La pace non accade: deve essere costruita Anna Loretoni rilegge Kant nel tempo del riarmo
La pace non accade: deve essere costruita
Anna Loretoni rilegge Kant nel tempo del riarmo
Al festival filosofia 2026, dedicato al tema del caos (Modena, Carpi, Sassuolo, 18–20 settembre), Anna Loretoni, professoressa ordinaria di Filosofia politica alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e studiosa di lungo corso del pensiero kantiano sulla pace (Pace e progresso in Kant, 1996; Teorie della pace), ha riletto Per la pace perpetua (1795) alla luce del disordine internazionale contemporaneo. Non una commemorazione accademica, ma il recupero di uno strumento critico sorprendentemente attuale.
La domanda di partenza è radicale: è possibile costruire un ordine di pace in una dimensione internazionale strutturalmente anarchica?
“Anarchica” non significa soltanto disordinata, ma priva di un’autorità superiore agli Stati. All’interno dello Stato moderno i conflitti sono sottoposti a leggi e istituzioni; fra gli Stati, invece, permane la possibilità della guerra. Ogni Stato sovrano non riconosce sopra di sé un potere capace di giudicarlo e costringerlo.
Loretoni richiama Norberto Bobbio: nella coppia guerra-pace il termine forte è stato quasi sempre la guerra. Di essa possediamo definizioni positive, strategie, dottrine e istituzioni. La pace rimane spesso un concetto residuale: il tempo durante il quale non si combatte. Già Hobbes, dopo aver definito lo stato di guerra, chiamava pace tutto «il tempo restante» (Leviatano, cap. XIII).
Kant compie il movimento opposto: tenta di attribuire alla pace un contenuto positivo.
Tre modi di pensare la guerra
Loretoni distingue tre grandi tradizioni, secondo uno schema divenuto classico negli studi di relazioni internazionali.
La prima è il realismo politico, da Tucidide e Machiavelli fino a Hobbes, Hegel, Clausewitz e ai teorici contemporanei. In questa prospettiva la guerra è uno strumento della politica: la dimensione internazionale resta dominata dai rapporti di forza fra Stati sovrani.
La seconda, risalente a Grozio, cerca una posizione intermedia: riconosce che fra gli Stati possa esistere un ordine, benché non vi sia un governo sovranazionale, e comprende le successive teorie della “guerra giusta”.
La terza è la tradizione pacifista, alla quale appartiene Kant.
Il pacifismo kantiano, precisa Loretoni, non è soltanto morale o religioso: è soprattutto un pacifismo istituzionale. La pace non è una condizione naturale e non nasce spontaneamente dalla buona disposizione degli uomini. Kant lo scrive esplicitamente: lo stato di natura fra gli uomini è uno stato di guerra, e lo stato di pace deve perciò essere istituito. È un artificio, qualcosa che va deliberatamente costruito mediante diritto, istituzioni e buona politica.
È forse la tesi più importante dell’intera lezione: non basta desiderare la pace; bisogna costruirne le condizioni materiali e giuridiche.
Un’utopia pragmatica
Loretoni definisce quella kantiana una «utopia pragmatica». L’espressione potrebbe sembrare contraddittoria, ma indica esattamente la forza del progetto.
L’utopia apre il presente alla possibilità di un futuro diverso. Non è una chimera collocata fuori dalla storia, ma una meta che orienta l’azione dentro la storia. La pace perpetua appartiene al “dover essere”: non descrive il mondo quale è, ma indica il mondo che la politica deve cercare di realizzare.
Kant non ignora la realtà della guerra. Sotto il profilo descrittivo è, secondo Loretoni, persino un realista: riconosce che gli Stati vivono in una condizione nella quale la guerra, combattuta o semplicemente minacciata, rimane sempre possibile. Ma rifiuta di trasformare questa constatazione in una legge eterna. Ciò che esiste non esaurisce ciò che può e deve esistere.
L’utopia è pragmatica perché stabilisce un cammino graduale. La politica della pace richiede principi morali, ma anche prudenza, conoscenza dei rapporti di forza e capacità di trasformare progressivamente le istituzioni.
Disarmare il dilemma della sicurezza
Fra gli articoli preliminari del progetto kantiano, Loretoni ne sottolinea due particolarmente attuali.
Il primo vieta che uno Stato indipendente possa essere acquisito da un altro per eredità, scambio, compera o donazione, come se fosse un patrimonio. Nel lessico odierno vi riconosciamo il principio di autodeterminazione dei popoli.
Il secondo prescrive che gli eserciti permanenti siano col tempo interamente aboliti. Ogni Stato aumenta i propri armamenti per sentirsi più sicuro; gli altri interpretano quell’aumento come una minaccia e si armano a loro volta. Kant descrive con precisione la dinamica che la teoria internazionale del Novecento chiamerà “dilemma della sicurezza”: ciascuno cerca unilateralmente sicurezza e tutti diventano più insicuri.
La sicurezza fondata sull’accumulazione delle armi diventa pertanto irraggiungibile. Ogni incremento produce l’incremento successivo dell’avversario. Il riarmo non conclude la paura: la alimenta.
Nota di Pax‑Lab. È difficile non riconoscere in questa descrizione la dinamica nella quale l’Europa si sta oggi lasciando coinvolgere. La lezione kantiana rovescia la formula dominante: non è detto che più armi producano più sicurezza; possono produrre una spirale di minaccia, sospetto e preparazione della guerra.
