Una cassetta degli attrezzi contro la guerra

Una cassetta degli attrezzi contro la guerra

Una cassetta degli attrezzi contro la guerra


Dalla testimonianza alla nonviolenza efficace
Dire di no alla guerra è necessario. Ma non basta.
Una delle difficoltà storiche dei movimenti per la pace sta proprio qui: milioni di persone possono essere contrarie alla guerra e tuttavia sentirsi sostanzialmente impotenti di fronte ai meccanismi che la preparano e la rendono possibile. Si scende in piazza quando la guerra è già cominciata; si firma un appello; si espone una bandiera. Sono gesti importanti, ma rimane una domanda scomoda: che cosa possiamo fare, concretamente, prima?


L'esperienza che il Movimento No Base — nato dall'opposizione a una nuova base militare prevista nell'area pisana — sta conducendo tra Pisa e Livorno offre una traccia di risposta. Non perché costituisca un modello da imitare in ogni sua scelta politica, ma perché prova a trasformare l'opposizione alla guerra in capacità organizzata di intervento sulla realtà.
Una precisazione sulla parola «efficace», che compare nel titolo. Non indica qui l'illusione di fermare da soli una guerra, ma qualcosa di più modesto e verificabile: conoscere, rendere pubblico, rallentare e rendere più costoso ciò che la guerra richiede, e costruire attorno a queste pratiche relazioni stabili.
Il punto di partenza è quasi banale: la guerra non nasce sul campo di battaglia. Per arrivarci ha bisogno di caserme, depositi, porti, aeroporti, ferrovie, strade, industrie, ricerca, finanziamenti, decisioni amministrative. Ha bisogno, insomma, di una gigantesca infrastruttura materiale e sociale che normalmente continuiamo a utilizzare e ad attraversare senza vederla.
Il Movimento No Base chiama questa rete territoriale HUB militare e ha progressivamente spostato l'attenzione dalla singola nuova base prevista nell'area pisana all'insieme delle infrastrutture e dei flussi che rendono possibile la logistica militare.
Qui comincia la nostra cassetta degli attrezzi.
Primo attrezzo: gli occhi
Prima di denunciare bisogna vedere.
Gli attivisti percorrono il territorio, osservano le trasformazioni, fotografano, registrano movimentazioni, confrontano ciò che accade nel tempo. Attraverso un «Centralino», cioè un numero di telefono del movimento a cui inviare segnalazioni, raccolgono anche le osservazioni dei cittadini: mezzi militari, container, convogli, modificazioni del territorio. Stanno inoltre sperimentando una mappatura geolocalizzata che comprende sia le attività militari sia gli elementi ambientali da proteggere.
È qualcosa di molto semplice e insieme molto importante: trasformare il cittadino da spettatore in osservatore.
Non occorrono competenze straordinarie per domandarsi che cosa stia passando su una ferrovia, che cosa venga costruito dietro una recinzione, quale destinazione abbia un'area pubblica. Occorrono però metodo, verifica delle informazioni e continuità.
La prima forma di resistenza alla normalizzazione è dunque questa: accorgersi.
Secondo attrezzo: la conoscenza
Vedere non basta. Bisogna capire ciò che si vede.
Per questo il movimento ha costruito il bollettino HUB, nel quale confluiscono informazioni provenienti da comitati, associazioni e gruppi di lavoratori, fra cui ferrovieri e portuali. L'obiettivo dichiarato è ricostruire la rete costituita da infrastrutture, logistica, industria, addestramento e movimentazione di uomini e mezzi.
È un passaggio essenziale perché evita un rischio frequente dell'attivismo: sostituire alla conoscenza il sospetto.
Una cassetta degli attrezzi della nonviolenza dovrebbe quindi contenere qualcosa di apparentemente poco eroico: documenti, dati, mappe, fotografie, fonti verificabili.
La nonviolenza efficace ha bisogno di sapere dove mettere le mani.
Terzo attrezzo: il diritto
Qui l'esperienza toscana è particolarmente originale.
Il Movimento No Base ha utilizzato sistematicamente l'accesso civico per chiedere alle amministrazioni informazioni sul progetto della nuova base, in una campagna intitolata «Il buio oltre le reti». Ha coinvolto associazioni, consiglieri e amministrazioni comunali; di fronte ai dinieghi ha presentato istanze di riesame, ricorrendo anche a competenze legali.
