costruzioni di edifici in Sudan

Abitare il mondo oggi - una Trilogia

Viviamo un tempo in cui parole come clima, guerra, sviluppo vengono spesso trattate come capitoli separati. Una crisi ambientale da un lato, conflitti armati dall’altro, modelli economici da correggere qua e là. Questa frammentazione del discorso è rassicurante, ma rischia di essere profondamente fuorviante.
Il contributo inaugurale di Azione Ecologica, Pace come Abitabilità, ha proposto una tesi di fondo: la pace non è separabile dalle condizioni materiali che rendono possibile la vita comune. Questo secondo articolo assume quella tesi come punto di partenza e ne sviluppa le implicazioni, introducendo una trilogia dedicata a una domanda più ampia e più radicale: che cosa significa abitare il mondo, oggi?

La convinzione da cui nasce questa trilogia è semplice e, insieme, netta: la crisi che stiamo attraversando non è soltanto ambientale, né soltanto politica. È una crisi dell’abitare. Sempre più territori del pianeta diventano difficili da vivere, poi fragili, infine inabitabili. Questo processo non avanza in modo lineare: procede per retroazioni, si amplifica, accelera. Quando non viene governato, può sfociare nella guerra, che rappresenta la forma più estrema e immediata di inabitabilità prodotta dall’azione umana.
La trilogia comprende tre articoli:
• nel primo si mette in evidenzia il legame profondo tra guerra e crisi climatica, mostrando come la guerra non sia un incidente della storia, ma una soglia sistemica dell’Antropocene;
• nel secondo, il Sudan si assume come case history prendendo in esame un paese in cui degrado ambientale, migrazioni interne, collasso istituzionale e conflitto armato si intrecciano fino a negare la possibilità stessa di abitare;
• nel terzo si analizza l’Agenda 2030, un progetto lucido nell’individuare gli obiettivi necessari a rendere il pianeta abitabile, ma profondamente vulnerabile nei mezzi proposti per raggiungerli.

Il filo che unisce questi testi è il medesimo: non esiste pace senza abitabilità, e non esiste abitabilità senza una revisione profonda del modello di sviluppo che domina il mondo. Comprendere queste connessioni è una condizione preliminare per immaginare un futuro che non sia solo tecnicamente possibile, ma umanamente abitabile.

Parte I
La guerra come retroazione estrema dell’Antropocene

Nel dibattito pubblico contemporaneo la guerra e la crisi climatica vengono quasi sempre trattate come fenomeni distinti. La prima appartiene alla sfera della politica e della sicurezza, la seconda a quella dell’ambiente e della scienza. Questa separazione è rassicurante, ma profondamente ingannevole. Se osserviamo il mondo attraverso la lente dell’abitabilità, diventa evidente che guerra e clima non sono capitoli separati, ma parti di un unico sistema di retroazioni. Per abitabilità intendiamo l’insieme delle condizioni che rendono possibile una vita umana organizzata: accesso all’acqua e al cibo, sicurezza, salute, istituzioni funzionanti, relazioni sociali, continuità nel tempo. L’abitabilità non è solo una questione biologica, ma una costruzione fragile che tiene insieme ambiente, società e politica.

L’Antropocene come erosione dell’abitare
L’Antropocene si intende come l’epoca in cui l’azione umana ha iniziato a incidere sistematicamente sulle condizioni di abitabilità del pianeta. Il riscaldamento globale, il consumo di suolo, l’estrazione intensiva delle risorse, la perdita di biodiversità, l’aumento delle disuguaglianze non rendono immediatamente il mondo invivibile, ma ne erodono progressivamente le basi. Questo processo non è lineare. Ogni riduzione dell’abitabilità introduce stress: sulle risorse, sulle comunità, sulle istituzioni. E lo stress, a sua volta, attiva retroazioni positive, meccanismi che amplificano gli effetti iniziali invece di compensarli. Meno risorse genera competizione, la competizione indebolisce i legami sociali, l’indebolimento dei legami rende più fragile la convivenza.

