La facoltà di dire no-terza parte

La facoltà di dire no-terza parte

 

LA FACOLTÀ DI DIRE NO

Tecnologia, potere e responsabilità

 

PARTE III

La libertà europea sotto tutela

 

Gli Stati Uniti proclamano la propria sovranità; l'Europa proclama i propri diritti. Ma chi possiede le infrastrutture può trasformare la propria sovranità in potere effettivo.

Non siamo più nel campo delle ipotesi. I fatti degli ultimi mesi mostrano con una chiarezza difficilmente contestabile che gli Stati Uniti esercitano un potere extraterritoriale capace di incidere concretamente sulla vita di cittadini, istituzioni e organizzazioni europee. Lo esercitano attraverso le sanzioni finanziarie, la centralità del dollaro, i sistemi di pagamento, la giurisdizione sulle imprese americane, le piattaforme digitali e il controllo di nodi essenziali dell'infrastruttura tecnologica globale.

Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite, è stata sottoposta a sanzioni statunitensi. Nicolas Guillou, magistrato francese della Corte penale internazionale, ha subito un provvedimento analogo. Autistici/Inventati, realtà italiana che forniva servizi digitali a migliaia di persone e organizzazioni, è stata inserita nelle liste sanzionatorie americane. Sono casi profondamente diversi e non interessa qui stabilire se le posizioni degli interessati siano condivisibili. Interessa osservare che cosa accade dopo.

Una decisione presa a Washington attraversa l'Atlantico e produce conseguenze nella vita quotidiana di persone che vivono in Europa. Rapporti bancari e sistemi di pagamento diventano inutilizzabili o problematici, servizi vengono sospesi, domini diventano irraggiungibili, imprese e intermediari interrompono rapporti per timore delle conseguenze derivanti dalle sanzioni americane. L'over-compliance moltiplica ulteriormente gli effetti: nessuno deve ordinare ogni singola esclusione. È sufficiente che banche e imprese sappiano quale prezzo potrebbero pagare continuando a servire il soggetto colpito.

È la cyberscomunica.

Il termine può sembrare provocatorio, ma descrive con precisione il fenomeno. La scomunica antica espelleva dalla comunità religiosa. Quella digitale può espellere, in tutto o in parte, dalla comunità materiale contemporanea: pagare, comunicare, acquistare, conservare documenti, utilizzare servizi, mantenere un sito, lavorare. E soprattutto mostra qualcosa che l'Europa non può più fingere di non vedere: la dipendenza tecnologica è dipendenza politica.

Non occorre che gli Stati Uniti minaccino ogni volta l'Europa. Il potere è già incorporato nella struttura. Se una parte essenziale delle nostre comunicazioni, dei nostri dati, dei servizi cloud, dei sistemi operativi, dei pagamenti e delle piattaforme attraverso le quali funzionano economia e società dipende da imprese sottoposte alla giurisdizione americana, esiste un'asimmetria politica prima ancora che essa venga utilizzata in una specifica controversia, e i casi appena richiamati mostrano che viene utilizzata.

La National Security Strategy statunitense del 2025 non lascia molti dubbi sulla concezione che Washington ha dei propri strumenti di potenza. Finanza, tecnologia, industria, mercati e capacità militare concorrono alla tutela dell'interesse nazionale. Sarebbe ingenuo scandalizzarsene. Gli Stati Uniti perseguono i propri interessi con gli strumenti dei quali dispongono. La domanda è un'altra: perché l'Europa ha consentito che quegli strumenti diventassero indispensabili al funzionamento della propria società? Qui la denuncia deve rivolgersi soprattutto a noi stessi.

L'Unione europea ha costruito probabilmente il più sofisticato sistema sovranazionale di tutela dei diritti esistente. Regolamenta la privacy, disciplina le piattaforme, limita l'uso dei dati, interviene sull'intelligenza artificiale, tutela la concorrenza. Ma un diritto non consiste soltanto nella norma che lo proclama. Ha bisogno delle condizioni materiali che permettono di esercitarlo. Se il diritto europeo garantisce una libertà, ma un'infrastruttura sottoposta alla giurisdizione di un altro Stato può renderne difficile o impossibile l'esercizio, quella libertà non è interamente nelle mani dell'Europa.

È qui che la frammentazione politica del continente mostra tutta la propria gravità — ed è il punto su cui questo pezzo si salda alla terza parte della trilogia La crisi dell'Europa, dedicata proprio alla mancanza d'indipendenza tecnologica e industriale del continente. Ventisette Stati continuano a difendere gelosamente quote di sovranità nazionale mentre perdono insieme sovranità reale.

