Petrolio e la forma del potere
Dallo sguardo di Pasolini allo stretto di Hormuz
Pier Paolo Pasolini viene ucciso nel novembre del 1975 mentre sta lavorando a un’opera che la morte ha interrotto. Se fosse stato un magistrato o un giornalista impegnato in un’inchiesta, sarebbe stato naturale chiedersi se ciò che stava preparando contenesse elementi capaci di disturbare interessi rilevanti. Nel caso di Pasolini, questo interrogativo è rimasto a lungo sullo sfondo.
Eppure Petrolio non era un semplice progetto letterario: rappresentava un tentativo radicale di comprendere la forma che il potere stava assumendo nell’Italia di quegli anni.
Durante la stesura del romanzo, Pasolini avverte che qualcosa si sta trasformando nel cuore stesso della politica. Non si tratta di qualcosa immediatamente visibile, ma di un mutamento più profondo: la progressiva perdita di centralità delle istituzioni come luoghi effettivi del potere. La politica non scompare. Continua a esistere, a parlare, a decidere. Ma non è più il centro. Diventa un campo attraversato da forze che nascono altrove.
A distanza di molti anni, nel 2012, Zygmunt Bauman scriverà che la globalizzazione ha reso globale il potere, lasciando la politica confinata entro ambiti ormai insufficienti. I governi nazionali si trovano così a inseguire dinamiche che non controllano: la finanza, i mercati, le reti mediatiche, fino alle forme più opache dell’economia e della violenza.
Ciò che colpisce è che una simile intuizione era già presente, con maggiore radicalità, nello sguardo di Pasolini. Osservando figure come Eugenio Cefis, aveva colto con anticipo il punto decisivo: il potere si stava già spostando fuori dalla politica, verso una dimensione in cui economia, energia e apparati si intrecciano in modo sempre meno visibile e sempre più determinante.
Il divorzio tra politica e potere si sta consumando da decenni: la prima sempre più incapace di decidere, il secondo progressivamente sottratto ai luoghi istituzionali.
In questa dinamica di trasformazioni profonde prende forma la figura di Aldo Troya. In lui non c’è conflitto, esitazione o distanza: c’è un’adesione perfetta al meccanismo. Troya non si pone il problema dell’etica, perché la oltrepassa. Agisce in un sistema in cui l’etica ha cessato di svolgere una funzione regolativa. E ad un livello ancora più profondo, il romanzo mostra come il potere non sia diviso tra ciò che appare e ciò che resta nascosto. Non esistono due piani separati, ma una loro coesistenza, che si realizza nei soggetti e nelle strutture stesse della realtà. In Petrolio, questa coesistenza prende forma nella relazione tra Polis e Tetis: da un lato l’ordine visibile, istituzioni, politica dichiarata, dall’altro le forze profonde, gli interessi non esplicitati, le dinamiche che agiscono sotto la superficie. Non si oppongono: si intrecciano. Non si tratta più soltanto di una tensione tra polarità diverse, ma della loro fusione. L’ordine incorpora la forza; la razionalità non governa l’impulso ma lo utilizza. Polis e Tetis non si bilanciano: si saldano.
Questa saldatura ha progressivamente attraversato l’intero Occidente, fino a estendersi su scala globale: un processo in cui il potere diventa insieme visibile e opaco, razionale e incontrollabile, organizzato e violento.
Il petrolio è il punto in cui questa fusione si rende evidente. È materia che proviene dal profondo, ma che organizza la superficie. È Tetis che struttura la Polis. Quando questo accade, anche i conflitti cambiano natura.
Se osserviamo il presente, il quadro appare sorprendentemente coerente.
Lo Stretto di Hormuz è uno dei luoghi in cui questa struttura si manifesta con maggiore evidenza. Da lì transita circa un quinto del petrolio mondiale. Non è soltanto un passaggio geografico, ma un nodo in cui si concentrano economia, strategia militare ed equilibri globali. Hormuz non è un semplice episodio geopolitico, ma il punto in cui affiora una struttura: ciò che Pasolini aveva intravisto in forma dispersa oggi è pienamente leggibile.
Quando quella rotta si destabilizza, gli effetti non restano locali: i prezzi dell’energia oscillano, le economie entrano in tensione, le potenze rivedono le proprie strategie. Una crisi regionale diventa immediatamente globale. La richiesta degli Stati Uniti agli alleati europei di inviare navi militari per proteggere lo stretto ha mostrato con chiarezza la natura del problema. Non esiste una risposta unitaria. Le posizioni divergono, oscillando tra intervento, prudenza e diplomazia. Questa incertezza riflette una realtà strutturale: quando energia e sicurezza coincidono, ogni decisione è già, in qualche misura, coinvolgimento. Le guerre cessano così di essere episodi separati. Tre elementi rendono evidente questa trasformazione.
Il primo è l’energia: quando uno snodo come Hormuz si incrina, l’effetto è globale. Il secondo è la circolazione delle tecnologie militari: strumenti, tattiche e modelli operativi si diffondono rapidamente da un teatro all’altro, rendendo i conflitti interconnessi. Il terzo è l’erosione del diritto internazionale: quando le norme vengono applicate in modo selettivo, perdono forza. Il diritto non contiene più la violenza; finisce per redistribuirla.
Non siamo ancora dentro una guerra mondiale nel senso classico del Novecento. Sta però emergendo qualcosa di diverso: una crisi globale per interdipendenza, in cui economia, energia, tecnologia e geopolitica si fondono in un unico campo di instabilità. Petrolio è un atto di accusa contro il consumismo e la violenza della società neocapitalista, ma soprattutto contro l’intreccio tra politica, affari e denaro che continua a segnare la nostra realtà. Pasolini aveva colto prima di molti che qualcosa stava cambiando in profondità. Aveva parlato di “mutazione antropologica”: non solo nei comportamenti, ma nel modo stesso di esercitare il potere. Un potere che si diffonde, si mimetizza, diventa difficile da riconoscere.
Petrolio nasce dentro questa consapevolezza. Non è un romanzo compiuto, ma un insieme di frammenti che tentano di afferrare una realtà che si manifesta nei fatti pur sfuggendo alla forma.
Ciò che Pasolini aveva intravisto non è scomparso. Ha ampliato enormemente il proprio campo d’azione. Non è più confinato nei luoghi del potere. E ci pone una domanda finale: quanto di questo meccanismo continua ad agire fuori di noi e quanto, senza accorgercene, è diventato parte di noi?
Pasquale Palumbo
foto da Unsplash di Grant Durr