l'inferno della guerra

Sudan: un aggiornamento

Sudan: un aggiornamento

La guerra civile sudanese, riesplosa nell’aprile 2023, continua ad essere uno dei conflitti più sanguinosi e dimenticati del pianeta. Negli ultimi giorni la città di El Fashir, capoluogo del Darfur settentrionale, è caduta nelle mani delle Rapid Support Forces (RSF), segnando una drammatica svolta. Interi quartieri sono stati rasi al suolo, migliaia di civili uccisi, decine di migliaia costretti alla fuga. La comunità internazionale, distratta e impotente, osserva un nuovo genocidio annunciato.


Il conflitto oppone l’esercito regolare del Sudan (SAF), guidato dal generale Abdel Fattah al-Burhan, alle milizie della RSF del generale Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti. Ma le linee del fronte non si spiegano solo con rivalità di potere. Attorno ai due contendenti ruotano interessi regionali ed economici di enorme portata. La Turchia fornisce droni e addestramento al SAF, mentre gli Emirati Arabi Uniti sostengono la RSF, anche attraverso una rete di traffici di armi e di oro che si estende fino a Dubai.
L’oro è infatti il cuore economico della guerra. Dopo la secessione del Sud Sudan nel 2011, che privò Khartoum della maggior parte delle riserve petrolifere, il metallo giallo è diventato la principale fonte di valuta. Oggi più della metà dell’oro sudanese esce dal paese attraverso canali informali, finanziando armi, mercenari e carburante per entrambe le parti. Nelle miniere del Darfur e del Kordofan si combatte per il controllo di vene aurifere che valgono più del potere politico stesso. In Sudan, come altrove, la guerra è diventata una forma di economia: distrugge ma genera profitti.
Il Sud Sudan, divenuto indipendente nel 2011, non offre invece un contrappeso di stabilità. Il governo di Juba, retto da Salva Kiir, rimanda da anni le elezioni e vive in equilibrio precario tra fazioni rivali, corruzione e crisi umanitaria. Anche la sua fragile industria petrolifera, vitale per entrambi i paesi, è messa a rischio dal conflitto che devasta gli oleodotti del nord.
In questo quadro, il Sudan appare come un laboratorio di fallimento internazionale: due anni di massacri e nessuna iniziativa diplomatica efficace. Le grandi potenze si limitano a dichiarazioni di facciata, mentre la rete dei commerci d’armi e di risorse continua a funzionare senza interruzioni. L’Africa nord-orientale si ritrova così al centro di una contesa globale in cui la guerra è soltanto il sintomo visibile di un sistema più profondo di estrazione e sfruttamento.
Finché oro e petrolio resteranno strumenti di potere e non di sviluppo, il Sudan continuerà a sanguinare nel silenzio. È un conflitto che mette a nudo l’incongruenza del nostro tempo: il valore economico della morte supera quello della vita.

Pasquale Palumbo

 

foto di Hasan Almasi da Pixabay

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