La guerra come soglia sistemica
In questa dinamica, la guerra occupa un posto del tutto particolare. Non è un fattore tra gli altri, né un evento accidentale. È una soglia. La guerra produce inabitabilità immediata e totale: distrugge lo spazio fisico dell’abitare; annulla servizi essenziali come acqua, sanità, energia; dissolve le istituzioni; spezza i legami sociali; cancella la prospettiva del futuro. Dove c’è guerra non si parla più di rischio o vulnerabilità: si parla di negazione dell’abitare. Non si vive più un territorio, lo si subisce o lo si abbandona. Per questo la guerra può essere considerata l’attività umana che produce il massimo grado di inabitabilità del pianeta. Nessun’altra azione colpisce simultaneamente tutte le dimensioni dell’abitare.

Retroazioni dell’inabitabilità verso il conflitto
Dire che la guerra è una soglia non significa dire che sia inevitabile. Significa riconoscere che, quando le retroazioni dell’inabitabilità non vengono governate, la probabilità del conflitto cresce. Riduzione delle risorse, migrazioni forzate, collasso istituzionale, militarizzazione della società non sono cause isolate, ma passaggi concatenati. La guerra, in questo senso, non nasce nel vuoto: emerge come esito amplificato di dinamiche lasciate correre troppo a lungo. Questa lettura consente di evitare due errori opposti: il determinismo climatico (“il clima causa la guerra”) e la rimozione politica (“la guerra è solo una questione di potere”). La guerra va compresa come risposta distruttiva a un sistema già degradato.

La guerra come acceleratore climatico
Una volta iniziata, la guerra non si limita a distruggere l’abitabilità presente. Agisce anche come acceleratore delle crisi ambientali. Distrugge infrastrutture idriche ed energetiche, interrompe l’agricoltura, impedisce qualsiasi forma di adattamento climatico, concentra popolazioni in territori ecologicamente fragili. In termini sistemici, la guerra annulla la capacità adattiva. Anche stress climatici che potrebbero essere gestiti diventano devastanti perché mancano istituzioni, fiducia e cooperazione. Il clima, in un contesto bellico, smette di essere una sfida da affrontare e diventa una condanna.

Le retroazioni della guerra: l’escalation
Ma il ragionamento non si ferma qui. Anche la guerra, una volta avviata, introduce retroazioni positive. Ogni violenza genera paura, la paura giustifica nuova violenza, le perdite radicalizzano le posizioni, il compromesso diventa tradimento. La guerra è un sistema intrinsecamente instabile. Tende all’escalation. Non perché gli attori siano irrazionali, ma perché ciascuno reagisce in modo apparentemente razionale alla minaccia dell’altro. È il classico dilemma della sicurezza: ci si arma per difendersi e così si rende l’altro più insicuro. Se non viene interrotta, questa dinamica spinge verso forme di distruzione sempre maggiori. Il nucleare, in questo quadro, non appare come un’improvvisa follia, ma come il limite interno della logica bellica: l’esito estremo di un sistema che non riesce più ad autoregolarsi.

Una conclusione necessaria
Questo sguardo conduce a una conclusione netta: la pace non è un valore aggiuntivo, ma una condizione ecologica fondamentale. Non esiste transizione ecologica in un mondo armato, né adattamento climatico in contesti di guerra. La pace è il principale meccanismo di retroazione negativa a disposizione delle società umane: l’unico capace di rallentare le spirali di inabitabilità prima che diventino irreversibili. Nel prossimo articolo, questo schema verrà messo alla prova attraverso una case history concreta: il Sudan. Un paese in cui crisi climatica, migrazioni interne, collasso istituzionale e guerra mostrano con drammatica chiarezza come l’inabitabilità possa trasformarsi in conflitto, e il conflitto in negazione totale dell’abitare.

