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COP 30 - terza parte: sconforto desolazione

COP 30: sconforto desolazione


Quello che si percepisce leggendo il servizio di Ferdinando Cotugno nell’Areale del 22 novembre è un passaggio di soglia. Non è il consueto aggiornamento dalla COP 30, è qualcosa di più fisico, più profondo, quasi un sintomo corporeo: un colpo sordo, come un cedimento interiore. È il momento in cui si smette di credere non per pessimismo, ma per constatazione che una svolta possa venire da un processo che non riconosce più la realtà che dovrebbe affrontare. A Belém, mentre il mondo supera temperature che gli scienziati chiedevano di evitare a ogni costo, si è riprodotta la solita rappresentazione: un copione stantio, esausto, inadatto. Il multilateralismo si lacera come un tessuto consumato dalla storia. 

 Da una parte chi prova a spingere verso l’uscita dai fossili, dall’altra chi difende fino allo stremo l’ultima porzione di un’economia ormai morente. E in mezzo una presidenza che aveva promesso visione, ambizione, metodo, e che invece, nell’arco di poche notti, lascia cadere tutto, come se nulla fosse.
La ferita più profonda non è la delusione. È la sensazione di essere stati ingenui. Di aver creduto, contro ogni evidenza, che stavolta potesse esserci un cambio di rotta. Come chi continua a bussare a una porta che da tempo si sa già chiusa. La presidenza brasiliana ha creato aspettative, costruito percorsi paralleli, evocato una roadmap che sembrava davvero possibile. Poi, quando lo stallo era chiaro, ha preferito occultarlo, intrecciando negoziati invisibili, sottraendo trasparenza, degradando la dignità politica del confronto. Il risultato sono bozze d’accordo talmente deboli da confermare una sproporzione impressionante: tra l’urgenza materiale della crisi e la capacità della politica di guardarla negli occhi. Nessun phase-out, nessuna roadmap, nessuna assunzione di responsabilità. È qui che nasce quel senso di resa: la percezione che la struttura stessa delle COP non sia più in grado di reggere il tempo storico in cui viviamo. Quello che un tempo era un tavolo cooperativo oggi è diventato il teatro di una nuova guerra fredda ecologica: blocchi contrapposti, alleanze fluide, competizioni sotterranee. L’Europa prova a resistere ma finisce puntualmente ammaccata. Gli Stati Uniti difendono il fossile in modo sempre più esplicito. Il Sud globale reclama spazio ma si muove in un campo minato. La Cina gioca una partita strategica e tutt’altro che lineare.


Intanto il tempo si è ristretto. Non a decenni, non a anni: a mesi. Questo è il dato che fa tremare il pavimento. La finestra per evitare impatti irreversibili è stretta al punto da rendere ridicolo qualunque rinvio. E invece continuiamo a comportarci come se avessimo tutto il tempo del mondo: dilazioni, bozze riscritte, compromessi al ribasso, formule vaghe. È una forma di autoinganno istituzionalizzato, un occultamento su scala planetaria: rendere invisibile un problema proprio mentre lo si produce. Lo sconforto che si avverte nel pezzo di Cotugno non è quindi un’emozione privata: è un dato politico. È la constatazione che un’intera architettura di governance globale si sta disfacendo nel momento in cui servirebbe invece la massima coesione. È vedere che di fronte alla crisi più grande della storia umana, il sistema reagisce come un apparato burocratico che riordina le sedie mentre la nave affonda. L’avanguardia dei Paesi che chiedono l’uscita dal fossile è un segnale importante, forse anche coraggioso. Ma è, di fatto, la prova che il processo multilaterale sta implodendo: se 24 Paesi avanzano da soli, è perché lo spazio comune non è più praticabile.
A questo punto si ripete la formula: “le COP sono imperfette ma necessarie”. È vero. Ma bisogna aggiungere un’altra frase, inevitabile: così come sono, rischiano di diventare irrilevanti, o persino dannose. Perché un processo che finge di avanzare mentre in realtà arretra, produce assuefazione, demoralizzazione, e soprattutto legittima l’inazione. La parte più sincera di questo momento, però, sta altrove. Sta nel riconoscere che il dolore che si avverte oggi non è solo morale o analitico: è un dolore esistenziale. È la sensazione di fallire non per mancanza di idee, ma per mancanza di coraggio. È il vuoto che segue quando si realizza che il mondo che vorrebbe salvarsi non trova più un luogo in cui dirsi la verità.

È il sospetto che la finestra che si chiude non riguardi solo il clima, ma anche la nostra capacità collettiva di affrontare un pericolo insieme. È un dolore lucido, però. E come ogni dolore lucido, contiene un’indicazione: non possiamo più delegare. Non possiamo aspettare che un processo nato nel 1992, in un’altra era geopolitica e culturale, risolva problemi che quel mondo non aveva ancora generato. Occorre trovare strade nuove, con altre forme di coordinamento, altri strumenti politici, altre alleanze sociali. Occorre far uscire la transizione dalle sale illuminate dai neon e riportarla nella vita reale delle persone, nelle comunità, nelle economie locali, nelle città, nelle istituzioni che ancora funzionano. Occorre costruire un multilateralismo dal basso, più concreto, più aderente alla realtà fisica del pianeta. Lo sconforto di oggi è un segnale. Non va negato e non va travestito da speranza obbligatoria. Va riconosciuto per ciò che è: la consapevolezza matura che il tempo dei rituali è finito. E che il futuro, se avrà una possibilità, non nascerà dentro un documento di compromesso, ma nella capacità di rompere gli schemi che ci hanno portati fin qui.

 

Pasquale Palumbo

foto da Adil Edin da Unsplash

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