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Se l’Europa perde i suoi valori, il mondo è in pericolo

Se l’Europa perde i suoi valori, il mondo è in pericolo

Negli ultimi mesi tre questioni hanno dominato il dibattito pubblico europeo: la crisi di visione emersa alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, la condizione strutturale dello Stato debitore, le sanzioni statunitensi contro membri della Corte Penale Internazionale e contro la relatrice ONU Francesca Albanese. Letti separatamente, questi temi sembrano appartenere a piani diversi: geopolitica, finanza pubblica, diritto internazionale. Considerati insieme, rivelano invece un unico nodo: l’identità dell’Europa.

Monaco: la sicurezza senza visione
Alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco si è discusso di difesa, deterrenza, autonomia strategica. La frattura transatlantica è stata evocata apertamente dal cancelliere Friedrich Merz; il segretario di Stato Marco Rubio ha rilanciato una retorica di “salvezza dell’Occidente” che ha suscitato più di una perplessità; l’alta rappresentante Kaja Kallas ha respinto l’idea di un’Europa in declino. Ma il punto non è la dialettica diplomatica. È il lessico dominante. La sicurezza viene sempre più declinata in termini di riarmo, spesa militare, competizione tra blocchi. La cooperazione multilaterale arretra; la forza torna al centro.
Una civiltà non entra in crisi quando è povera o disarmata. Entra in crisi quando perde orientamento, quando non sa più dire perché esiste. L’Europa è nata per superare la logica della forza attraverso il diritto. Se la sicurezza viene pensata prevalentemente in chiave militare, il progetto originario si indebolisce. Non si tratta di ingenuità, ma di coerenza storica.

Lo Stato debitore e l’abitabilità compressa
La seconda questione riguarda la condizione dello Stato debitore.
Un’Europa gravata da elevati debiti pubblici deve rassicurare i mercati, preservare il rating, mantenere la fiducia dei creditori. Questo vincolo non è neutrale. Orienta le priorità di bilancio, restringe lo spazio democratico, comprime gli investimenti di lungo periodo. Nel frattempo, cresce la spesa militare.
Qui emerge un paradosso: mentre si parla di sicurezza, si riduce l’abitabilità.
Per abitabilità intendiamo la qualità delle condizioni di vita: salute ecosistemica, coesione sociale, resilienza climatica, servizi pubblici, pace. Se il parametro dominante resta il rapporto debito/PIL, la politica sarà inevitabilmente compressa e la visione sacrificata all’emergenza permanente.
Il debito finanziario e il debito ecologico sono intrecciati. Il Nord globale ha costruito prosperità su un consumo sproporzionato di risorse e su emissioni cumulative che oggi ricadono soprattutto sul Sud del mondo. Eppure, il Sud è trattato quasi esclusivamente come debitore finanziario. Senza riconoscimento del debito ecologico non esiste giustizia climatica e la sicurezza diventa illusione armata. Ogni euro destinato agli armamenti è sottratto alla prevenzione climatica, alla sanità, alla riduzione delle disuguaglianze, alla cooperazione internazionale. La sicurezza reale è resilienza ecosistemica e coesione sociale, non accumulo di sistemi d’arma.

Le sanzioni e il primato del diritto
La terza questione riguarda il diritto internazionale. L’amministrazione statunitense ha imposto sanzioni contro giudici e funzionari della Corte Penale Internazionale, tra cui Kimberly Prost e Luz del Carmen Ibáñez Carranza, accusati di aver indagato su possibili crimini di guerra coinvolgenti cittadini di Stati non firmatari dello Statuto di Roma. Le misure (blocco di conti, restrizioni finanziarie, divieti di viaggio) sono quelle normalmente utilizzate contro soggetti ritenuti pericolosi per la sicurezza. Alcuni istituti bancari europei hanno reagito con chiusure precauzionali di conti, temendo ritorsioni.
Non siamo di fronte a un semplice incidente diplomatico. È in gioco l’indipendenza dell’autorità giudiziaria internazionale. Se il diritto diventa opzionale quando è scomodo, il principio che lo fonda si svuota.
E qui la domanda riguarda direttamente l’Europa: intende difendere con coerenza il primato della legge sulla forza, oppure adattarsi a una competizione globale in cui le regole valgono solo finché coincidono con gli interessi dei più forti?

