Quando il sistema tributario ignora l’equità, cresce la disuguaglianza, crolla la fiducia e si apre la strada alla violenza.
In tempi di crescenti tensioni internazionali, disuguaglianze economiche e sfiducia diffusa nelle istituzioni, tornare a riflettere sul nesso profondo tra giustizia fiscale e pace non è solo utile, ma necessario.
Non si tratta di un tema tecnico per addetti ai lavori, bensì di una questione etica che tocca le radici stesse della convivenza civile.
La progressività delle imposte – cioè il principio secondo cui chi ha di più deve contribuire di più – è iscritta nella nostra Costituzione (art. 53), ma nella pratica è spesso tradita. Troppo spesso il carico fiscale grava su lavoratori dipendenti e piccoli contribuenti, mentre grandi ricchezze e multinazionali riescono a sottrarsi al loro giusto contributo, sfruttando strumenti legali ma iniqui, come la pianificazione fiscale aggressiva o il ricorso ai paradisi fiscali. Il risultato è un sistema che, lungi dal ridurre le disuguaglianze, le alimenta.
Questa situazione ha conseguenze che vanno oltre l’economia. Come ricordava il filosofo John Rawls, una società giusta è quella in cui le istituzioni distribuiscono le risorse in modo equo, dando priorità ai più svantaggiati. Quando questo non accade, viene meno il consenso sociale e si innescano dinamiche di esclusione, risentimento e conflitto.
Anche il pensiero cristiano ha sempre sottolineato il legame tra giustizia e pace. Papa Giovanni XXIII, nell’enciclica Pacem in Terris (1963), indicava tra le basi della pace il riconoscimento dei diritti sociali ed economici di ogni persona, a partire dal diritto al lavoro e a una giusta retribuzione. Papa Francesco, più recentemente, ha parlato con forza contro la "economia che uccide", ricordando che l’iniquità è la radice della violenza. Laddove pochi concentrano ricchezze immense e molti vivono nella precarietà, non può esserci pace duratura.
Anche la storia ci insegna che la pace non regge su fondazioni inique. Nel secondo dopoguerra, la costruzione dello Stato sociale in Europa fu una risposta etica e politica alla barbarie della guerra: redistribuire risorse, garantire accesso universale a sanità, istruzione e protezione sociale era parte integrante di un progetto di pace. Oggi, smantellare quei presìdi senza costruirne di nuovi rischia di riaprire fratture profonde.
Il pacifismo di figure come Aldo Capitini o Alexander Langer ci ricorda che la pace non è semplice assenza di guerra, ma un “processo positivo” fondato sulla giustizia, sulla partecipazione, sull’inclusione. La giustizia fiscale è parte di questo processo: ogni euro sottratto alla collettività attraverso l’evasione o l’elusione è un euro in meno per costruire scuole, ospedali, servizi pubblici; è un passo indietro sulla strada della pace.
Oggi più che mai, il rifiuto della guerra deve andare di pari passo con la costruzione di un ordine economico giusto. Perché, come ci ricorda la Bibbia, “il frutto della giustizia sarà la pace” (Isaia 32,17). E senza giustizia fiscale, non può esserci giustizia sociale.
Carlo Palumbo
Foto articolo di Elyse Chia su Unsplash