In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù, dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice:
«Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». (Giovanni 4,5-42)
L’acqua, la insegna la sete (Emily Dickinson)
Gino Strada è uno degli italiani più importanti dell'ultimo secolo e il suo lavoro offre uno straordinario esempio di sintesi tra pensiero radicale e azione concreta. Il suo modo speciale di attraversare l'esistenza ha sicuramente radici profonde nella educazione all'etica del lavoro ricevuta in un ambiente familiare operaio, profondamente antifascista. Ma non solo. Gino Strada era studente di medicina a Milano nel '68. Apparteneva alla generazione di quei "ragazzini" a cui Elsa Morante affidava il compito di salvare il mondo.
Nella Canzone dei Felici Pochi la grande scrittrice proponeva un’utopia duratura, il “manifesto” di una rivolta contro il conformismo di maggioranze facilmente manipolate, di una borghesia che sa esprimere e imporre il suo orrendo sistema di valori basato sulle disparità e le ingiustizie, su menzogne che, se contestate e rifiutate, portano il potere a reagire con la forza al fine di ridurre al silenzio e, quando necessario, all’annientamento ogni seme di verità e, conseguentemente, di rivolta. (Goffredo Fofi).
Chi sono i Felici Pochi? La Morante ne offre un piccolo ma significativo campione: Antonio Gramsci, Arturo Rimbaud, Benedictus Spinosa, Giordano Bruno, Giovanna D'Arco, Giovanni Bellini, Platone di Atene, Rembrandt van Rijn, Simone Weil, Wolfgang Amedeo Mozart. Ognuno di loro ribelle a suo modo, portatore di speranza in un mondo migliore; tutti “assetati” cercatori di “acqua viva”, costruttori di un mondo dove giustizia, bellezza e verità possano regnare sovrane. Gino Strada ha impersonato le loro stesse nobili ambizioni.
Il mondo salvato dai ragazzini pubblicato da Elsa Morante nel 1968 si colloca perfettamente nello spirito e nella temperie culturale di quel momento storico. Nell’opera si riflettono molti degli ideali che animavano i giovani “portatori di speranza” del tempo. I "ragazzini" non identificano soltanto una specifica fascia d’età, ma evocano una categoria dello spirito, un principio di purezza, libertà e rifiuto delle convenzioni adulte, la contestazione dell’autoritarismo, del conformismo e dei valori borghesi delle generazioni precedenti.
La Canzone Dei Felici pochi e degli Infelici molti si chiude con un brevissimo racconto che ci esorta a rispecchiarci negli altri con sguardo puro e amore incondizionato alfine di non commettere l'errore di attribuire ad altri le nostre carenze.
C’era una volta una orfanella povera povera, la quale, all’età di circa un anno, un bel giorno, ricevendo in regalo una cuffia nuova (che di colpo la innamorò, perché turchina) fu messa per la prima volta davanti a uno specchio. E in questo ignoto lei subito riconobbe l’amata cuffia in testa a una tale estranea. La gelosia la straziava e disperata essa esplorava dietro la lastra dello specchio alla caccia di quella ladra della sua cuffia. Un incantesimo in quell’istante l’ha dannata e ancora l’incantata creatura sta lì, dietro la lastra dello specchio nera di polvere, che esplora alla cieca il furto orrendo con la sua bella cuffia turchina in capo. Basta. Ti saluto. Ciao.
Nel libro Una persona alla volta Gino Strada presenta un suo profilo esistenziale connotato da profonda inquietudine. Gino Strada ha evidentemente ereditato quel bisogno immateriale dell’Acqua viva di cui si è detto sopra dalla sua famiglia a Sesto San Giovanni ma anche, e forse in misura maggiore, dalla militanza politica a Milano nel periodo in cui il movimento studentesco del ’68 agitava le coscienze di tutti gli intellettuali.
Gino Strada è infatti profondamente permeato dagli ideali di giustizia, uguaglianza e solidarietà che hanno animato il movimento studentesco in quegli anni. Sebbene non ne sia stato un leader, la sua militanza ideologica e le sue scelte di vita fanno di lui un esempio significativo dello spirito di ribellione e di impegno sociale che pervadeva quel periodo. Gino Strada è stato studente di medicina a Milano quando l'università era uno dei centri nevralgici della protesta. La critica alle istituzioni autoritarie che si esprimeva nel movimento studentesco si riflette nella scelta di Strada di opporsi a qualsiasi forma di oppressione, in particolare quelle legate alla guerra e alle ingiustizie globali. Lo spirito del '68 era caratterizzato da una forte solidarietà internazionale e questo aspetto trova riscontro nell’opera di Strada che, con Emergency, ha portato aiuto medico in contesti di conflitto in tutto il mondo, seguendo un principio di uguaglianza universale.
