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Più armi, meno regole: quale sicurezza stiamo costruendo?

Più armi, meno regole: quale sicurezza stiamo costruendo?


La sicurezza è diventata ormai obiettivo politico prioritario. Nei vertici internazionali, nei documenti strategici, nei dibattiti parlamentari, ovunque essa viene sempre più spesso associata alla deterrenza militare e sempre meno alla cooperazione internazionale e alla solidità del diritto. Si investe in armamenti. Si rinsaldano alleanze difensive. Si ridefiniscono equilibri di potenza.
Nello stesso tempo si indeboliscono le infrastrutture multilaterali, si delegittimano sedi giuridiche sovranazionali, si riduce la cooperazione sistematica tra Stati in materia giudiziaria e finanziaria, si ostacolano le agenzie internazionali di intervento umanitario. Quale sicurezza stiamo davvero costruendo?

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Dalla bandiera dei pirati (Jolly Roger) alla democrazia rappresentativa

Dalla bandiera dei pirati (Jolly Roger) alla democrazia rappresentativa

C’è qualcosa di sorprendente nel fatto che la bandiera dei pirati di One Piece compaia nelle piazze di mezzo mondo. Non è la bandiera di uno Stato. Non è il simbolo di un partito. Non rappresenta un’ideologia codificata. È un teschio sorridente con un cappello di paglia. Eppure è capace di mobilitare perché racconta un mito semplice: una piccola ciurma unita da lealtà e amicizia sfida un potere centrale percepito come opaco e ingiusto. Non promette un programma dettagliato. Promette libertà, dignità, orizzontalità. È un simbolo leggero, inclusivo, mobile.

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"We Do Care" (a noi importa): Quando la difesa della salute diventa anche uno scudo per la difesa della pace.


Spesso pensiamo alla pace come a qualcosa che si firma solo nei palazzi del potere. Ma c'è una pace diversa, concreta e urgente, che si costruisce ogni giorno anche nelle corsie degli ospedali, specialmente quando il mondo fuori sembra andare al contrario. L'analisi di alcuni articoli pubblicati nella prestigiosa rivista medica statunitense The New England Journal of Medicine (NEJM) tra il 2025 e il 2026, insieme ad altri interventi pubblicati nella letteratura scientifica internazionale sul tema del Medical Peace Work (medicina per la pace), ci porta dritti al cuore di questo problema svelandoci una realtà che non possiamo/dobbiamo ignorare.

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Dalla crisi climatica all’ecocentrismo

Dalla crisi climatica all’ecocentrismo

Per lungo tempo la crisi climatica è stata raccontata come una delle tante “emergenze” del nostro tempo. Un problema grave, certo, ma circoscrivibile: una questione ambientale accanto ad altre questioni, un capitolo da affidare agli esperti, un costo collaterale di un progresso altrimenti virtuoso. Oggi questa narrazione non regge più. I dati fisici, l’esperienza quotidiana e le fratture sociali che attraversano il pianeta convergono in un’evidenza sempre più difficile da eludere: non siamo di fronte a una crisi settoriale, ma a una crisi delle condizioni stesse di abitabilità della Terra.

disastroambientale

Il deterioramento delle condizioni di abitabilità del pianeta

Il deterioramento delle condizioni di abitabilità del pianeta
Scioglimento dei ghiacci, siccità, deforestazione e crisi sistemica del clima

Per lungo tempo il cambiamento climatico è stato raccontato come un problema ambientale tra altri, confinato a scenari futuri o a luoghi percepiti come marginali. Oggi questa lettura appare inadeguata. Gli effetti del riscaldamento globale mostrano con chiarezza crescente che siamo di fronte a una trasformazione profonda delle condizioni di abitabilità della Terra, con ricadute dirette sulla vita quotidiana, sull’economia e sulla convivenza tra le società umane.

Genocidio

Genocidio

Roma, 28 dicembre  2025 

Quanto accade a Gaza impone una riflessione sulle dinamiche dello sterminio, portato avanti dall’esercito di Israele nei confronti della popolazione palestinese, e sull’individuazione del crimine, che non può essere considerato un semplice effetto collaterale. 
Il massacro dei palestinesi che abitano la Striscia di Gaza da parte dell’esercito israeliano, in esecuzione di precise direttive politiche, che ad oggi ha causato oltre 71.000 vittime, è la manifestazione attuale di quello che, durante la Seconda Guerra Mondiale ,Churchil aveva definito come “ il crimine senza nome”.
Infatti, sebbene quel crimine fosse in corso, ancora non era stato estrapolata la specifica nozione di “genocidio” e coniata la parola che lo definisce. 
La teorizzazione  della fattispecie di genocidio si deve al giurista polacco, Raphael Lemkin, che lo  descrisse, utilizzando  per la prima volta il termine nel suo libro Axis Rule in Occupied Europe, pubblicato nel 1944. 

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La complessità non si governa con la deterrenza

Con l’avvicinarsi della fine dell’anno si avverte il bisogno di fermarsi e fare un bilancio. Il 2025, però, chiede qualcosa di più di una semplice rassegna degli eventi: impone una riflessione sul loro significato.
Il 2025 ha reso evidente una contraddizione che da tempo investe il discorso geopolitico dominante.