Parte II
Il Sudan come case history: quando l’inabitabilità diventa guerra e la guerra annienta l’abitare

Nella prima parte abbiamo sostenuto che la guerra non è un incidente della storia, ma una soglia sistemica: l’esito estremo di retroazioni che riducono progressivamente l’abitabilità del pianeta. Il Sudan consente ora di verificare questa tesi sul campo, non in astratto, ma attraverso una vicenda concreta, drammatica, attuale. Il Sudan non è un’eccezione esotica né una tragedia incomprensibile. È una case history anticipatrice, in cui processi globali appaiono in forma concentrata e accelerata.

Un territorio già sotto stress
Da decenni il Sudan vive una progressiva erosione delle condizioni dell’abitare. L’aumento delle temperature, l’irregolarità delle piogge, la desertificazione e il degrado dei suoli hanno inciso direttamente su agricoltura e pastorizia, in un paese fortemente dipendente dalle risorse naturali. Questi fattori non hanno reso il territorio immediatamente invivibile, ma hanno introdotto stress strutturali: competizione per l’acqua e la terra, insicurezza alimentare, impoverimento delle comunità rurali. L’abitabilità si è ridotta lentamente, ma in modo persistente.

Migrazioni interne: la bussola dell’inabitabilità
Prima ancora della guerra attuale, il Sudan mostrava un segnale inequivocabile: le migrazioni interne di massa. Milioni di persone hanno lasciato aree rurali e periferiche per spostarsi verso città fragili o campi informali. Questi spostamenti non erano una strategia di miglioramento delle condizioni di vita, ma una risposta alla perdita della possibilità di restare. In questo senso, le migrazioni interne funzionano come una vera e propria bussola dell’inabitabilità: indicano il punto in cui abitare non è più possibile, prima ancora che lo certifichino indicatori climatici o rapporti ufficiali.

Il collasso istituzionale
In un contesto già segnato da stress ambientali e sociali, le istituzioni sudanesi non sono state in grado di svolgere una funzione di regolazione. Il controllo delle risorse, la gestione dei conflitti locali, la protezione dei civili si sono progressivamente indeboliti. Quando le istituzioni cessano di funzionare, le retroazioni positive accelerano: la competizione diventa violenza, la violenza richiede armi, le armi rendono impossibile ogni mediazione. La politica si ritira, lasciando spazio alla forza.

Il passaggio di soglia: la guerra
Dal 2023 il Sudan è devastato dal conflitto armato tra le Rapid Support Forces (RSF) e le Sudanese Armed Forces (SAF). Qui avviene il salto qualitativo decisivo: la guerra non si aggiunge alla crisi dell’abitabilità, la radicalizza. Città come Khartoum vengono devastate, le infrastrutture idriche ed elettriche distrutte, ospedali e scuole resi inaccessibili. La violenza sui civili diventa sistematica. Milioni di persone sono costrette a fuggire ancora una volta. Il Sudan supera così la soglia: da territorio fragile diventa territorio inabitabile.

La guerra come acceleratore climatico e sociale
Nel Sudan la guerra non è solo causa diretta di distruzione. È anche un moltiplicatore delle crisi ambientali preesistenti. Interrompe l’agricoltura in un paese già esposto alla siccità, distrugge le reti di adattamento locale, concentra popolazioni in aree ecologicamente inadatte. In termini sistemici, la guerra annulla la capacità adattiva. Anche stress climatici relativamente contenuti diventano devastanti perché mancano istituzioni, cooperazione e fiducia. Il clima, in un contesto bellico, smette di essere una sfida gestibile e diventa una condanna.

Una spirale di retroazioni
Il caso sudanese mostra con chiarezza la sequenza:
1. riduzione progressiva dell’abitabilità ambientale;
2. migrazioni interne e pressione sociale;
3. collasso istituzionale;
4. militarizzazione e guerra;
5. distruzione totale dell’abitare;
6. nuove migrazioni, nuova instabilità.

Ogni passaggio rafforza il successivo. La spirale non si autoregola: accelera.

