Offering in memory of journalists Anas al Sharif and Mohammed Qreiqeh Ibrahim Zaher, Mohammed Noufal and Moamen Aliwa, killed by the Israeli Army on 10 August 2025.

Quando un testimone viene messo a tacere

Di fronte alla notizia dell’uccisione di un giornalista in zone di conflitto come Gaza o la Cisgiordania, si ascoltano spesso, anche da commentatori autorevoli, alcune argomentazioni ricorrenti. C’è chi sostiene, ad esempio, che questi reporter sarebbero in realtà fiancheggiatori di gruppi armati come Hamas,

e che la loro eliminazione sarebbe quindi un atto di autodifesa da parte di Israele. Altri affermano che non vi sia certezza sulle responsabilità dirette dell’esercito israeliano. In altri casi, si ammette la possibilità di un coinvolgimento ma lo si attribuisce a un tragico errore, e comunque si ricorda che Israele, in quanto democrazia, saprà condurre indagini interne per accertare e punire eventuali colpevoli. È giusto riportare queste posizioni con correttezza: solo ascoltandole senza pregiudizi possiamo avviare un confronto serio. Ma è altrettanto doveroso sottolineare alcuni fatti e riflettere sulle loro implicazioni.

Che cosa resta della verità quando il testimone viene eliminato? Uccidere un giornalista non è mai un atto come un altro. Un giornalista, specie in zone di guerra, non è soltanto un narratore degli eventi: è un testimone.
E se documenta crimini contro la popolazione civile – stragi, blocchi umanitari, assedi che generano fame e privazioni – il suo ruolo diventa quello di potenziale testimone in sedi giudiziarie internazionali. Eliminare chi può testimoniare significa, di fatto, privare tutti noi di prove e voci che potrebbero contribuire all’accertamento della verità.

Il caso di Anas Al Sharif, reporter di Al Jazeera ucciso il 10 agosto 2025, è emblematico. Le sue cronache hanno raccontato l’uccisione di civili innocenti, le sparatorie contro donne, anziani e bambini in fila per il pane, e l’uso della fame come arma di guerra. Il suo non era un lavoro neutro in senso sterile: era la scelta di raccontare ciò che vedeva, come ogni giornalista dovrebbe fare. Chi di noi, trovandosi davanti a simili scene, avrebbe il coraggio di tacere? Non si può nemmeno dire che simili episodi siano solo conseguenza della spirale di violenza scatenata dopo il 7 ottobre. La lista dei giornalisti uccisi in contesti simili è lunga e precedente a quella data: basti ricordare Shireen Abu Akleh, colpita alla testa l’11 maggio 2022 in Cisgiordania mentre indossava chiaramente la pettorina “Press”. Secondo dati di organizzazioni per la libertà di stampa, sono quasi 300 i reporter uccisi dall’esercito israeliano negli ultimi anni. Chi elimina testimoni scomodi sotto gli occhi del mondo non difende un confine o un principio: difende la possibilità di agire nell’impunità.

E quando la verità viene messa a tacere, a perdere non è solo chi vive nei luoghi del conflitto: perdiamo tutti, come comunità internazionale, come cittadini che hanno diritto a sapere, come esseri umani che hanno bisogno di giustizia. Sta a noi non permettere che questa perdita diventi irreversibile.

Carlo Palumbo

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