Quando la guerra diventa normale

Quando la guerra diventa normale

Quando la guerra diventa normale

C'è un cambiamento culturale che dovrebbe preoccuparci più delle stesse cronache di guerra. Non consiste soltanto nell'aumento delle spese militari, nella corsa al riarmo o nel moltiplicarsi dei conflitti armati. Il cambiamento più profondo è un altro: la guerra sta tornando ad essere considerata un fatto normale, quasi inevitabile, una componente ordinaria della vita politica internazionale.

Quando un'intera società finisce per convincersi che la guerra sia il destino ineluttabile delle relazioni tra gli Stati, il problema non è più soltanto la guerra in sé. È il venir meno della capacità di immaginarne un'alternativa.

Per molti anni il movimento per la pace ha costruito la propria critica su argomentazioni solide e razionali. Si è ricordato che ogni euro investito negli armamenti viene sottratto alla sanità, alla scuola, alla ricerca, alla tutela dell'ambiente e al welfare. Si è mostrato come la logica della deterrenza produca un paradosso permanente: se ogni Stato si arma per sentirsi più sicuro, il risultato complessivo è un aumento dell'insicurezza di tutti. Si è fatto appello al diritto internazionale come argine alla violenza organizzata e come fondamento di una convivenza tra i popoli basata sulle regole anziché sulla forza.

Sono argomenti che conservano tutta la loro validità. Eppure oggi sembrano non bastare più.

Non perché siano stati confutati, ma perché stanno cambiando le condizioni culturali entro cui essi vengono ascoltati. Una parte crescente dell'opinione pubblica vive immersa in una narrazione permanente dell'emergenza: nemici esterni, minacce ai confini, competizione geopolitica, sicurezza nazionale, guerra come prezzo inevitabile della libertà. La paura, alimentata da campagne mediatiche e da una comunicazione politica fondata sulla mobilitazione permanente, finisce così per sospendere il giudizio critico. Ciò che fino a pochi anni fa sarebbe apparso inaccettabile oggi viene percepito come realistico.

È questo il vero successo della cultura della guerra.

Finché era viva la memoria delle due guerre mondiali, la guerra rimaneva, nonostante tutto, un fallimento della politica, una tragedia da evitare. Oggi quella memoria si è affievolita. Al suo posto sembra riemergere una concezione della politica fondata sulla volontà di potenza, sulla competizione tra Stati, sulla superiorità militare come garanzia ultima della sicurezza.

In questa prospettiva la guerra non rappresenta più un'eccezione, ma diventa l'espressione coerente di un ordine politico che assume la forza come criterio di legittimazione. La violenza organizzata appare così come il prolungamento naturale di una logica già presente nella società: predominio, coercizione, controllo, appropriazione delle risorse, concentrazione della ricchezza.

Non è un caso che questa trasformazione culturale si sviluppi dentro un modello economico e politico che ha progressivamente subordinato ogni dimensione della vita alla competizione. Il neoliberismo non ha soltanto ridefinito i rapporti economici; ha contribuito a normalizzare il linguaggio della sicurezza armata, a giustificare la repressione del dissenso quando ostacola interessi consolidati, a trasformare la forza in un principio ordinatore della convivenza.

Quando la competizione diventa il paradigma universale, anche la guerra finisce per apparire come uno strumento legittimo della politica.

Per questo oggi il pacifismo è chiamato a un compito più impegnativo di quello svolto negli ultimi decenni. Non basta più denunciare i costi economici della guerra. Non basta richiamare il diritto internazionale, sempre più svuotato dalla pretesa degli Stati sovrani di decidere unilateralmente quando e come ricorrere alla forza. Non basta neppure dimostrare l'irrazionalità strategica della corsa agli armamenti.

Occorre ricostruire una critica della guerra nella sua essenza.

Bisogna tornare ad affermare che la guerra non è soltanto inefficace o antieconomica. È moralmente inaccettabile perché rappresenta la negazione della dignità umana e della politica stessa. La guerra costituisce il punto più alto della violenza organizzata, il momento in cui l'essere umano viene ridotto a mezzo sacrificabile per finalità di potenza.

Da questo punto di vista assume particolare rilievo il richiamo di Papa Leone XIV a una «pace disarmata e disarmante». Non si tratta di uno slogan ingenuo né di un generico appello al buon sentimento. È una proposta politica ed etica radicale: rispondere alla logica della guerra con il disarmo, alla militarizzazione con la smilitarizzazione, all'escalation con la de-escalation, alla paura con la ricostruzione della fiducia.

Lo stesso Pontefice ha ricordato che «l'abisso del male è racchiuso nella guerra». È un'affermazione che riporta la questione sul terreno decisivo: quello della legittimità morale. La guerra non può essere semplicemente amministrata o resa più umana; deve essere riconosciuta come una sconfitta della civiltà.

Forse uno degli errori più gravi della cultura politica contemporanea è stato quello di accettare, quasi senza più discuterla, l'idea della "guerra giusta". Una categoria che, nata in contesti storici profondamente diversi, è stata progressivamente trasformata in una giustificazione disponibile per ogni conflitto ritenuto necessario. Così il realismo politico ha finito per prevalere sull'etica, coinvolgendo non soltanto le culture conservatrici, ma anche molti ambienti moderati e progressisti.

Eppure una politica che rinuncia alla propria dimensione morale finisce inevitabilmente per essere guidata soltanto dai rapporti di forza.

Se la domanda fondamentale è come rendere possibile una convivenza pacifica tra gli esseri umani, allora la pace non può essere costruita soltanto attraverso equilibri militari. Essa nasce innanzitutto dalla qualità delle relazioni, dalla fiducia reciproca, dall'educazione alla nonviolenza, dalla giustizia sociale, dalla capacità di riconoscere nell'altro non un nemico ma una persona.

La pace è prima di tutto una cultura.

Ed è precisamente questa cultura che oggi appare sotto attacco.

Per questo il compito più urgente del pacifismo non consiste soltanto nell'opporsi alle singole guerre, ma nel contrastare la normalizzazione della guerra come categoria mentale. Perché le guerre iniziano molto prima degli spari. Cominciano quando le coscienze si abituano all'idea che non possa esistere altra soluzione. Cominciano quando la paura prende il posto della ragione, quando la forza sostituisce il diritto, quando la politica rinuncia alla propria responsabilità etica.

Se vogliamo davvero costruire la pace, dobbiamo anzitutto sottrarre la guerra alla sua nuova legittimità culturale. Dobbiamo tornare a considerarla per ciò che è: non una necessità della storia, ma una scelta umana. E proprio perché è una scelta, può essere rifiutata.

La sfida del nostro tempo è questa: impedire che la guerra diventi il nuovo senso comune. Perché quando la guerra viene accettata come inevitabile, la pace smette di essere un progetto politico e si riduce a una parentesi tra un conflitto e l'altro. È contro questa resa della coscienza che il pacifismo è chiamato oggi a ritrovare la propria voce più profonda. 

Carlo Palumbo

Immagine generata con intelligenza artificiale (AI).

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