Lo spettro che ritorna
Nel 1955, in un mondo ancora ferito da Hiroshima e Nagasaki, Bertrand Russell e Albert Einstein lanciarono un appello che avrebbe dovuto cambiare il corso della storia.
Nel Manifesto Russell-Einstein, firmato da scienziati di tutto il mondo, c’era un messaggio semplice ma efficace: «Ricordate la vostra umanità, e dimenticate il resto». Da allora, la storia dell’armamento nucleare è stata un alternarsi di timori e illusioni, di tregue apparenti e nuove corse alla potenza.
Negli anni Sessanta e Settanta la distensione sembrò possibile: furono firmati trattati di non-proliferazione, limitazioni ai test atmosferici, accordi bilaterali tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Ma ogni volta che l’umanità pareva avvicinarsi a una soglia di saggezza, nuove paure, nuove rivalità, nuove tecnologie hanno riaperto la corsa. Dopo la caduta del Muro, molti credettero che la minaccia atomica fosse un relitto del passato. E invece eccoci di nuovo qui: nel XXI secolo, a parlare di deterrenza, di test, di modernizzazione degli arsenali. Come se la memoria non avesse più potere, come se il rischio potesse essere normalizzato, addomesticato, persino integrato nei bilanci della sicurezza.
Gli Stati Uniti, in risposta al test effettuato con successo dalla Russia sul super siluro a propulsione nucleare Poseidon, hanno intenzione di riavviare i test nucleari. Dopo più di trent’anni di silenzio sotterraneo, la potenza torna a farsi detonazione. È un gesto che non riguarda solo la difesa o la geopolitica: riguarda la forma mentale del nostro tempo. Quando un governo decide di sperimentare di nuovo armi capaci di annientare la vita, compie un atto simbolico prima ancora che militare. Dice: la distruzione è di nuovo un’opzione. Così riemerge uno spettro che credevamo sepolto: quello di una società della paura che considera la potenza distruttiva come uno strumento di persuasione e il profitto immediato come unico valore. Un mondo fondato sulle paure trasforma la guerra in industria e la sicurezza in merce. In questo mondo, persino la Terra diventa una materia da testare, da bucare, da contaminare. Ci comportiamo come se esistesse un pianeta di riserva, come se si potesse abbandonare questa casa dopo averla resa invivibile. Ma non c’è nessun altrove. Non siamo padroni, siamo terrestri. Restare umani oggi significa sottrarsi a questa contabilità della morte e riscoprire un’economia della vita: lenta, relazionale, condivisa. Ogni volta che una bomba viene fatta esplodere in nome della sicurezza aumenta la probabilità di innescare un processo distruttivo e senza controllo.
La vera resistenza oggi si esercita nel rifiuto della forza bruta che pretende di decidere il destino della Terra.
Settant’anni dopo l’appello di Russell ed Einstein, la loro domanda resta aperta: sopravviveremo alla nostra intelligenza? La risposta dipenderà dalla capacità di riconoscere che la pace non è solo un atto diplomatico, ma è anche la conseguenza di una scelta di civiltà.
Pasquale Palumbo
foto di JOKUHN da Pixabay