Il 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne, è un’occasione per ricordare non solo le vittime della violenza domestica, ma anche le donne colpite nei conflitti armati, spesso dimenticate o riconosciute troppo tardi. Nelle guerre, la violenza maschile assume forme ancora più brutali: non si limita a colpire i corpi, ma mira a distruggere la dignità e l’identità di intere comunità.
La guerra colpisce sempre i più indifesi: anziani, bambini, persone senza protezione. Ma tra tutti, le donne pagano un prezzo particolare. Il loro corpo è stato trasformato molte volte in un campo di battaglia, un luogo su cui esercitare dominio e punizione. Le donne rappresentano la vita, la continuità, la possibilità del futuro: per questo la violenza bellica si accanisce contro di loro con ferocia.
Durante la guerra serbo-bosniaca (1992–1995), circa 50.000 donne furono stuprate sistematicamente. Non si trattò di episodi isolati, ma di una strategia deliberata, finalizzata a terrorizzare le popolazioni, spezzare i legami comunitari, umiliare il “nemico” attraverso il corpo delle sue donne. Molte di queste sopravvissute convivono ancora oggi con ferite invisibili, spesso senza riconoscimento né sostegno.
Un altro capitolo doloroso, spesso taciuto, riguarda il sistema di schiavitù sessuale imposto dall’Impero giapponese tra il 1930 e il 1945. Centinaia di migliaia di donne – coreane, cinesi, filippine, indonesiane e di altri territori occupati – furono sequestrate e costrette nei “bordelli militari” per soddisfare i soldati. Vennero definite con un eufemismo crudele: ianfu, “donne di conforto”. Molte non tornarono mai a casa; molte altre trascorsero la vita a chiedere verità, giustizia e riconoscimento.
In entrambe queste storie, e in molte altre nel mondo, la violenza contro le donne non è un incidente, ma una strategia di guerra. La violenza di genere diventa un’arma contro la vita stessa, contro la possibilità di pace.
Ricordare queste donne, oggi, significa affermare che la pace non è solo assenza di armi, ma rispetto radicale del corpo e della dignità umana. Significa rifiutare ogni cultura che giustifica la violenza e impegnarsi a costruire un mondo in cui nessuna donna venga più trattata come bottino di guerra.
Il 25 novembre ci invita a non dimenticare. E a trasformare la memoria in impegno per la non violenza e la giustizia.
Carlo Palumbo
foto da pixabay