Il Sudan riguarda tutti
Leggere il Sudan solo come guerra significa arrivare troppo tardi. Leggerlo solo come crisi climatica significa essere riduttivi. Il Sudan va compreso come fallimento sistemico dell’abitare, dove clima, disuguaglianze, istituzioni e violenza si sono intrecciati fino a rendere impossibile la vita comune. In questo senso, il Sudan non è un’eccezione africana, ma un avvertimento globale. Il Sudan mostra che la guerra è insieme esito e acceleratore dell’inabitabilità. Difendere l’abitabilità significa intervenire prima che la soglia bellica venga superata. Non per umanitarismo astratto, ma per realismo sistemico. Nel prossimo e ultimo articolo torneremo al piano globale, interrogando l’Agenda 2030: un progetto lucido nell’individuare le condizioni dell’abitabilità planetaria, ma profondamente fragile nei mezzi proposti per raggiungerle.

Parte III
Agenda 2030 - Obiettivi giusti, mezzi sbagliati

Nei due articoli precedenti abbiamo seguito un filo logico preciso: la crisi dell’abitabilità del pianeta, le retroazioni che la amplificano, la guerra come soglia estrema e, nel caso del Sudan, come esito concreto di processi lasciati degenerare. Resta ora una domanda decisiva: che cosa propone la comunità internazionale per rendere il mondo abitabile? La risposta è nota e si chiama Agenda 2030.

L’Agenda 2030 individua con notevole chiarezza le condizioni minime dell’abitabilità globale. I 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs), letti nel loro insieme, non sono un elenco casuale, ma una vera e propria mappa dell’abitare umano sulla Terra:
• sradicare povertà e fame,
• garantire salute, istruzione, acqua, energia,
• ridurre le disuguaglianze,
• tutelare ecosistemi e clima,
• promuovere pace, giustizia e istituzioni solide.

Se traduciamo gli SDGs nel linguaggio che abbiamo adottato in questa trilogia, possiamo dire che l’Agenda 2030 descrive ciò che serve affinché il pianeta migliori le sue condizioni di abitabilità. Da questo punto di vista, il documento è encomiabile. La fragilità dell’Agenda emerge quando si passa dalla definizione degli obiettivi alla loro realizzazione. Il metodo che l’Agenda propone per raggiungere gli obiettivi resta largamente affidato allo stesso modello di sviluppo che ha prodotto gran parte delle crisi attuali: crescita economica continua, espansione dei mercati, estrazione intensiva di risorse, finanziarizzazione, competizione globale. Qui si annida la contraddizione centrale: obiettivi orientati all’abitabilità, strumenti che producono inabitabilità. L’Agenda 2030 promette di ridurre le disuguaglianze senza mettere realmente in discussione i meccanismi che le generano; promette sostenibilità senza abbandonare l’idea di crescita illimitata; invoca la pace mentre resta interna a un sistema che alimenta competizione e militarizzazione. Si tratta quindi di una contraddizione strutturale. Il modello di sviluppo dominante introduce retroazioni positive che lavorano contro gli stessi obiettivi proclamati:
• la crescita aumenta la pressione sugli ecosistemi;
• la pressione sugli ecosistemi alimenta disuguaglianze;
• le disuguaglianze generano instabilità;
• l’instabilità apre la strada alla guerra.

Così, mentre si dichiarano fini condivisibili, il sistema dei mezzi continua a produrre inabitabilità.

Un aspetto colpisce in modo particolare: la marginalità del tema della guerra. La pace compare come uno degli obiettivi (SDG 16), ma non come condizione strutturale di tutti gli altri. Eppure, come abbiamo visto, la guerra è l’attività umana che distrugge simultaneamente tutte le dimensioni dell’abitabilità.
In un mondo armato:
• non esiste adattamento climatico,
• non esiste tutela degli ecosistemi,
• non esiste riduzione delle disuguaglianze,
• non esiste futuro abitabile.
L’Agenda 2030 riconosce la pace come valore, ma non ne trae tutte le conseguenze sistemiche.

