Il riarmo e le sue conseguenze: economia reale, finanza pubblica; welfare e politica di pace

Il riarmo e le sue conseguenze: economia reale, finanza pubblica; welfare e politica di pace

Negli ultimi anni, l’Europa ha intrapreso un percorso di riarmo sempre più marcato, culminato nel piano “ReArm Europe”, che prevede investimenti colossali destinati a rafforzare le capacità difensive del continente. Questa scelta, spinta dalla crescente instabilità internazionale e soprattutto dall’invasione russa dell’Ucraina, ha riportato al centro del dibattito pubblico l’idea di un’economia orientata alla guerra anche in tempo di pace.

Tuttavia, è lecito chiedersi quali siano le conseguenze reali di questa strategia sul sistema economico, sulla tenuta dei conti pubblici, sullo stato del welfare e sulla vocazione dell’Europa alla pace. Dal punto di vista economico, è vero che la spesa pubblica può stimolare la crescita, ma non tutte le voci di bilancio hanno lo stesso effetto. Gli investimenti nel settore della difesa, pur generando occupazione e produzione, risultano meno efficaci rispetto a quelli in settori come l’istruzione, la sanità o le energie rinnovabili. Inoltre, molte delle tecnologie utilizzate sono di importazione, con la conseguenza che una parte significativa della spesa militare non resta nell’economia nazionale ma avvantaggia industrie estere, riducendo l’impatto positivo sull’occupazione e sulla produzione interna. In Italia, la spesa militare ha superato i 27 miliardi di euro nel 2023, con un incremento netto rispetto agli anni precedenti, ma senza ricadute proporzionali sul benessere collettivo. Questo aumento di spesa avviene in un contesto di bilancio pubblico già molto teso.

L’Italia, con un debito pubblico che supera il 137% del PIL, si trova a dover fare i conti con margini di manovra sempre più ristretti. Ogni euro destinato al riarmo è un euro sottratto ad altri settori, poiché il bilancio statale deve rispettare rigide compatibilità. Così, l’espansione del comparto militare rischia di tradursi in un aumento strutturale del disavanzo o, in alternativa, in un effetto di esclusione di altre spese pubbliche fondamentali, come quelle per la sanità, la scuola, la ricerca o la transizione ecologica. In un periodo in cui la Banca Centrale Europea ha rialzato i tassi di interesse, il rischio è che l’Italia debba affrontare costi crescenti per il finanziamento del debito, compromettendo ulteriormente la stabilità fiscale.

Al di là dei numeri, però, c’è la questione della qualità della spesa. Mentre i fondi per la difesa aumentano, molte voci sociali restano stagnanti o crescono meno dell’inflazione, con un impatto diretto sulla vita quotidiana dei cittadini. La sanità pubblica fatica a garantire servizi adeguati, l’istruzione soffre di carenze croniche, il welfare abitativo è tra i meno sviluppati in Europa e la povertà assoluta colpisce una parte crescente della popolazione. Si rischia così di costruire uno Stato armato ma fragile, più attento alla sicurezza militare che a quella sociale, in cui il disagio economico e l’insicurezza sociale alimentano sfiducia nelle istituzioni e tensioni politiche. A questo si aggiunge una questione di trasparenza e controllo democratico. La spesa militare è spesso poco visibile nei documenti pubblici, con appalti gestiti in regime di deroga e iter parlamentari ridotti al minimo. Le scelte strategiche vengono fatte in modo opaco, senza un vero dibattito pubblico, e ciò contribuisce ad allontanare i cittadini dalla politica. Infine, ma non meno importante, c’è il nodo della politica estera. Un’Europa che investe massicciamente in armamenti rischia di essere percepita come meno disposta alla mediazione e più incline al confronto armato. L’espansione dell’industria bellica può portare anche a un aumento delle esportazioni di armi verso Paesi instabili o autoritari, con tutte le conseguenze etiche e geopolitiche del caso.

E nel lungo periodo, la dipendenza crescente dal comparto militare può favorire la nascita di un complesso militare-industriale, un sistema di interessi strutturati che trae beneficio dalla tensione più che dalla pace, orientando in modo distorto le priorità politiche. Di fronte a tutto ciò, la domanda che dobbiamo porci è quale tipo di sicurezza vogliamo costruire. Perché una politica di pace autentica non si misura solo con la quantità di armi, ma con la capacità di costruire benessere diffuso, giustizia sociale e cooperazione. Se davvero vogliamo un’Europa sicura, dobbiamo chiederci se stiamo investendo nella direzione giusta.

 
Carlo Palumbo 

 

 

Foto articolo di Alice Donovan Rouse su Unsplash

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