La guerra contro la Terra: il costo climatico dei conflitti contemporanei

La guerra contro la Terra: il costo climatico dei conflitti contemporanei

La guerra contro la Terra: il costo climatico dei conflitti contemporanei

C’è un aspetto della guerra che resta ancora troppo spesso ai margini del dibattito pubblico: il suo impatto ecologico. Eppure, ogni conflitto armato è anche una guerra contro la Terra. Non solo per le vite umane spezzate, ma per l’aria avvelenata, le acque contaminate, i suoli resi sterili, gli ecosistemi distrutti.


Per comprendere fino in fondo questa dimensione, può essere utile partire da un criterio semplice e al tempo stesso radicale: l’abitabilità del pianeta.
Nella sezione Azione ecologica del Laboratorio, l’abitabilità viene intesa come una misura multidimensionale della qualità della vita: riguarda la stabilità climatica, la disponibilità di risorse, la salute degli ecosistemi, ma anche la tenuta delle relazioni umane e sociali. È un criterio concreto, che consente di valutare la direzione dei processi economici e politici.
Se adottiamo questo punto di vista, appare con chiarezza che molti modelli economici contemporanei, fondati su logiche estrattive, tendono a erodere progressivamente le condizioni stesse dell’abitare. Consumano suolo, energia, biodiversità, spesso senza considerare i limiti del sistema Terra.
Ma c’è una forma di aggressione ancora più radicale, che condensa e accelera tutte queste dinamiche: la guerra.
La guerra non è soltanto distruzione di vite umane, città e infrastrutture. È, in senso pieno, una ferita inferta alla biosfera. Devasta territori, altera ecosistemi, inquina aria, acqua e suolo, interrompe cicli naturali costruiti nel corso di tempi lunghissimi. In poche settimane può cancellare equilibri che hanno richiesto secoli per stabilizzarsi.
Per cogliere la portata di questa violenza, può essere illuminante richiamare l’Ipotesi Gaia, elaborata da James Lovelock. Secondo questa prospettiva, la Terra non è un semplice sfondo inerte, ma un sistema dinamico in cui atmosfera, oceani, suolo e forme viventi interagiscono continuamente, contribuendo a mantenere condizioni favorevoli alla vita.
Dentro questo sistema, l’azione umana non è esterna, ma interna: noi siamo parte di Gaia. Ogni nostra attività — economica, tecnologica, sociale — incide sugli equilibri complessivi. Finché le perturbazioni restano entro certe soglie, il sistema riesce ad assorbirle e a riorganizzarsi. Ma quando l’intensità degli impatti cresce oltre misura, i meccanismi di autoregolazione si indeboliscono e possono entrare in crisi.
La guerra rappresenta, da questo punto di vista, il massimo grado di perturbazione.

Ucraina: la guerra fossile su larga scala

Nel caso della guerra in Ucraina, disponiamo di dati ormai solidi. In tre anni di conflitto, le emissioni climalteranti hanno superato i 230 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente. È come se un intero Paese industrializzato avesse continuato a emettere a pieno regime, ma senza produrre benessere: solo distruzione.
Una parte significativa di queste emissioni deriva dall’uso massiccio di combustibili fossili da parte degli eserciti. Ma un ruolo enorme lo giocano anche gli incendi – foreste, campi, infrastrutture – e, soprattutto, la ricostruzione. Cemento, acciaio, macchinari: ricostruire ciò che è stato distrutto dalla guerra genera quasi tante emissioni quanto la guerra stessa.
Qui emerge una prima verità: la guerra non finisce quando cessano le armi. Il suo impatto climatico continua per anni, forse per decenni.

