare.

Come procedere verso un “futuro amico”
Mettere insieme antropocentrismo, Antropocene, Capitalocene ed Earth Overshoot Day ci serve a guardare in faccia la realtà senza filtri. Si tratta di invertire la logica: dal dominio alla cura, dall’estrazione al limite, dalla crescita illimitata alla rigenerazione. Una trasformazione culturale prima ancora che tecnica.
La rotta non è facile, ma è chiara: consumare meno, condividere di più, rallentare, riparare, rigenerare, vivere non contro la Terra ma consapevolmente per la Terra. Questa non è una rinuncia: è l’unica via per restituire un futuro abitabile alle generazioni che verranno. E ogni passo, anche piccolo, contribuisce a cambiare le cose. Giova alla ricerca della strada verso un futuro amico ricordare qui il recente messaggio di don Tonio Dell’Olio “Giustizia climatica” (14 novembre 2025): Le Chiese cristiane, e la Chiesa cattolica in particolare,
 
sono molto presenti a Belem per la Cop 30. Ieri hanno dato vita a una processione nel centro della città amazzonica per segnare la propria presenza e dare voce alle sofferenze dei poveri che subiscono la parte peggiore dei disastri causati dai cambiamenti climatici. Stringi stringi la richiesta è sempre quella di una vera “giustizia climatica”. Erano presenti i presidenti delle conferenze episcopali dell’Asia, dell’America Latina e dell’Africa, c’erano molti volti noti dell’ambientalismo ispirato alla Parola di Dio che è scritta soprattutto nel creato e, ci riferisce Lucia Capuzzi, c’era soprattutto lo spirito dei martiri. “Margarida Maria Alves, laica e sindacalista, voce potente e coraggiosa dei contadini sfruttati durante l’ultima dittatura militare brasiliana. Gli Yanomami, popolo indigeno che riassume nella propria storia di massacri ciclici, l’ultima emergenza è del 2022, le ferite della colonizzazione vecchia e nuova. Chico Méndez, appassionato difensore della foresta. E, ovviamente, Dorothy Stang, assassinata per aver denunciato gli abusi dei latifondisti a settecento chilometri a sud di Belém, sempre nello Stato del Pará”. Estrattivismo, negazionismo, sfruttamento e inquinamento senza scrupoli sono i mandanti di quel sangue versato, ora è l’ora della riparazione, anzi della giustizia climatica.

Pasquale Palumbo

foto da Adil Edin da Unsplash

Articoli Correlati