Il lungo risveglio dell'Asia
Dal 1905 al porcospino d'acciaio, la storia di un Occidente che non sa rinunciare al proprio primato
La storia produce sempre risultati inediti. L'affermazione di Luciano Canfora offre forse la chiave migliore per leggere “Il porcospino d'acciaio. Occidente ultimo atto”. La storia ha tempi molto più lunghi delle scadenze elettorali e delle previsioni degli analisti. I processi cominciano quando nessuno è ancora in grado di riconoscerli, e giungono a maturazione in forme diverse da quelle immaginate dai loro stessi protagonisti.
Uno di questi processi ebbe inizio nel 1905. Il 22 gennaio di quell'anno oltre centomila lavoratori marciarono pacificamente verso il Palazzo d'Inverno di San Pietroburgo, guidati dal sacerdote Georgij Gapon. Portavano allo zar Nicola II una petizione che chiedeva condizioni di lavoro più umane, libertà politiche, rappresentanza popolare. Non si presentavano come nemici dello zar: molti confidavano nella sua protezione e portavano icone e ritratti imperiali. L'esercito rispose sparando sulla folla. Fu la Domenica di sangue, l'evento che dissolse il mito dello zar padre del popolo e aprì la rivoluzione russa del 1905.
Lenin lesse quella rivoluzione su due piani. Fu la prova generale del 1917, ma anche l'annuncio di qualcosa di più vasto: il segnale di un “risveglio dell'Asia” — è il titolo stesso di un suo scritto del 1913 — che a suo giudizio avrebbe finito per coinvolgere centinaia di milioni di persone. Alla rivoluzione del 1905 seguirono infatti la rivoluzione costituzionale persiana, quella dei Giovani Turchi, la rivoluzione cinese del 1911. Popoli che l'Europa considerava immobili e politicamente passivi cominciavano a entrare nella storia come soggetti.
La definizione di Lenin conserva una forza sorprendente. L'Asia non si risvegliava perché fosse diventata più ricca o più potente dell'Europa. Si risvegliava perché iniziava a contestare l'ordine imposto dalle monarchie assolute, dalle strutture feudali, dal colonialismo. Lenin poteva così contrapporre, provocatoriamente, un'Asia politicamente avanzata a un'Europa materialmente progredita ma governata da classi dirigenti che difendevano privilegi, militarismo, dominio coloniale. Quel risveglio impiegò mezzo secolo per produrre il suo primo grande risultato. Dopo le due guerre mondiali gli imperi coloniali europei cominciarono a dissolversi. Nel 1955 la Conferenza di Bandung riunì ventinove paesi asiatici e africani, che rappresentavano più della metà della popolazione mondiale: la prima manifestazione collettiva di un mondo che non voleva più essere un oggetto della politica occidentale. Il principio era semplice e rivoluzionario — i popoli appena liberati non intendevano passare dal dominio coloniale alla subordinazione dentro uno dei due blocchi della Guerra fredda.
L’indipendenza politica, tuttavia, non eliminò la dipendenza economica. Le bandiere cambiarono, mentre i rapporti di forza rimasero in larga parte intatti. Il caso più netto è forse quello iraniano: nel 1953 un colpo di Stato organizzato dagli Stati Uniti e dal Regno Unito rovesciò il governo di Mohammad Mossadeq dopo la nazionalizzazione del petrolio, riportò nel paese lo scià e consolidò il suo potere autoritario. Nel Congo, divenuto indipendente nel giugno 1960, Patrice Lumumba fu deposto e assassinato nel gennaio 1961 con una responsabilità belga documentata e sullo sfondo dell’ostilità americana. Nel Cile del 1973 il colpo di Stato militare pose fine al governo di Salvador Allende dopo anni di interventi clandestini statunitensi diretti a impedirne prima l’insediamento e poi a destabilizzarne l’azione. Non furono vicende identiche né parti di un’unica regia, ma variazioni di una grammatica ricorrente. Quando la sovranità nazionale toccava interessi occidentali — petrolio, materie prime, proprietà delle imprese, allineamento strategico — tornava disponibile un intero repertorio di strumenti: la pressione economica, l’azione clandestina, il sostegno alle forze golpiste, talvolta l’intervento diretto. Quasi sempre, rivestiti del linguaggio della libertà e della sicurezza.