Nessuno Stato europeo, preso isolatamente, possiede la massa critica necessaria per confrontarsi sullo stesso piano con Stati Uniti e Cina nei grandi sistemi digitali enell'intelligenza artificiale. I casi Albanese, Guillou e Autistici/Inventati non aggiungono un argomento nuovo a quella diagnosi: ne mostrano l'applicazione concreta, nel corpo di persone e organizzazioni reali.

Il paradosso è feroce: nel tentativo di non cedere sovranità all'Europa, gli Stati europei finiscono per cederla al mondo esterno.

E non si tratta soltanto di economia. Una dipendenza strategica modifica la libertà della decisione politica. Essere liberi non significa soltanto poter pronunciare un «no». Significa poterlo pronunciare sopportandone autonomamente le conseguenze. Se una scelta europea deve essere valutata anche in funzione della dipendenza da infrastrutture che un'altra potenza può utilizzare come strumenti della propria politica, la libertà europea è già condizionata.

I casi Albanese, Guillou e Autistici/Inventati hanno il merito involontario di aver reso visibile il meccanismo. Non dimostrano ciò che gli Stati Uniti potrebbero fare. Mostrano ciò che fanno.

Sarebbe un errore trasformare questa denuncia in antiamericanismo. Il problema non è che gli Stati Uniti possiedano una sovranità e la esercitino. Il problema è che l'Europa non possiede ancora gli strumenti necessari per esercitare pienamente la propria, e questo riguarda direttamente la tenuta della democrazia.

Le costituzioni moderne non affidano la libertà alla benevolenza di chi detiene il potere: costruiscono istituzioni capaci di limitarlo. Il costituzionalismo ha imparato, almeno in parte, a rendere visibile e sottoporre a procedure l'esercizio della forza pubblica. Il potere infrastrutturale sfugge invece ancora largamente a queste garanzie. Il potere infrastrutturale non ha questa evidenza: si esercita per interruzione di un servizio, per chiusura di un conto, per irraggiungibilità di un dominio. Non ha bisogno di un tribunale né di un atto pubblico. Agisce prima ancora che si possa discuterne, e nella maggior parte dei casi senza che chi lo subisce abbia diritto a un contraddittorio.

È questo lo scarto che la società digitale deve ancora colmare. Le costituzioni novecentesche hanno imparato a limitare il potere dello Stato attraverso la separazione dei poteri, il controllo giurisdizionale, il diritto di difesa. Nessuno di questi strumenti è stato pensato per un potere che si esercita attraverso l'infrastruttura tecnica anziché attraverso la legge, e che per questo sfugge alle categorie con cui il costituzionalismo lo intercetterebbe. Un'impresa privata che gestisce un sistema di pagamento, un fornitore cloud, un registrar di domini: nessuno di questi soggetti è stato investito di un potere pubblico, eppure ciascuno può, in pratica, disporre delle condizioni materiali attraverso le quali una persona esercita un diritto riconosciuto dalla legge.

Non basta dunque invocare genericamente una «sovranità digitale europea». Occorrono infrastrutture, capacità industriale, sistemi di pagamento, tecnologie proprie: su questo la diagnosi è nota. Ma accanto alla capacità industriale occorre una seconda cosa, distinta e altrettanto urgente: regole che stabiliscano dove finisce la discrezionalità di chi gestisce un'infrastruttura essenziale e dove comincia un diritto che nessuna decisione unilaterale, pubblica o privata, dovrebbe poter sospendere. Un conto corrente, un dominio, un accesso cloud non sono favori revocabili: quando diventano condizione necessaria per esercitare un diritto fondamentale, la loro sospensione andrebbe trattata con le stesse cautele — motivazione, proporzionalità, possibilità di difesa — che il costituzionalismo ha imposto al potere pubblico. Finché questo secondo pilastro mancherà, anche un'Europa dotata di proprie infrastrutture resterà esposta alla stessa logica, semplicemente spostata di sede: la questione non è soltanto di chi sono i cavi e i server, ma quali limiti valgono per chi li controlla.

L'Europa ha costruito una grande civiltà dei diritti sopra infrastrutture che in larga misura non controlla, e senza aver ancora deciso quali limiti debbano valere per chi le controlla. La sua frammentazione politica trasforma questa dipendenza tecnologica in dipendenza strategica. E quando la dipendenza riguarda gli strumenti attraverso i quali esercitiamo concretamente le nostre libertà, ciò che è in gioco non è più soltanto la sovranità dell'Unione. È la libertà di ogni europeo.

Pasquale Palumbo

Immagine generata con intelligenza artificiale (AI).

 

Articoli Correlati