Ucraina, prima fermare la guerra

Ucraina, prima fermare la guerra

Ucraina, prima fermare la guerra
Geopolitica, interessi economici e il paradosso della diplomazia americana

La guerra russo-ucraina attraversa una fase nella quale gli avvenimenti decisivi potrebbero verificarsi non tanto sui campi di battaglia quanto nelle stanze della politica, della finanza e delle grandi imprese tecnologiche.
La Russia continua a occupare circa un quinto del territorio ucraino, ma le sue avanzate sono lente e costose. L'Ucraina resiste grazie anche al sostegno occidentale, mentre le popolazioni civili continuano a pagare un prezzo terribile. Non si intravede una conclusione militare risolutiva. Eppure gli equilibri attorno al conflitto stanno cambiando.


Donald Trump esercita pressioni crescenti sulla leadership ucraina e mantiene aperto il dialogo con Mosca. Le sue iniziative si collocano in un intreccio di interessi strategici ed economici nel quale assumono particolare importanza le risorse energetiche russe e le prospettive di una ripresa dei rapporti commerciali.
Un ruolo meno visibile, ma potenzialmente decisivo, appartiene alle grandi imprese tecnologiche. La rete satellitare Starlink, controllata da SpaceX di Elon Musk, costituisce un'infrastruttura essenziale per molte comunicazioni militari ucraine. La dipendenza da un servizio privato conferisce al suo proprietario un potere che supera quello di un normale operatore commerciale.
Politica, economia e tecnologia si condizionano reciprocamente. Trump dispone di strumenti diplomatici ed economici, Musk controlla una risorsa tecnologica strategica, Putin cerca di consolidare i risultati territoriali e politici dell'invasione. Non abbiamo elementi sufficienti per affermare l'esistenza di un disegno concordato tra questi protagonisti. Sarebbe però altrettanto ingenuo ignorare le possibili convergenze dei loro interessi.
In questo scenario l'Europa appare particolarmente debole. Sostiene una parte considerevole dei costi economici della guerra, finanzia l'Ucraina, ne accoglie i profughi e dovrà convivere con le conseguenze di qualsiasi accordo. Eppure fatica a trasformare le proprie risorse in un'autonoma capacità diplomatica.
Ma quale dovrebbe essere il suo obiettivo?
Qui occorre chiarire un principio fondamentale, troppo spesso oscurato dal dibattito sulla cosiddetta pace giusta. La priorità non è ottenere una pace giusta. È fermare la guerra. La pace, prima di qualsiasi qualificazione morale o politica, è assenza di guerra. Non risolve automaticamente le ingiustizie, non cancella le responsabilità e non rende legittime le conquiste territoriali ottenute con la violenza. Crea però la condizione indispensabile per affrontare quelle ingiustizie senza continuare a uccidere. Erasmo da Rotterdam sosteneva che una pace ingiusta è preferibile a una guerra giusta. Non era un invito alla rassegnazione, ma il riconoscimento di una verità elementare: la guerra produce continuamente nuove ingiustizie, aggiungendo morti, distruzioni e sofferenze a quelle che pretende di risolvere. Da questa prospettiva emerge un paradosso.
La strategia americana di Trump, pur segnata da interessi economici e geopolitici discutibili, potrebbe contribuire ad avvicinare la cessazione delle ostilità? È possibile. La pressione esercitata sui protagonisti del conflitto può modificare gli equilibri negoziali e aprire opportunità che la prosecuzione delle operazioni militari non offre. Ma potrebbe verificarsi anche il contrario. Se le concessioni venissero richieste soltanto all'Ucraina, senza ottenere dalla Russia impegni effettivi e verificabili, il risultato potrebbe essere un ulteriore irrigidimento delle posizioni. Non possiamo dunque stabilire in anticipo quale sarà l'effetto della diplomazia americana. Possiamo però definire un criterio rigoroso per valutarne l'efficacia. Le iniziative diplomatiche devono essere giudicate dalla loro capacità di ridurre concretamente la violenza e avvicinare la cessazione delle ostilità.
Tre indicatori possono aiutarci: la diminuzione delle vittime, la riduzione delle operazioni militari e la realizzazione di tregue reciproche, effettive e verificabili. Non le dichiarazioni dei leader, non il numero degli incontri diplomatici, non i vantaggi economici conseguiti. Sono i risultati sul terreno, misurati anzitutto in vite risparmiate, a dirci se ci stiamo avvicinando alla pace. Questo criterio deve valere indistintamente per le iniziative americane, europee, russe e ucraine. Senza simpatie o pregiudizi verso i protagonisti.
L'Europa, in particolare, dovrebbe concentrare le proprie risorse sulla limitazione immediata dei danni: protezione delle popolazioni civili, interruzione degli attacchi alle infrastrutture essenziali, scambio dei prigionieri, tregue verificabili e apertura di negoziati. Non occorre risolvere preventivamente tutte le controversie territoriali e politiche per interrompere i combattimenti.
Un cessate il fuoco non equivale necessariamente a un trattato di pace. E un armistizio non comporta automaticamente il riconoscimento delle conquiste territoriali. La distinzione è essenziale, perché consente di separare l'urgenza di fermare la violenza dal lungo e difficile lavoro necessario per superare le cause del conflitto. Una pace ingiusta può essere modificata attraverso la politica, il diritto, la diplomazia e la cooperazione internazionale. Una vita perduta non può essere restituita. Per questo la domanda che Pax-Lab intende porre non è chi riuscirà a imporre le proprie condizioni, ma chi contribuirà effettivamente a fermare le uccisioni. La pace non è il premio che attende i popoli alla conclusione di una guerra vittoriosa. È la condizione dalla quale può ricominciare la ricerca della giustizia.
Prima si smette di uccidere. Poi si continua a discutere, rivendicare, negoziare e cercare giustizia. Ma da vivi.


Pasquale e Carlo Palumbo

Immagine generata con intelligenza artificiale (AI).

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