Vale la pena precisare lo strumento. L'accesso civico generalizzato (art. 5, comma 2, del d.lgs. 33/2013) consente a chiunque di chiedere documenti, dati e informazioni detenuti dalle pubbliche amministrazioni, senza dover dimostrare un interesse specifico: è cosa diversa dall'accesso agli atti della legge 241/1990, che richiede un interesse diretto, concreto e attuale. Non è però un diritto senza limiti. L'art. 5-bis prevede eccezioni a tutela, tra l'altro, di sicurezza nazionale, difesa e questioni militari, e su questi temi i dinieghi sono da mettere in conto. Il diniego, tuttavia, deve fondarsi su un pregiudizio concreto e non generico, e può essere contestato: con una richiesta di riesame al responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza e, in ultima istanza, davanti al giudice amministrativo. Anche un rifiuto motivato, in altre parole, produce conoscenza: mostra che cosa l'amministrazione ritiene di dover proteggere e con quali argomenti.
Il diritto amministrativo diventa così uno strumento di azione politica nonviolenta.
È una lezione in larga parte trasferibile. Prima ancora di scendere in strada un cittadino può domandare: chi ha deciso? Con quale atto? Quanto costa? Quali valutazioni ambientali sono state effettuate? Quali soggetti sono coinvolti?
La trasparenza non garantisce la giustizia di una decisione. Ma rende più difficile esercitare il potere nell'oscurità.
Quarto attrezzo: la rete
Un'informazione posseduta da dieci persone rimane un'informazione. La stessa informazione distribuita attraverso una comunità organizzata può diventare capacità di azione.
Da questa intuizione nascono i Punti No Base: circoli, negozi e altri luoghi fisici disseminati sul territorio, con indirizzi riconoscibili, nei quali trovare informazioni, materiali e talvolta assemblee e iniziative. Non tutti coloro che li frequentano sono militanti. Ed è proprio questo uno degli aspetti più notevoli dell'esperimento: costruire una rete prima dell'emergenza, anziché cercare precipitosamente una rete quando l'emergenza arriva.
La nonviolenza diventa così infrastruttura sociale.
Quinto attrezzo: il lavoro
Portuali, ferrovieri, autotrasportatori e lavoratori della logistica occupano una posizione particolare: conoscono dall'interno i nodi attraverso i quali transitano merci e mezzi.
Il nome che diamo a ciò che possono fare conta meno del principio. «Diserzione», con la sua eco militare e penale, è una parola che rischia di dire troppo o di dire altro; la tradizione della nonviolenza preferisce parlare di noncollaborazione, termine che in Italia è legato soprattutto ad Aldo Capitini. Il principio è comunque chiaro: una macchina complessa funziona perché moltissime persone compiono quotidianamente moltissimi piccoli atti necessari al suo funzionamento.
È un'intuizione antica, già presente nel Discorso sulla servitù volontaria di Étienne de La Boétie, praticata da Gandhi e analizzata sistematicamente, più tardi, da Gene Sharp: il potere dipende anche dalla cooperazione di coloro sui quali viene esercitato.
Rifiutare la collaborazione può quindi diventare una forma di azione politica. Naturalmente modalità diverse — sciopero, obiezione, manifestazione, blocco — hanno condizioni e conseguenze giuridiche differenti, che devono essere conosciute e assunte responsabilmente. Nei servizi pubblici essenziali, tra cui i trasporti, lo sciopero è ad esempio soggetto a regole specifiche (legge 146/1990).
Sesto attrezzo: il corpo
E infine arriva il momento nel quale osservazione, conoscenza, richieste di trasparenza, rete e lavoro possono trasformarsi in azione collettiva.
Il 12 marzo 2026 alla stazione di Pisa un treno merci composto da 32 vagoni che trasportava mezzi militari e container venne fermato per diverse ore (più di quattro secondo la stampa locale, più di sei secondo il movimento) da una mobilitazione sui binari; secondo la stampa locale, il convoglio fu poi costretto a tornare indietro. Il Movimento No Base ha successivamente indicato quell'episodio come il risultato della rete di osservazione e relazioni costruita precedentemente sul territorio. Il suo comunicato lo definì «blocco pacifico e determinato».
