Dall’ecocidio alla conversione ecologica come fondamento della pace
Non ci sarà pace tra gli uomini finché gli uomini faranno guerra alla natura. Questa frase, che suona come un paradosso, è in realtà una constatazione logica. La guerra, nella sua forma più brutale, è solo l’ultimo stadio di una lunga inimicizia con la vita: la stessa volontà di dominio che ha devastato ecosistemi, estratto risorse oltre il limite, avvelenato aria e oceani, oggi ritorna sotto forma di conflitto armato e crisi climatica.
Alexander Langer avrebbe detto che la guerra e la devastazione dell’ambiente hanno la stessa radice di violenza che si traveste di volta in volta da progresso, conquista, crescita. E che la conversione ecologica, quella che lui auspicava già trent’anni fa, non è un capitolo di politica ambientale, ma una condizione di sopravvivenza. Due luoghi del nostro tempo incarnano con tragica chiarezza questa verità: Ucraina e Gaza. Sono teatri di guerra in cui la distruzione dell’ambiente non è un effetto collaterale, ma parte integrante della strategia militare. In entrambi i casi, l’aggressione all’uomo coincide con l’aggressione alla Terra.
In Ucraina, dopo il crollo della diga di Kakhovka (giugno 2023), le acque hanno sommerso villaggi, campagne, riserve naturali; a monte, i bacini si sono prosciugati, e migliaia di ettari di suolo fertile sono diventati deserti salati. L’UNEP parla di un disastro ecologico senza precedenti in Europa, aggravato da incendi, contaminazioni chimiche e dispersione di metalli pesanti. Le stime di emissioni legate al conflitto oscillano tra 150 e 230 milioni di tonnellate di CO₂ equivalenti, quanto un intero anno di emissioni di un paese medio dell’Unione Europea.
A Gaza, la devastazione ha superato ogni misura concepibile. Secondo FAO e UNOSAT, solo l’1,5% delle terre agricole è oggi contemporaneamente accessibile e non danneggiato; il resto è una distesa di macerie, crateri, detriti contaminati. Sono andati perduti il 97% degli alberi da frutto, l’82% delle colture annuali, e oltre 61 milioni di tonnellate di macerie ricoprono il territorio, contenendo amianto, metalli pesanti, materiali radioattivi. La falda acquifera è compromessa e il rischio sanitario per la popolazione, diarree, epatiti, infezioni respiratorie, è esploso.
In entrambi i casi, l’ambiente è diventato vittima e arma insieme. La distruzione del contesto vitale non è solo un danno collaterale: è un modo di piegare la resistenza di un popolo, di rendere impossibile la vita, di costringerlo alla dipendenza o all’esodo. Questi due luoghi sono specchi del futuro, immagini anticipatrici di ciò che accadrebbe su scala planetaria se la guerra alla natura continuasse indisturbata. Quando il suolo non produce, l’acqua non disseta e l’aria avvelena, la vita diventa invivibile e la guerra inevitabile.
Il diritto internazionale, finora, non possiede strumenti adeguati ad affrontare questo salto di scala. Il genocidio è definito e punibile; l’ecocidio, la distruzione massiva e consapevole degli ecosistemi, non ancora.
La giurista scozzese Polly Higgins propose nel 2019 una definizione che oggi molti considerano il punto di partenza: “Distruzione massiva, diffusa o duratura degli ecosistemi, commessa con piena consapevolezza dei danni gravi e irreversibili che ne derivano.” Nel 2021, una commissione di giuristi coordinata da Philippe Sands e Dior Fall Sow ha formulato una proposta di emendamento allo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale: “Atti illeciti o sconsiderati commessi con la consapevolezza che vi sia una sostanziale probabilità di causare danni gravi e diffusi o duraturi all’ambiente.” Perché questa definizione diventi vincolante, serve l’approvazione di due terzi degli Stati parte dello Statuto e la successiva ratifica nazionale.
Un percorso lungo, ostacolato dalle grandi potenze e dalle lobby energetiche, ma ormai inevitabile: la devastazione ambientale ha assunto proporzioni tali da minacciare la sicurezza globale più delle armi convenzionali. Si tratta dunque di un cammino in corso, un percorso lungo e ostacolato dalle grandi potenze e dalle lobby energetiche, ma ormai inevitabile: la devastazione ambientale ha assunto proporzioni tali da minacciare la sicurezza globale più delle armi convenzionali.
