Azione Ecologica
Premessa

La sezione Azione Ecologica del Laboratorio dei Costruttori di Pace nasce dalla esigenza profondamente avvertita di interrogare il pacifismo a partire dal disordine mondiale che caratterizza il nostro tempo, evitando sia l’astrazione sia la riduzione a dichiarazione di principio. La domanda che ne rappresenta la prospettiva è la seguente: è possibile pensare un ordine diverso, più giusto, più stabile, più abitabile, senza ricorrere alla forza come criterio regolativo?

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Santa Marta, Havel e l’azione ecologica

Santa Marta, Havel e l’azione ecologica

C’è un’immagine richiamata con forza all’apertura della prima Conferenza Internazionale per l’Uscita dalle Fonti Fossili di Santa Marta in Colombia (24 al 29 aprile): il multilateralismo è una cyclette. Si pedala, si consuma energia, ma non si avanza. Non è una provocazione, piuttosto è una diagnosi lucida di una condizione ormai evidente. Nel suo intervento inaugurale, la ministra colombiana dell’ambiente Irene Vélez Torres ha sintetizzato il senso della conferenza con parole semplici: il mondo non ha più bisogno di promesse, ma di azione. Dietro questa affermazione c’è una presa d’atto: le grandi sedi multilaterali, in particolare quelle dedicate al clima, hanno prodotto negli anni un linguaggio sempre più raffinato, ma risultati sempre meno incisivi.

La guerra contro la Terra: il costo climatico dei conflitti contemporanei

La guerra contro la Terra: il costo climatico dei conflitti contemporanei

C’è un aspetto della guerra che resta ancora troppo spesso ai margini del dibattito pubblico: il suo impatto ecologico. Eppure, ogni conflitto armato è anche una guerra contro la Terra. Non solo per le vite umane spezzate, ma per l’aria avvelenata, le acque contaminate, i suoli resi sterili, gli ecosistemi distrutti.

Petrolio e la forma del potere

Petrolio e la forma del potere
Dallo sguardo di Pasolini allo stretto di Hormuz

Pier Paolo Pasolini viene ucciso nel novembre del 1975 mentre sta lavorando a un’opera che la morte ha interrotto. Se fosse stato un magistrato o un giornalista impegnato in un’inchiesta, sarebbe stato naturale chiedersi se ciò che stava preparando contenesse elementi capaci di disturbare interessi rilevanti. Nel caso di Pasolini, questo interrogativo è rimasto a lungo sullo sfondo.

Breve storia dell’obiezione civile

Breve storia dell’obiezione civile

L’obiezione di coscienza è una delle forme più alte di responsabilità morale nella vita pubblica. Consiste nel rifiuto di compiere atti che violano la propria coscienza, anche quando tali atti sono richiesti dalla legge o dall’autorità dello Stato. Nel Novecento questo principio è stato associato soprattutto al rifiuto di partecipare alla guerra, ma il suo significato è più ampio: riguarda il diritto e il dovere di dire no quando la legge impone ciò che la coscienza riconosce come ingiusto.

Le radici di questa idea sono molto antiche. Nei primi secoli del cristianesimo molti credenti rifiutavano il servizio militare perché incompatibile con il comandamento evangelico dell’amore per il nemico. Nel corso della storia alcune minoranze religiose, come i quaccheri e i mennoniti, continuarono a sostenere che la fede cristiana non potesse conciliarsi con l’uso delle armi.

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Il difficile cammino della speranza

Il difficile cammino della speranza

Quando si parla di nonviolenza, il pensiero corre quasi automaticamente alla violenza armata, alla guerra, al conflitto fisico tra esseri umani. È un riflesso comprensibile: la violenza diretta è visibile, drammatica, immediata. Ma fermarsi a questa dimensione significa ridurre la nonviolenza a mera astensione dall’uso delle armi. Il primo ampliamento di orizzonte è quello già acquisito nella tradizione etica e politica del Novecento: oltre alla violenza diretta esiste una violenza strutturale. Povertà indotta, sfruttamento economico, disuguaglianze sistemiche, esclusione sociale non sono meno violente solo perché non comportano un’aggressione fisica immediata. La nonviolenza, allora, non è solo “non uccidere”, ma anche non contribuire a sistemi che generano sofferenza. Da qui il passo ulteriore: la violenza contro la natura.

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Se l’Europa perde i suoi valori, il mondo è in pericolo

Se l’Europa perde i suoi valori, il mondo è in pericolo

Negli ultimi mesi tre questioni hanno dominato il dibattito pubblico europeo: la crisi di visione emersa alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, la condizione strutturale dello Stato debitore, le sanzioni statunitensi contro membri della Corte Penale Internazionale e contro la relatrice ONU Francesca Albanese. Letti separatamente, questi temi sembrano appartenere a piani diversi: geopolitica, finanza pubblica, diritto internazionale. Considerati insieme, rivelano invece un unico nodo: l’identità dell’Europa.