C’è un dato da cui si deve partire: nel 2024, il 74,5% delle emissioni globali di gas serra è stato prodotto dalla combustione di combustibili fossili. Non è una componente tra le altre. È il cuore del sistema energetico contemporaneo. Da qui discende una evidenza inaggirabile: senza una riduzione strutturale dell’uso di carbone, petrolio e gas, gli obiettivi climatici restano fuori portata. Le proiezioni indicano un aumento della temperatura globale vicino ai 2,8°C entro fine secolo. Anche negli scenari più favorevoli si resta sopra la soglia di sicurezza. È su questo sfondo che si colloca la Conferenza di Santa Marta (aprile 2026), la prima dedicata esplicitamente alla transizione oltre i combustibili fossili. Non un passaggio simbolico, ma il tentativo di intervenire su un nodo che il sistema multilaterale non è riuscito a sciogliere.
La transizione energetica è già in corso. Negli ultimi dieci anni, il costo del solare è crollato, la capacità installata è cresciuta in modo esponenziale, e una quota sempre più ampia degli investimenti energetici globali si orienta verso fonti rinnovabili. In molti contesti, produrre energia pulita è ormai più conveniente che continuare a usare combustibili fossili.
A questo si aggiungono altri fattori che spingono nella stessa direzione: la necessità di maggiore autonomia energetica, soprattutto dopo le crisi recenti; i benefici sanitari legati alla riduzione dell’inquinamento; la possibilità di costruire sistemi energetici più resilienti e distribuiti. Questi sono i fattori abilitanti della transizione. Non mancano. Sono concreti, misurabili, già operativi.
Eppure, la traiettoria resta incerta. A frenare la transizione non è l’assenza di alternative, ma la forza delle inerzie. Intere economie, soprattutto nel Sud globale, dipendono dai combustibili fossili per entrate fiscali, occupazione, stabilità macroeconomica. Il sistema finanziario continua a favorire attività ad alta intensità di carbonio. Le infrastrutture esistenti vincolano le scelte, rendendo costoso e complesso il cambiamento.
A questo si aggiungono elementi meno visibili ma decisivi:
• meccanismi giuridici che permettono alle imprese di contestare le politiche climatiche degli Stati;
• interessi consolidati che esercitano pressione politica;
• modelli di consumo e abitudini difficili da modificare nel breve periodo.
Questi sono i fattori di blocco. Non sono marginali. Sono strutturali. Il risultato è una situazione che possiamo descrivere in questo modo: la direzione è definita, ma il sistema non riesce a seguirla con la velocità necessaria. Questa tensione si riflette nel funzionamento delle conferenze ONU sul clima. Per lungo tempo, il tema dei combustibili fossili è rimasto ai margini. Solo negli ultimi anni è entrato nei documenti ufficiali, ma senza strumenti vincolanti. Il principio del consenso consente ai principali paesi produttori di rallentare ogni decisione sostanziale. Ne deriva una difficoltà ormai evidente: il sistema multilaterale riconosce il problema, ma fatica a intervenire sulle sue cause.
La Conferenza di Santa Marta si inserisce in questo spazio di difficoltà. Non si propone di sostituire le COP, ma di affiancarle con un approccio diverso: costruire una coalizione operativa di attori disposti ad agire, anche senza un accordo universale. È il passaggio verso un multilateralismo a due livelli: da un lato il negoziato globale; dall’altro iniziative parallele, più flessibili e orientate all’implementazione. Il punto non è abbandonare il multilateralismo, ma renderlo praticabile.
Il lavoro della conferenza si concentra su tre questioni essenziali.
La prima è economica: come accompagnare i paesi che dipendono dai combustibili fossili verso modelli alternativi senza destabilizzarli. La seconda è sociale: come evitare che i costi della transizione ricadano sulle fasce più vulnerabili. La terza è istituzionale: come rimuovere gli ostacoli giuridici e politici che rallentano il cambiamento. A queste si aggiunge il contesto geopolitico: guerre, crisi energetiche e tensioni internazionali che, da un lato, rendono più difficile il cambiamento, ma dall’altro ne evidenziano la necessità.
L’Unione Europea continua a rappresentare uno degli attori più avanzati sul piano normativo. Tuttavia, restano contraddizioni evidenti: sussidi ancora presenti, divisioni interne, scelte non sempre coerenti. Questo limita la sua capacità di agire come punto di riferimento, proprio nel momento in cui sarebbe necessario un orientamento più deciso.
Per comprendere cosa può significare, in concreto, la transizione, conviene guardare a ciò che è già accaduto. Nel 2022, a Puerto Wilches, in Colombia, i progetti pilota di fracking Kalé e Platero sono stati sospesi. La decisione è arrivata al termine di un processo di mobilitazione locale, costruito nel tempo da comunità che hanno contestato l’impatto delle attività estrattive sul territorio e sulle risorse idriche. Yuvelis Morales Blanco è una delle figure che hanno contribuito a questo risultato. Il suo lavoro si è concentrato su un punto preciso: la difesa dell’acqua come condizione di vita. Il dato rilevante non è simbolico. È operativo: un progetto industriale avviato è stato fermato. Non è una soluzione globale. Ma è un precedente. Indica che, anche dentro sistemi complessi e sbilanciati, esistono margini di azione. E soprattutto indica una direzione: la transizione prende forma quando diventa una questione concreta di territorio, di risorse, di condizioni di vita.
Se la Conferenza di Santa Marta avrà un impatto reale, non dipenderà solo dalle alleanze che saprà costruire o dai documenti che produrrà. Dipenderà dalla capacità di rendere replicabili processi già avviati, di collegare le decisioni globali alle pratiche locali, di trasformare i fattori abilitanti in traiettorie effettive e di ridurre, passo dopo passo, i fattori di blocco. È su questo terreno che la distanza tra dichiarazioni e risultati può essere colmata. Ed è su questo terreno che la transizione smette di essere un obiettivo e diventa un processo riconoscibile.
Pasquale Palumbo