La crisi dell’Europa - Parte III

La crisi dell’Europa - Parte III

La crisi dell’Europa - Parte III

La mancanza d’indipendenza

Nei due precedenti interventi ho cercato di mostrare come la guerra russo-ucraina abbia reso evidente un fallimento che viene da lontano e riguarda la costruzione politica europea. L’Unione, nata dalla promessa di superare attraverso istituzioni comuni la logica delle potenze nazionali che aveva devastato il continente, si è trovata di fronte alla più grave crisi militare europea dalla fine della Seconda guerra mondiale senza possedere una capacità politica proporzionata alla gravità degli eventi. Non è riuscita a diventare un soggetto autonomo né nella gestione del conflitto né, soprattutto, nella ricerca delle condizioni necessarie per porvi termine. Ma questa incapacità politica nasconde un problema ancora più profondo. Un soggetto politico può esercitare realmente la propria autonomia soltanto se possiede anche i mezzi materiali necessari per trasformare le proprie decisioni in azione. Ed è precisamente su questo terreno che emerge forse la conseguenza più grave dell’incompiutezza europea. L’Europa non è soltanto politicamente divisa. È diventata strutturalmente dipendente.

Quando l’interdipendenza diventa dipendenza
Per molti decenni si è pensato che l’interdipendenza economica internazionale avrebbe progressivamente ridotto il significato della sovranità e della politica di potenza. L’apertura dei mercati, la circolazione dei capitali, la costruzione di catene produttive globali e l’integrazione tecnologica avrebbero dovuto rendere il conflitto sempre meno conveniente. Se tutti dipendono da tutti, la cooperazione dovrebbe diventare la scelta razionale.
Questa previsione conteneva però un presupposto che si è rivelato assai problematico: che l’interdipendenza fosse sostanzialmente simmetrica.
Non lo è.
Le reti finanziarie, digitali e tecnologiche sulle quali poggia ormai la vita delle nostre società si sono progressivamente concentrate attorno ad alcuni nodi fondamentali. Chi controlla questi nodi non dispone semplicemente di una maggiore quota di mercato, ma possiede una forma di potere perché può conoscere ciò che attraversa quelle infrastrutture, stabilirne le condizioni di accesso e, in determinate circostanze, impedirne l’utilizzazione.
L’interdipendenza, quando diventa asimmetrica, può dunque trasformarsi in uno strumento di coercizione.
È qui che il problema europeo assume tutta la sua dimensione. Le grandi piattaforme tecnologiche non sono più semplicemente imprese che vendono prodotti o servizi, ma sono diventate infrastrutture dalle quali dipendono funzioni essenziali della società, dell’economia e dello stesso Stato. Cloud, sistemi operativi, elaborazione dei dati, intelligenza artificiale, sistemi di pagamento, infrastrutture digitali, cybersicurezza e capacità di intelligence costituiscono ormai una parte essenziale della sovranità effettiva.
Uno Stato può continuare a essere formalmente proprietario dei propri dati e giuridicamente titolare delle proprie decisioni. Ma se per raccogliere, integrare, interpretare e trasformare quei dati in capacità operativa dipende da imprese private straniere, la sua sovranità rimane intatta sul piano formale mentre viene progressivamente limitata su quello sostanziale.
È precisamente la condizione nella quale si trova oggi l’Europa.
Circa quattro quinti della spesa europea per cloud e software finiscono nelle mani di fornitori non europei. Amazon, Microsoft e Google controllano circa il settanta per cento del mercato cloud dell’Unione, Android e iOS dominano quasi completamente il settore mobile, mentre soltanto una quota minima dei brevetti mondiali nell’intelligenza artificiale appartiene a soggetti europei.
La situazione non cambia radicalmente quando dal digitale passiamo alla transizione energetica. La Cina controlla una parte enorme della produzione mondiale delle batterie al litio e delle loro esportazioni, mentre l’Unione Europea rappresenta il principale importatore mondiale. Il rischio è evidente: uscire da una dipendenza energetica per entrare in un’altra dipendenza tecnologica e industriale.
Non si tratta dunque semplicemente di un ritardo economico. È una questione politica.