La case history del Sudan rende questa contraddizione evidente. Tutti gli SDGs sono formalmente validi per il Sudan. Ma il percorso seguito per “sviluppare” il paese, sfruttamento delle risorse e competizione per terra e acqua, interessi esterni, collasso istituzionale, ha attivato proprio quelle retroazioni che hanno portato alla guerra. Il fallimento non sta negli obiettivi, ma nel modo di perseguirli. Il Sudan mostra che non si può costruire abitabilità con strumenti che generano conflitto.
A questo punto il ragionamento della trilogia può essere formulato con chiarezza: L’Agenda 2030 individua correttamente gli obiettivi necessari a rendere il pianeta abitabile. Fallisce però nel definire modalità coerenti di perseguimento, perché resta interna a un modello di sviluppo che produce inabitabilità, retroazioni distruttive e guerra. Oppure, in forma ancora più essenziale: Non si può raggiungere l’abitabilità globale senza una conversione dei mezzi. La domanda che resta aperta non è se gli SDGs siano giusti. Lo sono. La domanda è se siamo disposti a mettere in discussione il sistema che rende irraggiungibili quegli stessi obiettivi. Senza disarmo reale, riduzione della competizione globale, giustizia ecologica, limiti alla crescita distruttiva, l’Agenda 2030 rischia di restare una mappa corretta seguita con una bussola sbagliata.

In conclusione, ci sembra di poter affermare che clima, guerra e sviluppo non sono problemi separati, ma componenti di un unico processo che sta erodendo l’abitabilità del pianeta. La pace non è un obiettivo tra gli altri. È una condizione ecologica fondamentale. Difenderla significa difendere la possibilità stessa di abitare la Terra.

Epilogo
Abitabilità come criterio ultimo

Questa trilogia nasce dalla esigenza di trovare un criterio comune per leggere fenomeni che oggi vengono trattati separatamente. Clima, guerra, sviluppo non sono ambiti distinti che occasionalmente si toccano. Sono manifestazioni diverse di uno stesso processo: l’erosione dell’abitabilità del pianeta. Abbiamo visto come l’azione umana, nell’Antropocene, abbia introdotto retroazioni positive che amplificano stress ambientali, disuguaglianze sociali e instabilità politica. Quando queste retroazioni non vengono governate, la guerra emerge come soglia estrema: non un incidente, ma la negazione totale dell’abitare. Il Sudan lo mostra con crudezza: prima la riduzione progressiva dell’abitabilità, poi le migrazioni forzate, infine la guerra che annienta ciò che restava. Abbiamo visto anche che l’Agenda 2030 indica gli obiettivi necessari a rendere il mondo abitabile, ma non prospetta strumenti appropriati: continua ad affidarsi a un modello di sviluppo che produce proprio quelle dinamiche di inabitabilità che vorrebbe correggere.
Il filo che tiene insieme questi tre passaggi è uno solo: l’abitabilità come criterio ultimo di giudizio. Un’attività umana, una politica, un modello economico sono giustificabili solo se preservano o migliorano la possibilità di abitare il mondo. Quando la riducono, quando attivano spirali di esclusione, competizione e violenza, stanno lavorando contro la sopravvivenza stessa delle società umane.
In questa prospettiva, la pace non è un ideale astratto né un valore accessorio. È una condizione ecologica fondamentale, al pari dell’acqua, del suolo, del clima. Senza pace non esiste adattamento, non esiste giustizia, non esiste futuro abitabile. Se questa trilogia ha un senso, è nel suggerire un cambio di sguardo: non chiedersi solo quanto cresciamo, quanto produciamo, quanto consumiamo, ma quanto rendiamo il mondo abitabile, oggi e per chi verrà. Tutto il resto, sviluppo, sicurezza, prosperità, viene dopo.

 

 

 

Foto articolo di Steve King su Unsplash

11 Febbraio 2026

 

 

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