L’insulto come argomento, Peter Thiel, Leone XIV e la degenerazione del confronto
L’insulto come argomento
Peter Thiel, Leone XIV e la degenerazione del confronto
Il 24 settembre, a Berlino, ricevendo l’Axel Springer Award, Peter Thiel ha definito Leone XIV un «utile idiota» del Partito comunista cinese. La colpa del Papa è di aver chiesto, nell’enciclica Magnifica humanitas, limiti vincolanti all’intelligenza artificiale, soprattutto al suo impiego in guerra. Il ragionamento di Thiel è questo: la Cina non ascolterà il Papa, gli Stati Uniti forse sì; dunque l’enciclica «lavorava per il Partito comunista». Ha precisato di non considerare il Pontefice un agente comunista. Ha ammesso che la formula era forse «troppo dura». E l’ha mantenuta.
Non è una battuta infelice. È un fatto grave, e va chiamato con il suo nome.
Un’offesa deliberata
Thiel non ha perso il controllo delle parole. Ne ha riconosciuto la durezza e ha scelto di mantenerle. Perciò l’offesa va condannata senza attenuanti: non è uno scatto d’ira, ma un modo deliberato di umiliare chi domanda limiti al potere.
A rendere l’offesa ancora più arrogante è la posizione da cui viene pronunciata. Il fondatore di Palantir dà pubblicamente dell’«utile idiota» a chi chiede limiti all’uso dell’intelligenza artificiale e alla sua applicazione nella guerra. Parla dal riparo di un potere capace di incidere sulla vita altrui, mentre mancano gli strumenti per sanzionarne persino gli abusi più palesi. Questa impunità rende tanto più grave la scelta dell’insulto: chi dovrebbe rispondere delle proprie decisioni pretende invece di mettere sotto accusa chi gli chiede conto.
Qui sta la gravità politica dell’episodio. Quando una domanda di responsabilità viene presentata come un favore al nemico, il potere pretende di sottrarsi al giudizio: non deve più spiegare ciò che fa, mentre chi lo interroga deve difendersi dall’accusa di tradimento. Non è Leone XIV a essere stato confutato. È la possibilità stessa di chiedere conto ai potenti che Thiel ha tentato di screditare.
Che cosa aveva scritto il Papa
Magnifica humanitas, firmata il 15 maggio nel 135° anniversario della Rerum novarum, non è un documento contro la tecnica. Afferma che la tecnologia non è «di per sé un male» (n. 9), ma che non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa. Sulla guerra è netta: nessun algoritmo può rendere moralmente accettabile un conflitto, e la tecnologia può soltanto renderlo più rapido e impersonale, trasformando la difesa in previsione operativa e le vittime in dati (n. 198). E formula un criterio: ogni tecnologia che rende più facile colpire senza vedere il volto dell’altro abbassa la soglia morale del conflitto (n. 199).
Il Papa non chiede all’Occidente di disarmarsi da solo. Chiede vincoli condivisi a livello internazionale, fondati sulla responsabilità personale e sulla protezione dei civili. A questa richiesta Thiel non ha opposto un argomento. Ha opposto un insulto.
Un argomento che vale contro ogni limite
Il ragionamento che accompagna l’offesa non regge meglio di essa. Se ogni limite accettato da una parte e non dall’altra fa il gioco dell’avversario, allora nessun limite è mai legittimo. Con la stessa logica si sarebbero dovute chiamare «utili idiote» le convenzioni sulle armi chimiche e biologiche e il trattato di non proliferazione nucleare, negoziati fra nemici proprio perché la rivalità rendeva il rischio intollerabile. Un argomento che dimostra l’inutilità di ogni vincolo non dimostra nulla sul vincolo in questione. Dimostra soltanto che chi lo usa non vuole vincoli.
L’enciclica ha un paragrafo intitolato «Un presunto realismo politico». Thiel ne ha offerto l’illustrazione: un realismo che presuppone ciò che dovrebbe dimostrare, cioè che il potere esercitato da «noi» sia buono per definizione e che ogni controllo sia un sabotaggio.
Il metodo del profilo
«Utile idiota» è un’espressione della guerra fredda, attribuita per tradizione a Lenin senza riscontro nei suoi scritti. Ha sempre avuto una sola funzione: non confutare, ma schedare. Chi la pronuncia non risponde a ciò che l’altro dice; lo assegna a un campo.
Su questo blog, in Thiel, Palantir e la conoscenza preventiva, abbiamo sostenuto che chi dispone degli strumenti per vedere e classificare in anticipo i comportamenti acquista potere anche su ciò che le istituzioni riconoscono come minaccia. Nel Sacerdote senza altare la stessa preoccupazione prendeva la forma del contrasto fra il volto di una persona e il profilo che un sistema costruisce su di lei.
A Berlino abbiamo visto lo stesso metodo applicato in pubblico, con parole anziché con dati. La voce di Leone XIV non viene ascoltata; viene profilata, collocata nella colonna di chi favorisce il nemico. La categoria della minaccia si allarga fino a comprendere chi chiede limiti. Se questo è il trattamento riservato al Vescovo di Roma, davanti alle telecamere, è legittimo chiedersi quale spazio resti a chi viene classificato lontano da ogni telecamera, dentro sistemi che nessuno può interrogare.
Non una questione di galateo
Si potrebbe liquidare l’episodio come una caduta di stile. Sarebbe un errore. Quando chi detiene un potere tecnologico di questa portata si rivolge così a una delle poche voci morali ascoltate nel mondo, il danno non riguarda la buona educazione, ma le condizioni stesse del confronto pubblico. Dopo l’insulto non c’è più nulla da discutere: c’è solo da scegliere da che parte stare. È precisamente ciò che l’insulto vuole ottenere.
La competizione con la Cina è reale, e nessuno pensa che Pechino si regolerà in base a un’enciclica. Ma una democrazia che rinuncia a controllare le proprie tecnologie di sorveglianza e di guerra per non restare indietro rispetto a un regime autoritario ha già concesso a quel regime il punto decisivo: che la potenza non debba rispondere a nessuno. Vincerebbe la gara perdendo la ragione per cui valeva la pena correrla.
Il criterio resta quello che abbiamo cercato di formulare, e vale per Washington come per Pechino, per un governo come per un’azienda privata che gli fornisce gli strumenti: nessuno può rivendicare per sé il diritto di vedere, classificare e decidere senza rispondere alle persone coinvolte e a istituzioni democraticamente responsabili.
Fra i paragrafi di Magnifica humanitas ce n’è uno intitolato «Disarmare le parole». Thiel ha risposto armandole. Chi chiede limiti al potere non è l’idiota utile di nessuno. Chi risponde con l’insulto a una domanda di responsabilità, invece, ha già detto tutto di sé.
Pasquale Palumbo
Immagine generata con intelligenza artificiale (AI).
Riferimenti
Leone XIV, Magnifica humanitas, vatican.va.
L’Osservatore Romano, sintesi dell’enciclica, 25 maggio 2026.
AGI, «Thiel attacca il Papa sull’IA», 26 settembre 2026.
Video della conversazione Thiel–Döpfner (YouTube).