Mercato e potenza
Stati Uniti e Cina hanno seguito modelli profondamente diversi e sotto molti aspetti opposti, ma hanno avuto almeno una caratteristica comune: nessuno dei due ha interpretato la globalizzazione come una rinuncia alla costruzione di proprie capacità strategiche.
La Cina ha aperto la propria economia e partecipato alle catene internazionali del valore, ma ha contemporaneamente perseguito una politica industriale diretta alla costruzione di un proprio ecosistema tecnologico. Gli Stati Uniti, attraverso strumenti differenti, non hanno mai realmente abbandonato l’intervento pubblico nei settori considerati strategici. Ricerca finanziata dallo Stato, commesse militari, programmi pubblici, investimenti e appalti hanno accompagnato la crescita dell’industria tecnologica americana.
L’Europa ha compiuto una scelta differente. Ha costruito progressivamente il proprio modello sulla disciplina fiscale, sulla competitività delle esportazioni e, soprattutto dopo la crisi finanziaria del 2008, sulla compressione degli investimenti pubblici. Ha inoltre finito troppo spesso per identificare la politica industriale con la politica della concorrenza, concentrandosi sulla costruzione di un mercato uniforme, sulla limitazione degli aiuti di Stato e sull’eliminazione delle distorsioni concorrenziali.
Tutto questo poteva essere necessario alla costruzione del mercato unico. Esiste però una differenza decisiva tra organizzare efficientemente un mercato e costruire le capacità strategiche di una società. La concorrenza può distribuire capacità che già esistono, ma non garantisce la creazione di quelle che ancora non esistono e delle quali una società potrebbe avere bisogno vent’anni dopo.
Qui il fallimento economico torna a incontrare il fallimento politico analizzato nei precedenti articoli.
L’Europa possiede una personalità giuridica, istituzioni comuni, un mercato di dimensioni continentali e, per gran parte dei suoi Stati, una moneta comune. Possiede inoltre una straordinaria capacità normativa. Ma quando occorre definire un interesse strategico comune, assumere rischi industriali, concentrare investimenti per periodi molto lunghi o decidere quali dipendenze siano incompatibili con la propria autonomia, dietro l’Unione continuano a riapparire gli Stati nazionali con differenti interessi economici, strutture produttive, bilanci e priorità politiche.
È forse questa la formula che meglio riassume il problema: gli Stati Uniti hanno partecipato alla globalizzazione come mercato e come potenza, la Cina ha partecipato alla globalizzazione come mercato e come potenza, mentre l’Europa vi ha partecipato soprattutto come mercato.

La dipendenza tecnologica europea non rappresenta quindi soltanto un ritardo industriale. È la manifestazione materiale della sua incompiutezza politica.
Essere armati non significa essere sovrani
È precisamente per questa ragione che il problema investe direttamente anche la guerra russo-ucraina. L’autonomia strategica non consiste infatti soltanto nella disponibilità di armamenti, ma nella possibilità di definire autonomamente i propri interessi, costruire una politica estera coerente con essi e possedere gli strumenti economici, tecnologici, energetici, diplomatici e, quando necessario, militari per perseguirla.
Un continente che dipende in misura decisiva da altri per le infrastrutture digitali, il cloud, l’intelligenza artificiale, componenti fondamentali delle proprie tecnologie e una parte crescente delle proprie capacità militari difficilmente può immaginare di possedere una politica estera pienamente autonoma.
Qui appare uno dei paradossi più evidenti della risposta europea alla crisi attuale. Dopo decenni durante i quali la disciplina fiscale sembrava rendere estremamente difficile mobilitare grandi risorse pubbliche per la ricerca, l’istruzione, le infrastrutture tecnologiche e industriali, la transizione energetica o la costruzione di grandi soggetti europei nei settori strategici, l’Europa sembra improvvisamente riscoprire la possibilità dell’investimento pubblico quando l’obiettivo diventa il riarmo.
Ma un’Europa più armata non è necessariamente un’Europa più sovrana.
Se rimane dipendente dagli Stati Uniti per tecnologie, infrastrutture digitali, intelligence e componenti decisive della propria sicurezza e dalla Cina per parti essenziali delle catene industriali necessarie alla transizione tecnologica ed energetica, può diventare militarmente più forte senza diventare politicamente più autonoma. Può, in altre parole, diventare più armata restando dipendente.
La questione della pace torna allora al centro del problema.