È importante non romanticizzare l'episodio: un blocco ferroviario pone questioni di sicurezza e legalità e può comportare conseguenze per chi vi partecipa. Ma proprio per questo merita di essere studiato anziché trasformato in slogan. Va ricordato, in particolare, che dal 2025 ostruire una strada o una ferrovia con il proprio corpo, anche senza violenza, è punito come reato (art. 14 del decreto-legge 48/2025, il cosiddetto decreto sicurezza), con pene più severe quando l'azione è collettiva.
Ci mostra infatti una logica istruttiva, che possiamo riassumere così:
osservare → comprendere → chiedere conto → collegarsi → rifiutare la collaborazione → agire
Non è una sequenza rigida: le tappe si intrecciano e si ripetono. Ma indica che non nasce tutto quel giorno sui binari: il gesto finale è soltanto l'ultimo anello di una catena costruita molto prima.
Limiti e obiezioni
Una cassetta degli attrezzi non è una strategia vittoriosa, e sarebbe scorretto presentarla come tale.
Un treno fermato per qualche ora non ferma la guerra: la rallenta, la rende visibile, ne alza il costo politico. Chi partecipa a un'azione del genere si espone a sanzioni penali e amministrative. Il caso toscano, inoltre, è una singola esperienza, raccontata soprattutto dal punto di vista del movimento stesso: ciò che se ne ricava è un'ipotesi da mettere alla prova, non una dimostrazione.
C'è poi un'obiezione più profonda. La logistica militare non è un'astrazione: dietro ci sono lavoratori e comunità che da quelle attività traggono reddito, e c'è chi ritiene che la difesa sia una responsabilità legittima e necessaria degli Stati. Sono obiezioni serie, e rispondere con uno slogan non basta. La risposta più credibile è costruttiva: che cosa si può fare di quei porti, di quelle fabbriche, di quei saperi, di quei posti di lavoro? Senza un'idea di riconversione — lavoro, ricerca e investimenti alternativi — ogni strumento di interdizione resta a metà.
La nonviolenza non è innocuità
Forse è questo il punto sul quale vale maggiormente la pena riflettere.
Abbiamo finito talvolta per identificare la nonviolenza con la testimonianza morale: essere presenti, dichiarare il proprio dissenso, testimoniare una diversa concezione della società.
Ma la grande tradizione della nonviolenza politica contiene anche un'altra idea: non fare male all'avversario non significa necessariamente lasciargli fare ciò che vuole.
Si può dissentire. Si può investigare. Si può rendere pubblico. Si può ricorrere ai tribunali. Si può scioperare. Si può rifiutare la collaborazione. Si possono costruire reti capaci di esercitare pressione sulle istituzioni. Alcune forme di protesta possono comportare violazioni amministrative o penali: la qualificazione giuridica non scompare perché la finalità è nonviolenta.
Nonviolenza significa rinunciare alla violenza contro le persone; non significa necessariamente rinunciare al conflitto.Ed è probabilmente questa la lezione principale che, per ora, possiamo ricavare dal caso toscano.
Il caso toscano non offre una ricetta universale contro la guerra. Offre qualcosa di più modesto e forse più utile: una cassetta degli attrezzi. Dentro ci sono occhi, mappe, documenti, accessi agli atti, competenze, luoghi d'incontro, lavoratori, reti di cittadini e, quando necessario, persone disposte ad assumersi pubblicamente la responsabilità delle proprie scelte. La guerra possiede infrastrutture enormi. Anche la pace, se vuole diventare efficace, deve costruire le proprie.

 

Pasquale Palumbo

Immagine generata con intelligenza artificiale (AI).

 


Fonti
L'articolo del Movimento No Base pubblicato da InfoAut si trova qui: https://www.infoaut.org/fabbrica-della-guerra/organizzare-la-lotta-contro-la-guerra-sui-territori-pratiche-idee-e-strumenti-dallesperienza-del-movimento-no-base
Sul blocco del 12 marzo 2026: La Nazione, «Caos treni, fino a due ore di ritardo: gli attivisti no guerra bloccano il treno delle armi, costretto a tornare indietro» — https://www.lanazione.it/pisa/cronaca/treno-armi-gj49vr32; comunicato del Movimento No Base riportato da V-Trend — https://vtrend.it/pisa-bloccato-treno-con-mezzi-militari-no-base-respingere-la-guerra-ecco-cosa-abbiamo-fatto/
Riferimenti normativi: d.lgs. 14 marzo 2013, n. 33, artt. 5 e 5-bis; legge 7 agosto 1990, n. 241; legge 12 giugno 1990, n. 146; decreto-legge 11 aprile 2025, n. 48, art. 14.

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