Santa Marta, Havel e l’azione ecologica
C’è un’immagine richiamata con forza all’apertura della prima Conferenza Internazionale per l’Uscita dalle Fonti Fossili di Santa Marta in Colombia (24 al 29 aprile): il multilateralismo è una cyclette. Si pedala, si consuma energia, ma non si avanza. Non è una provocazione, piuttosto è una diagnosi lucida di una condizione ormai evidente. Nel suo intervento inaugurale, la ministra colombiana dell’ambiente Irene Vélez Torres ha sintetizzato il senso della conferenza con parole semplici: il mondo non ha più bisogno di promesse, ma di azione. Dietro questa affermazione c’è una presa d’atto: le grandi sedi multilaterali, in particolare quelle dedicate al clima, hanno prodotto negli anni un linguaggio sempre più raffinato, ma risultati sempre meno incisivi.
La distanza tra dichiarazioni e trasformazioni è diventata troppo ampia. Le emissioni continuano a crescere, i conflitti si moltiplicano, i modelli economici estrattivi restano sostanzialmente intatti. Non manca il movimento, manca l’efficacia. E allora la metafora della cyclette diventa inevitabile: un sistema che continua a funzionare formalmente, ma che ha perso la capacità di incidere sulla realtà. La Conferenza di Santa Marta nasce proprio da questo scarto. Non per negare il multilateralismo, ma per sottrarlo alla sua deriva rituale. Il passaggio proposto è netto: dalla persuasione all’azione. Non più attendere un consenso universale che paralizza ogni decisione, ma iniziare a operare con chi è disposto a farlo. Una logica diversa, più esposta, meno rassicurante. Ma forse più aderente alla realtà.
È qui che il discorso si apre naturalmente verso la riflessione di Václav Havel. Nel suo saggio Il potere dei senza potere, Havel descriveva un sistema che continuava a funzionare in apparenza, ma che era svuotato dall’interno. Un sistema in cui il linguaggio ufficiale non corrispondeva più alla verità vissuta.
La somiglianza è evidente. Anche oggi assistiamo a una proliferazione di parole giuste – sostenibilità, transizione, cooperazione – che rischiano però di restare sospese, incapaci di tradursi in trasformazione concreta. Usando le immagini di Havel, potremmo dire che il sistema continua a “girare”, ma ha smesso di essere credibile.
Per Havel, il cambiamento comincia quando qualcuno decide di vivere nella verità, cioè di non partecipare più alla finzione. Non è un gesto eclatante. È una scelta di coerenza: allineare ciò che si sa con ciò che si fa.
Applicata al nostro contesto, questa intuizione è dirompente. Se sappiamo che il modello energetico fossile è alla radice della crisi climatica, continuare a rinviarne la trasformazione significa partecipare a una forma di finzione collettiva. Se riconosciamo che certi modelli economici erodono l’abitabilità del pianeta, ma non li mettiamo in discussione, restiamo sulla cyclette. Il “potere dei senza potere” nasce proprio qui: non nella conquista delle istituzioni, ma nella capacità di sottrarsi alla logica che le rende inconcludenti. È un potere discreto, ma reale. Non impone, ma trasforma. Non si fonda sulla forza, ma sulla coerenza.
È su questo terreno che si colloca la proposta del Laboratorio, e in particolare la sezione Azione ecologica. Se assumiamo l’abitabilità del pianeta come criterio, la distinzione tra parola e azione diventa immediatamente verificabile. Non si tratta più di dichiarare obiettivi, ma di osservare effetti.
Un’azione è ecologica se migliora le condizioni di abitabilità: stabilizza il clima, riduce la pressione sugli ecosistemi, rafforza le relazioni sociali, diminuisce il rischio di conflitti.
Se questo non accade, siamo ancora dentro una logica di movimento apparente. L’azione ecologica, in questo senso, può essere letta come una forma concreta di “vita nella verità”. Non aspetta che il sistema cambi per adeguarsi, ma introduce fin da subito elementi di trasformazione nei contesti in cui è possibile. Non si fonda sull’unanimità, ma sulla responsabilità.
Questo non significa ignorare la dimensione istituzionale. Al contrario, significa contribuire a rigenerarla dal basso, attraverso pratiche che anticipano ciò che le istituzioni non riescono ancora a realizzare. È un lavoro lento, spesso marginale, ma potenzialmente generativo. Qui torna una convinzione che attraversa molte delle nostre riflessioni: ciò che oggi appare marginale può diventare germinale. Le trasformazioni profonde non nascono sempre nei luoghi del potere, ma spesso ai loro margini, dove la coerenza è ancora possibile.
Santa Marta, Havel e l’azione ecologica convergono così in un punto essenziale. Il problema non è l’assenza di strumenti, ma la loro perdita di efficacia. Il rischio non è l’immobilità, ma il movimento senza direzione.
La sfida non è dire di più, ma fare in modo diverso.
La cyclette è rassicurante: consente di muoversi senza esporsi, di agire senza cambiare. La strada, invece, introduce attrito, rischio, responsabilità. La domanda che riguarda tanto le istituzioni quanto ciascuno di noi è molto semplice: siamo disposti a scendere dalla cyclette e rimettere le ruote sulla strada?
Pasquale Palumbo