È qui che si colloca la riflessione di Canfora. L'Occidente ha trasformato parole universali in strumenti della propria politica di potenza. Non significa che libertà e democrazia siano valori falsi. Significa che sono state applicate selettivamente: difese quando coincidevano con gli interessi occidentali, dimenticate quando li ostacolavano. Dittature amiche protette, governi ostili rovesciati in nome dei diritti umani. Oggi il processo cominciato nel 1905 sembra entrare in una nuova fase. Cina, India e Russia hanno storie, interessi, sistemi politici profondamente differenti. Non costituiscono un blocco omogeneo né condividono una visione comune del futuro: India e Cina restano divise da controversie territoriali e da una forte competizione strategica, la Russia teme di diventare il partner minore della potenza cinese. Tutte e tre perseguono innanzitutto interessi nazionali.
Eppure cominciano a dialogare con una continuità prima impensabile. I BRICS si sono allargati, l'Organizzazione per la cooperazione di Shanghai ha acquistato peso, Russia e India hanno sviluppato meccanismi di pagamento nelle rispettive monete, la Cina costruisce reti commerciali e finanziarie alternative a quelle dominate dall'Occidente. È bene non sopravvalutare la portata di questi processi: il dollaro resta di gran lunga la valuta dominante negli scambi e nelle riserve mondiali, e i BRICS restano più una piattaforma di coordinamento che un blocco capace di azione comune. Ma la direzione del movimento — sottrarsi almeno in parte al monopolio occidentale delle regole, delle sanzioni, della legittimazione politica — appare oggi più concreta di quanto fosse anche solo un decennio fa.
Sarebbe tuttavia ingenuo confondere la crisi dell'egemonia occidentale con la nascita automatica di un mondo più giusto. Il multipolarismo può significare equilibrio fra potenze, non necessariamente liberazione dei popoli. Può limitare il dominio di un solo centro, oppure produrre una nuova spartizione del mondo tra imperialismi diversi. Cina, Russia e India non sono per natura portatrici di pace e di emancipazione: anch'esse possono premere sui paesi più deboli, reprimere il dissenso, subordinare i diritti alle esigenze della potenza.
La storia produce risultati inediti proprio perché non realizza fedelmente i progetti di chi pretende di guidarla. Lenin immaginava che il risveglio dei popoli asiatici avrebbe incontrato la rivoluzione proletaria europea. È accaduto altro. La rivoluzione in Europa non è arrivata, il capitalismo si è esteso all'intero pianeta, e oggi sono grandi potenze capitalistiche non occidentali a contestare il primato dell'Occidente.
Davanti a questa trasformazione l'Europa non sembra interrogarsi sulle ragioni profonde della propria perdita di credibilità. Preferisce armarsi. Nel marzo 2025 Ursula von der Leyen dichiarò che l'Ucraina doveva diventare un “porcospino d'acciaio”, indigesto per ogni possibile invasore. L'immagine è efficace e apparentemente difensiva — il porcospino non aggredisce, mostra gli aculei per scoraggiare chi vuole divorarlo. Ma Canfora ne rovescia il significato, e qui il suo libro tocca forse il punto più acuto: il porcospino non è la metafora di una difesa proporzionata, è il sintomo di un organismo che si sente ormai troppo debole per fare altro che irrigidirsi. Un potere sicuro di sé non ha bisogno di ricoprirsi di aculei; lo fa un potere che ha smesso di credere di poter persuadere, e che sostituisce la persuasione con la deterrenza.
Da qui la spirale che il libro descrive: la percezione dell'accerchiamento giustifica il riarmo, il riarmo consolida la logica amico-nemico, e la logica amico-nemico rende sempre più costoso — politicamente, prima ancora che militarmente — ogni gesto di mediazione. Il porcospino resta prigioniero della propria corazza: interpreta ogni relazione come competizione, ogni compromesso come debolezza, ogni dissenso interno come cedimento al nemico.
L'ultimo atto dell'Occidente non è necessariamente la sua scomparsa. Potrebbe essere la fine della sua pretesa di coincidere con il mondo, di stabilire da solo quali guerre siano giuste, quali governi legittimi, quali popoli meritevoli di sovranità. Questa fine potrebbe rappresentare non una catastrofe ma un'occasione — se l'Occidente sapesse rinunciare al dominio senza rinunciare ai valori migliori della propria storia.
Il vero problema, dunque, non è stabilire se vincerà l'Occidente o l'Oriente. È comprendere se dal lungo risveglio iniziato nel 1905 nascerà un ordine fondato sulla cooperazione fra soggetti diversi, o soltanto una nuova competizione fra imperi. Un secolo dopo la Domenica di sangue, la storia non ha ancora dato risposta. Ma una cosa appare ormai evidente: i popoli che l'Occidente credeva destinati alla periferia non accettano più che il centro del mondo sia deciso altrove.
Pasquale Palumbo
Immagine generata con intelligenza artificiale (AI).