Un percorso difficile ma necessario perché riconoscere l’ecocidio come crimine contro la pace significherebbe:
• responsabilizzare direttamente governi e imprese per i danni irreversibili agli ecosistemi;
• estendere la giurisdizione della Corte Penale Internazionale ai crimini ambientali su larga scala;
• prevenire guerre future attraverso la tutela del bene comune planetario.
• riconoscere che, come il genocidio mira alla distruzione di un popolo, così l’ecocidio mira alla distruzione delle condizioni di esistenza di tutti i popoli.
Nei casi di Gaza e Ucraina, i confini tra ecocidio e genocidio si sovrappongono. La distruzione dell’ambiente rende impossibile la sopravvivenza biologica e culturale di intere popolazioni. Quando un popolo viene privato dell’acqua, del cibo, dell’aria pulita, della possibilità di vivere in un territorio salubre, la violenza ambientale diventa violenza ontologica: non si uccidono solo corpi, ma la relazione vitale che li unisce alla Terra.
È da queste constatazioni che emerge la necessità giuridica di elaborare una Costituzione planetaria che riconosca la natura come soggetto di diritti. Luigi Ferrajoli (Per una Costituzione della Terra, 2022) e Paolo Maddalena (Il diritto vivente della Terra, 2020) hanno espresso chiaramente questa esigenza: la Terra deve essere considerata un ente collettivo titolare di diritti, non più un oggetto di tutela. Una tale rivoluzione giuridica cambierebbe anche il concetto di sicurezza internazionale: non più difesa dei confini, ma difesa dei sistemi vitali. Non più guerra per le risorse, ma cooperazione per la rigenerazione della vita. Il disarmo ecologico precede e fonda il disarmo militare.
Fare pace con la natura significa rinunciare alla logica dell’accaparramento e alla fede cieca nella crescita infinita. La pace non è il contrario della guerra, è il contrario del dominio. Papa Francesco, nella Laudato sì e nella Laudate Deum, parla esplicitamente di “una guerra mondiale a pezzi” che colpisce insieme l’uomo e il creato. La sua è una visione sistemica: “tutto è connesso”, e dunque distruggere la Terra equivale a distruggere la pace. Langer avrebbe aggiunto che la conversione ecologica potrà affermarsi solo se apparirà “socialmente desiderabile”, cioè se sapremo trasformarla in un progetto di felicità collettiva, non in una penitenza imposta. È la stessa logica che dovrebbe guidare la ricostruzione post–bellica in Ucraina e a Gaza: non una “riparazione tecnica”, ma una rigenerazione ecologica e comunitaria, capace di restituire senso e futuro.
Le proiezioni per i prossimi anni sono inquietanti ma chiare.
In Ucraina, la perdita di suoli fertili e la contaminazione dei corsi d’acqua condizioneranno per decenni la produzione agricola e la salute pubblica.
A Gaza, la quasi totale sterilità del terreno, la scarsità idrica e i rischi sanitari renderanno impossibile la sopravvivenza senza aiuti esterni.
La guerra alla natura è una guerra che non si vince mai, perché distrugge la casa di chi colpisce e di chi è colpito. Da questa consapevolezza può nascere una nuova alleanza planetaria: un movimento di giuristi, scienziati, educatori, cittadini che chieda la fine dell’impunità ambientale e l’inizio di una giustizia ecologica globale.
Fonti essenziali
[1] UNEP, Environmental Consequences of the War in Ukraine, 2023–2024
[2] FAO/UNOSAT, Gaza Strip Crop Damage Assessment, 2025
[3] CEOBS, Ukraine Conflict Environmental Data Governance, 2024
[4] Polly Higgins, Eradicating Ecocide, 2010
[5] Philippe Sands et al., Independent Expert Panel for the Legal Definition of Ecocide, 2021
[6] Luigi Ferrajoli, Per una Costituzione della Terra, 2022
[7] Paolo Maddalena, Il diritto vivente della Terra, 2020
[8] Alexander Langer, La conversione ecologica si affermerà solo se potrà apparire socialmente desiderabile, 1994
[9] Papa Francesco, Laudato si’ (2015), Laudate Deum (2023)
Pasquale e Carlo Palumbo
foto articolo di James Lo da Unsplash