La sua biografia mostra il significativo passaggio dalla militanza giovanile del '68, concentrata sulla contestazione politica, alla assunzione delle grandi responsabilità legate all’impegno pratico e concreto dell’attività medica e umanitaria. Così come il movimento del '68 si opponeva alla guerra del Vietnam, Strada ha fatto del pacifismo un principio cardine della sua azione. La sua condanna delle guerre contemporanee e delle spese militari rispecchia l'antimilitarismo che animava molti giovani del '68. In questo ambito egli ha saputo dare concretezza all’utopia di un mondo in cui l’accesso alle cure mediche è un diritto universale dimostrandone l’attuabilità come risvolto pratico degli ideali di giustizia sociale e di lotta contro le disuguaglianze promossi dal '68. La cura delle vittime non è un semplice atto medico ma un gesto concreto di umanità e di pacifismo nella misura in cui si svolge nei teatri di guerra.
La guerra, infatti, con il suo tragico corredo di morte e devastazione offende il mondo ed è la più orribile testimonianza del male di cui gli uomini sono capaci. Un male nascosto tra le pieghe della coscienza, sempre pronto a ripresentarsi.
È evidente a tutti che, in ogni guerra, carnefici spietati mietono vittime innocenti. Ma si può tracciare un confine, una precisa linea di demarcazione, che distingua le categorie degli umani e dei disumani? Si può fare qualcosa per arginare la disumanità di coloro che servendosi della guerra seminano morte e sofferenza per ottenere vantaggi personali, potere e ricchezza? Le risposte richiedono la massima ponderazione.
In questi ultimi anni stiamo vivendo una situazione assolutamente drammatica: si parla di bombe e di riarmo e la parola “pace” non la pronuncia più nessuno, ad eccezione di papa Francesco. In un momento come l’attuale sarebbe invece necessaria la massima la disponibilità al dialogo per una diplomazia che mai taglia ma sempre cuce, che non esclude mai nessuno. In una situazione del genere la parola «pace» deve rimanere presente nel discorso, altrimenti il rischio è di cadere nel baratro. Ciò si fonda sulla coscienza, quasi scandalosa per alcuni, che il mondo non è diviso tra «bene e male», tra «buoni e cattivi», dove tutti i buoni stanno da una parte e tutti i cattivi stanno dall’altra. La scelta non è il discernimento delle forze partitiche, politiche, militari con cui allearsi e da sostenere per far trionfare il bene; l’accettazione della conversazione diplomatica si fonda sulla certezza che non si dà a questo mondo l’impero del bene: perché quel tipo di impero non è di questo mondo. Per questo bisogna dialogare con tutti.[1]
Dovrebbe essere chiaro che il male non si può eliminare con il male perché i tentativi di questo tipo producono semplicemente nuove manifestazioni del male, altrove e in altre forme. Sono molto eloquenti a questo riguardo le parole pronunciate dal papa in occasione della Udienza Generale del 28 giugno 2017 in Piazza San Pietro: il cristiano percorre la sua strada in questo mondo con l’essenziale per il cammino, però con il cuore pieno d’amore. La vera sconfitta per lui o per lei è cadere nella tentazione della vendetta e della violenza, rispondendo al male col male. Gesù ci dice: «Io vi mando come pecore in mezzo a lupi» (Mt 10,16). Dunque, senza fauci, senza artigli, senza armi. Il cristiano piuttosto dovrà essere prudente, a volte anche scaltro: queste sono virtù accettate dalla logica evangelica. Ma la violenza mai. Per sconfiggere il male, non si possono condividere i metodi del male. ….. C’è infatti in mezzo a noi Qualcuno che è più forte del male, più forte delle mafie, delle trame oscure, di chi lucra sulla pelle dei disperati, di chi schiaccia gli altri con prepotenza… Qualcuno che ascolta da sempre la voce del sangue di Abele che grida dalla terra. I cristiani devono dunque farsi trovare sempre sull’ “altro versante” del mondo, quello scelto da Dio: non persecutori, ma perseguitati; non arroganti, ma miti; non venditori di fumo, ma sottomessi alla verità; non impostori, ma onesti.
La direzione indicata ai cristiani dal papa può essere benissimo condivisa da tutti gli uomini di buona volontà.