Nei precedenti interventi ho sostenuto che l’Europa non è riuscita a svolgere nella guerra russo-ucraina quella funzione politica e diplomatica che avrebbe dovuto corrispondere alla propria storia e alla ragione stessa della sua nascita. Possiamo ora aggiungere un elemento ulteriore: forse non è riuscita a farlo anche perché non aveva costruito le condizioni materiali della propria autonomia.
Non basta avere il diritto di decidere. Bisogna possedere la capacità di fare ciò che si è deciso. Questa è, in ultima analisi, la sostanza della sovranità.
La sicurezza oltre le armi
La vera sicurezza europea dovrebbe allora essere pensata in termini assai più ampi della sola sicurezza militare. Cloud, intelligenza artificiale, semiconduttori, energia, ricerca scientifica, scuola, batterie, cybersicurezza, sanità e sistemi di pagamento riguardano la sicurezza di una società almeno quanto gli armamenti.
Costruire autonomia in questi settori significa rendere una società meno dipendente e meno esposta alla possibilità che decisioni prese altrove ne condizionino le scelte. Significa quindi, paradossalmente, renderla anche più capace di perseguire una politica di pace.
Una capacità comune di difesa può certamente appartenere a questo progetto, ma dovrebbe esserne uno strumento e non il sostituto.
La domanda decisiva non è quindi semplicemente quanto l’Europa debba armarsi. È quale Europa vogliamo costruire e quale capacità autonoma vogliamo darle.
Non possiamo semplicemente imitare il modello americano, nel quale una quota crescente della capacità di determinare il futuro collettivo si concentra nelle mani di gigantesche imprese tecnologiche private. Né può rappresentare un’alternativa il modello cinese, nel quale il potere economico e tecnologico rimane subordinato a un comando politico autoritario.
Se una via europea è ancora possibile, dovrebbe consistere precisamente nella ricerca di una terza soluzione: capacità pubblica senza autoritarismo, autonomia senza autarchia, forza senza dominio, sicurezza senza trasformare la paura nel principio ordinatore della politica.
Ma tutto questo presuppone ciò che il processo di integrazione non è ancora riuscito a produrre: una volontà politica europea.
Il fallimento che la guerra russo-ucraina ha portato drammaticamente alla luce non riguarda dunque soltanto la politica estera o la diplomazia. Attraversa l’economia, la tecnologia, l’industria, l’energia e la difesa. È il fallimento di un continente che ha costruito un mercato senza riuscire a costruire fino in fondo il soggetto politico capace di governarlo.
Per questo il problema della guerra, il problema della pace e il problema della sovranità tecnologica sono, in fondo, aspetti differenti della stessa questione.
L’Europa non diventerà autonoma semplicemente trovando un nemico comune e difficilmente troverà nella paura quella unità politica che non è riuscita a costruire attraverso un progetto condiviso.
La sua maturità comincerà quando sarà capace di decidere insieme che cosa vuole essere e, nello stesso tempo, di costruire i mezzi materiali necessari per poterlo diventare.

 

Carlo Palumbo

Immagine generata con intelligenza artificiale (AI).

 

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