Gaza: ecologia del collasso

Se l’Ucraina rappresenta il caso più evidente dal punto di vista climatico, Gaza è forse il più drammatico sul piano ecologico complessivo.
Qui la guerra ha distrutto quasi completamente i sistemi vitali: acqua, agricoltura, gestione dei rifiuti, qualità dell’aria. Le colture sono state devastate, i suoli contaminati, gli impianti di trattamento delle acque resi inutilizzabili. Milioni di tonnellate di detriti, spesso contenenti materiali tossici, si accumulano in un territorio già fragile.
Le emissioni sono solo una parte del problema. Il punto più grave è il collasso delle condizioni ecologiche che rendono possibile la vita. Senza acqua potabile, senza suolo fertile, senza aria respirabile, la guerra diventa una forma di distruzione lenta e totale.

Iran e Libano: il rischio delle guerre energetiche

I recenti attacchi in Iran e nel Libano mostrano un’altra dimensione: la vulnerabilità delle infrastrutture energetiche.
Quando vengono colpiti depositi di petrolio o raffinerie, le conseguenze sono immediate e durature: emissioni massive, rilascio di sostanze tossiche, contaminazione diffusa. Gli incendi possono generare nubi di inquinanti che si disperdono su vaste aree, con effetti persistenti su salute ed ecosistemi.
Questi conflitti mostrano come la guerra moderna sia profondamente intrecciata con il sistema fossile. Colpire il nemico significa spesso colpire il cuore energetico di un territorio, con conseguenze che travalicano i confini.

Cisgiordania: il degrado lento

Diverso, ma non meno grave, è il caso della Cisgiordania. Qui non si registra una guerra su larga scala con emissioni facilmente quantificabili, ma un degrado ambientale continuo.
Scarichi non trattati, sottrazione delle risorse idriche, distruzione di terreni agricoli: tutto contribuisce a un lento deterioramento degli ecosistemi. È una forma di violenza meno visibile, ma profondamente radicata: una guerra che si combatte ogni giorno contro la terra, l’acqua e il futuro.

La negazione dell’abitabilità

A ben vedere, tutti questi scenari mostrano un tratto comune: la guerra è la negazione stessa dell’abitabilità.
In un tempo breve concentra consumo di energia, distruzione di materia, emissioni inquinanti, devastazione degli habitat. Trasforma territori abitabili in spazi ostili, rompe le relazioni tra comunità e ambiente e lascia dietro di sé una lunga scia di degrado che si prolunga ben oltre la fine dei conflitti.
Ciò che viene compromesso localmente si ripercuote, per molte vie, anche sugli equilibri globali. La crisi climatica e la guerra non sono fenomeni separati: si alimentano reciprocamente, in un circolo vizioso che minaccia il futuro comune.

L’etica della pace come ecologia integrale

Se mettiamo insieme questi elementi, emerge un quadro inequivocabile: la guerra è una crisi ecologica globale.
Non solo aumenta drasticamente le emissioni di gas serra, ma distrugge ecosistemi, compromette acqua, suolo e aria, accelera la perdita di biodiversità e rende sempre più difficile affrontare la sfida climatica. I costi ambientali non si fermano con la fine dei combattimenti: si accumulano nel tempo, gravando sulle generazioni future.
In questo senso, la guerra appare incompatibile con qualsiasi idea credibile di sostenibilità.
Per questo la pace non è soltanto un valore morale o politico: è una condizione ecologica. Senza pace, non può esserci giustizia climatica; senza disarmo, non può esserci una reale transizione energetica; senza cooperazione tra i popoli, non può esserci tutela degli ecosistemi.
Occorre allora un cambio di paradigma: riconoscere che la cura del creato e la costruzione della pace sono inseparabili. Un’autentica ecologia integrale – come ricorda anche Papa Francesco – implica relazioni giuste non solo con la natura, ma anche tra gli esseri umani.
Assumere questa prospettiva significa comprendere che ogni bomba che cade non distrugge solo vite e città, ma erode le condizioni stesse della vita sul pianeta.
E significa, soprattutto, riconoscere che lavorare per la pace oggi è una delle forme più concrete e urgenti di responsabilità ecologica verso il futuro comune.

Pasquale e Carlo Palumbo

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