Il male si può solo neutralizzare: è questo il principio che può offrire concrete prospettive di pace nelle mediazioni. Una posizione di principio in cui si riconosce la complessità della condizione umana e l’impossibilità di eliminare completamente il male. Piuttosto che coltivare l’illusione di una vittoria definitiva del bene sul male, è preferibile un approccio basato sulla gestione delle contraddizioni e delle fragilità umane per ridurre gli effetti del male e contenere la sua diffusione. Ciò implica una tensione continua tra il miglioramento delle condizioni di vita e la consapevolezza dei limiti strutturali propri delle realtà concrete.
Lottare contro il male per neutralizzarlo implica anche il rifiuto di ogni trionfalismo. Quando si cerca di “sradicare” il male, c’è il rischio di cadere in una logica di violenza e repressione, in cui il bene, per imporsi, finisce per adottare mezzi che contraddicono il suo stesso fine. Neutralizzare il male non significa accettazione passiva ma iniziativa per limitarne il potere con uno sforzo costante, che coinvolge non solo i singoli individui, ma anche le istituzioni e le comunità. Significa costruire una società più giusta e solidale, senza mai cadere nella tentazione di demonizzare l’altro o di cercare soluzioni definitive e semplicistiche. Il bene è un cammino, non un punto di arrivo. Neutralizzare il male significa accettare il conflitto come parte della condizione umana, senza rinunciare alla speranza e all’impegno per rendere il mondo un luogo più vivibile e pacifico. È una chiamata a scegliere il bene ogni giorno, nella consapevolezza che anche i piccoli gesti possono contribuire a contenere e disinnescare le forze distruttive.
Neutralizzare il male non vuol dire accettare passivamente il concetto della neutralità che non deve mai intendersi come equidistanza tra bene e male. Anche nel contesto degli interventi umanitari la neutralità deve garantire da un lato l’operatività negli interventi umanitari e dall’altro non rinunciare al rispetto dell'imperativo morale di denunciare le cause profonde delle sofferenze che cerca di alleviare.
La Neutralità operativa è un principio indispensabile per garantire l'accesso alle vittime. Essere neutrali permette di lavorare in zone di conflitto, evitando di essere identificati come parte di una fazione.
Inoltre, la neutralità protegge gli operatori umanitari, rendendoli meno vulnerabili ad attacchi diretti. Restare neutrali, infine, consente di concentrare le risorse sull'assistenza immediata, senza il rischio di ostacoli politici o ritorsioni. Tuttavia, la neutralità entra in crisi quando l'azione umanitaria diventa complice passiva delle ingiustizie o rischia di legittimare le dinamiche di oppressione. È giusto ritenere che sia un dovere non solo alleviare le sofferenze, ma anche parlare apertamente delle ingiustizie e delle violenze che le causano.
L’azione umanitaria che sceglie il silenzio rischia di contribuire alla perpetuazione delle strutture di potere e dei conflitti che causano sofferenze. Questo crea una tensione tra l’aiuto immediato e il cambiamento strutturale necessario. La tensione tra neutralità operativa e imperativo di denuncia si manifesta in alcune situazioni emblematiche. Essere neutrali in un sistema ingiusto può significare accettare le regole di un sistema disumano, che continua a generare sofferenza. Per esempio, operare in un regime dittatoriale senza denunciare i crimini può essere interpretato come un tacito avallo di quel regime.
Inoltre, anche la neutralità può essere politicizzata quando una fazione accusa l’organizzazione di favorire l’altra parte, anche quando cerca di mantenersi imparziale. Questa ambiguità si riflette in alcune situazioni comuni. Come aiutare senza rafforzare una delle parti o alimentare le dinamiche del conflitto?
Le organizzazioni spesso devono accettare condizioni imposte dalle autorità locali per operare, sacrificando la possibilità di denunciare apertamente. In queste acque tempestose alcune organizzazioni trovano una rotta da seguire. Si deve prima di tutto riconoscere che la neutralità operativa è un mezzo, non un fine, e bilanciarla con la responsabilità di informare e sensibilizzare il mondo.
La neutralità non è un porto sicuro, ma una linea di confine da percorrere con coraggio. Essere neutrali per portare acqua a chi ha sete è necessario, ma c’è un momento in cui l’intervento umanitario deve ricordare che, come scrisse Primo Levi, “chiunque è testimone è anche parte in causa”. La vera sfida è trovare un equilibrio tra l’urgenza di alleviare le sofferenze immediate e il dovere morale di denunciare e combattere le cause profonde, senza perdere il senso ultimo della missione: restituire dignità e speranza a chi l’ha perduta.
[1] Antonio Spadaro, direttore de “La civiltà cattolica”, in Combattere la guerra, ITL Libri, 2023
Pasquale Palumbo