Le tre condizioni della pace
Gli articoli definitivi indicano tre livelli inseparabili.
Il primo riguarda l’ordinamento interno: la costituzione di ogni Stato deve essere repubblicana, fondata cioè sulla libertà dei membri, sulla loro comune soggezione alla legge e sull’uguaglianza dei cittadini, con separazione fra potere legislativo ed esecutivo. Kant distingue con cura la repubblica dalla democrazia, che nel suo lessico designa una forma di dominio; ciò che egli chiama repubblica è però vicino a ciò che oggi chiameremmo democrazia rappresentativa e costituzionale. Kant riteneva che i cittadini, sui quali ricadono morti, distruzioni e debiti della guerra, sarebbero stati meno inclini a deliberarla rispetto a un sovrano che non ne sopporta personalmente le conseguenze.
Loretoni riconosce i limiti della successiva “teoria della pace democratica”: anche le democrazie hanno fatto guerre, talvolta presentandole come esportazioni della democrazia. Rimane tuttavia un nesso fra autoritarismo interno e aggressività esterna. Dove si indeboliscono controllo democratico, consenso e deliberazione pubblica, diventa più facile ricorrere alla forza.
Il secondo articolo prescrive una federazione di liberi Stati. Non basta il diritto internazionale come insieme di solenni dichiarazioni: occorrono istituzioni capaci di comporre le controversie e di limitare la sovranità assoluta.
Kant non auspica però uno Stato mondiale. Loretoni insiste su questa distinzione: una monarchia universale, avverte Kant, degenererebbe in un «dispotismo senz’anima». La pace non deve cancellare la pluralità dei popoli, delle identità e degli ordinamenti. Il progetto è una federazione di Stati liberi, non una monarchia planetaria.
Il terzo articolo introduce il diritto cosmopolitico, limitato alle condizioni dell’ospitalità universale. Poiché la superficie della Terra è sferica e limitata, gli esseri umani sono inevitabilmente destinati a incontrarsi, e nessuno ha originariamente più diritto di un altro a trovarsi in un luogo della Terra. Lo straniero che giunge presso un altro popolo non deve essere trattato come un nemico. La Terra, tradotto nel nostro lessico, è un bene comune.
L’Europa, risultato incompiuto
Loretoni legge l’integrazione europea come un esempio, almeno parziale, dell’utopia pragmatica kantiana. Nel 1950, cinque anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, la Dichiarazione Schuman propose di mettere in comune la produzione di carbone e acciaio di Francia e Germania, cioè proprio le risorse fondamentali della potenza industriale e militare; ne nacque, con altri quattro Paesi fra cui l’Italia, la Comunità europea del carbone e dell’acciaio (1951).
Fu un atto di immaginazione politica: trasformare due nemici storici in membri di una comunità nella quale la guerra reciproca diventasse impensabile.
L’Unione Europea presenta carenze profonde, ammette Loretoni: non possiede una politica estera realmente comune, ha compiuto scelte criticabili, soprattutto nelle politiche migratorie, e non è stata capace di intervenire efficacemente nelle guerre vicine. Ma ha prodotto un risultato storico: la pacificazione interna fra Stati un tempo nemici.
La spinta iniziale, tuttavia, si è esaurita. L’integrazione economica non è stata completata da una vera costruzione politica. Qui si apre il problema più urgente: quale soggetto politico deve diventare l’Europa?
La pace deve essere anche giusta
Nella conclusione Loretoni formula il giudizio più direttamente politico: il sovranismo non rimane pacificamente chiuso entro i confini nazionali. La sovranità assoluta tende a tradursi in aggressività esterna. Ne indica esempi nella Russia, in Israele e negli Stati Uniti contemporanei.
Al tempo stesso non ogni pace merita quel nome. Esiste una pace imperiale, imposta dal vincitore, fondata sulla subordinazione e sulla paura. La pace kantiana deve invece essere definita positivamente:
• benessere;
• diritti umani;
• rispetto delle minoranze;
• tutela delle identità;
• istituzioni capaci di comporre i conflitti;
• limitazione della sovranità e della forza militare.
Non dunque “pace purché sia”, ma pace giusta.
L’ultimo passaggio della lezione collega Per la pace perpetua alla Risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo? (1784). Costruire la pace richiede l’uso pubblico della ragione: pensare con la propria testa, sottrarsi al conformismo, mettere in discussione le narrazioni dominanti, uscire dallo stato di minorità.
Quando la guerra torna a essere il linguaggio ordinario delle relazioni internazionali e il riarmo viene presentato come una necessità indiscutibile, esercitare pubblicamente la ragione critica diventa già un atto politico.
La lezione di Kant, attraverso Loretoni, può essere riassunta così: la guerra è un fatto, non un destino; la pace è un’utopia, ma può diventare un progetto. Essa non discende automaticamente dalla storia. Richiede immaginazione, istituzioni, diritto, prudenza e la volontà politica di sottrarre la sicurezza alla spirale delle armi.
Nota di Pax‑Lab. Per noi il punto decisivo è proprio questo: denunciare il riarmo non basta. Occorre tornare a proporre le istituzioni, le pratiche e le forme di cooperazione capaci di rendere la guerra progressivamente più difficile, fino a sottrarle la pretesa di essere l’ultima parola della politica.
Pasquale Palumbo
Immagine generata con intelligenza artificiale (AI).