Una crisi di presenza
Per comprendere la portata di questo momento storico può essere utile ricordare come alcune grandi opere del Novecento abbiano descritto lo smarrimento europeo prima della catastrofe. In Il mondo di ieri Stefan Zweig racconta una civiltà raffinata, convinta dell’irreversibilità del progresso, incapace di riconoscere i segnali del disastro. In L’uomo senza qualità Robert Musil ritrae un impero ricco di idee ma privo di centro. In La montagna incantata e Doctor Faustus Thomas Mann mette in scena un’Europa febbrile, tentata dalla hybris della potenza senza misura. Più che nostalgia letteraria, queste opere sono esercizi di vigilanza storica. L’Europa di oggi non è quella del 1914. Conosce il prezzo delle illusioni di superiorità. Ha memoria di due guerre mondiali. Proprio per questo non ha attenuanti.

La scelta
Militarizzazione del discorso sulla sicurezza, subordinazione della politica alla disciplina del debito, tensioni intorno alla giustizia internazionale: non sono episodi isolati. Sono sintomi di una trasformazione profonda.
La questione decisiva è se l’Europa sia ancora capace di rappresentare sé stessa, cioè di riconoscere che:
•    la sicurezza senza giustizia genera instabilità;
•    la forza senza regole alimenta violenza;
•    la competizione senza limiti compromette l’abitabilità del pianeta.
Se l’Europa smette di custodire il primato del diritto, della mediazione, della responsabilità verso le generazioni future, non perde soltanto sé stessa. Lascia un vuoto nel quale si insediano logiche di dominio. Nel 1914 i sonnambuli potevano dire di non sapere. Oggi non possiamo. Se l’Europa perde i suoi valori, il mondo è in pericolo.

Call to Action – Difendere il modello europeo, ora
L’Europa non è un continente in declino materiale. Come ha ricordato Thomas Piketty in un recente articolo , i Paesi europei hanno raggiunto livelli storicamente elevati di prosperità, servizi pubblici e benessere sociale. Il problema non è la scarsità di risorse. È la direzione politica che scegliamo di imprimere a quelle risorse.
Se vogliamo evitare che il progetto europeo si svuoti dall’interno, occorre una scelta chiara.
Primo: il successo non può essere misurato soltanto in termini di PIL o di rapporto debito/PIL. L’Europa dovrebbe assumere l’abitabilità come criterio guida: qualità della vita, resilienza climatica, coesione sociale, tutela dei beni comuni. Ciò che non viene misurato finisce per non essere governato.
Secondo: riallineare le priorità di bilancio. Ogni aumento strutturale della spesa militare dovrebbe essere accompagnato da un impegno equivalente in prevenzione climatica, adattamento territoriale, sanità pubblica, cooperazione internazionale. La sicurezza non è accumulo di armamenti, ma riduzione delle cause profonde dell’insicurezza.
Terzo: difendere senza ambiguità il primato del diritto internazionale, a partire dal sostegno coerente all’indipendenza della Corte Penale Internazionale. Se il diritto diventa opzionale quando è scomodo, l’Europa perde la propria ragione storica. Infine: riconoscere il debito ecologico che lega Nord e Sud del mondo. Senza giustizia climatica non esiste stabilità duratura, e senza stabilità non esiste sicurezza. La scelta è semplice nella sua formulazione, complessa nella sua attuazione: custodire il diritto, investire nell’abitabilità, rifiutare la logica della pura forza. La storia non è un destino segnato. È una scelta responsabile.

Pasquale Palumbo

foto da Unsplash di Christian Lue

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