Due fotografie da Rimini. Dalla «pace giusta» al «realismo della misericordia»
Due interventi pronunciati nello stesso luogo a tre anni di distanza possono essere letti come due fotografie di una trasformazione che sembra maturare nel pensiero cattolico sulla guerra e sulla pace. La prima è quella del cardinale Matteo Zuppi al Meeting di Rimini del 2023. La seconda è quella di papa Leone XIV al Meeting del 2026. A nostro avviso si può cogliere, almeno nelle parole di cui disponiamo, uno spostamento significativo del punto di osservazione.
Nel 2023 la guerra in Ucraina era già entrata nel suo secondo anno. Zuppi era stato incaricato da papa Francesco di una missione volta ad «avviare percorsi di pace» e a Rimini affrontò direttamente la questione. Le sue parole erano nette: «Pace non significa tradimento. La pace richiede la giustizia e la sicurezza». Subito dopo precisava che «non ci può essere una pace ingiusta» perché «c'è un aggressore e un aggredito» e occorre una pace sicura per il futuro.
Proprio qui emerge però una difficoltà che negli anni successivi sarebbe diventata sempre più evidente. Che cosa significa concretamente una «pace giusta» mentre la guerra continua? Quale grado di riparazione dell'ingiustizia deve essere raggiunto prima che la pace possa essere considerata accettabile? Chi stabilisce questa soglia? E che cosa accade quando il mezzo impiegato per ristabilire la giustizia produce continuamente nuove vittime, nuove distruzioni e nuove ragioni di odio?
Zuppi stesso sembrava percepire il problema. Nello stesso intervento descriveva una guerra nella quale «tante persone muoiono», l'odio diventa profondo e l'inquinamento dell'intero ambiente diventa insopportabile. E pronunciava una frase forse più feconda della stessa formula della pace giusta: «Se vuoi la pace prepara la pace». In quelle poche parole era già contenuta una possibile uscita dal problema: la pace non più soltanto come stato finale nel quale la giustizia sarebbe ristabilita, ma come processo e come metodo. Se vuoi ottenere la pace devi cominciare a produrre condizioni di pace mentre il conflitto è ancora aperto.
Nel discorso del 2023, tuttavia, le due logiche restavano affiancate: da una parte aggressore e aggredito, pace giusta, sicurezza; dall'altra dialogo, amicizia sociale, preparazione della pace, e persino l'affermazione che «immaginare un mondo senza guerra non è una ingenuità».
Tre anni dopo, sempre a Rimini, papa Leone XIV sposta più decisamente il baricentro. Il passaggio che colpisce maggiormente è la contrapposizione tra «falso realismo» e «realismo della misericordia». Il falso realismo è quello che «riarma le menti, le parole e le nazioni». Al suo opposto la cultura cattolica deve affermare un realismo nel quale «non possono esistere nemici» e nel quale persino gli avversari rimangono fratelli e sorelle da guardare negli occhi. Il cambiamento concettuale è considerevole: non si discute più anzitutto delle condizioni che renderebbero giusta la pace, ma viene interrogata la cultura che considera realistico prepararsi alla guerra per garantire la pace.
La frase «il male non si combatte col male» porta questo ragionamento ancora più lontano: introduce un vincolo non soltanto sul fine ma sui mezzi. Non basta che il risultato perseguito sia moralmente giusto — anche il modo attraverso cui cerchiamo di conseguirlo entra nel giudizio morale. In questo senso Leone raccoglie e radicalizza proprio quel «Se vuoi la pace prepara la pace» pronunciato da Zuppi tre anni prima.
La questione investe anche il rapporto con il magistero di Francesco. Fratelli tutti aveva sottoposto a critica severa la possibilità di applicare ai conflitti contemporanei i tradizionali criteri della guerra giusta. Laudato si', da un'altra prospettiva, aveva mostrato che nessun conflitto può essere isolato dal sistema di relazioni economiche, sociali e ambientali in cui avviene. Il discorso di Zuppi del 2023 poteva apparire ancora sospeso fra i due linguaggi — quello tradizionale della giustizia e della sicurezza, e quello francescano della fraternità e della costruzione della pace. Leone sembra compiere un passo ulteriore. Non nega l'esistenza dell'ingiustizia né la responsabilità di chi aggredisce, ma colloca il problema a un livello precedente: prima ancora di domandarci come sconfiggere il nemico, dobbiamo chiederci se possiamo continuare a pensare l'altro come nemico.
È qui che acquista tutta la sua forza l'altra affermazione pronunciata a Rimini: «Prima di confini, definizioni e istituzioni ci sono sempre le persone». Non significa che confini, istituzioni e responsabilità scompaiano, ma che nessuna di queste categorie può cancellare la relazione umana originaria. L'avversario resta persona, e se resta persona non può essere trasformato definitivamente in nemico.
Il passaggio forse più politico del discorso di Leone è però quello in cui chiede di purificare «pensieri, interessi, abitudini, frequentazioni, progetti, investimenti» da ciò che la cultura della potenza ha inquinato. Qui la misericordia cessa di essere una disposizione sentimentale e diventa criterio con cui giudicare strutture economiche, decisioni politiche, investimenti e sistemi di potere.
Sarebbe dunque prudente non parlare, sulla base di questi soli elementi, di un abbandono formale della dottrina della guerra giusta. Possiamo però parlare di qualcosa forse più interessante: un progressivo spostamento del centro di gravità del pensiero cattolico dalla regolazione morale della guerra alla costruzione attiva della pace. La guerra non viene più interrogata soltanto chiedendo quando sia lecita, proporzionata o necessaria; viene interrogato il sistema culturale che la rende continuamente pensabile e infine inevitabile.
Nel 2023 Zuppi diceva: se vuoi la pace prepara la pace. Nel 2026 Leone XIV sembra aggiungere: per prepararla occorre liberarsi innanzitutto dal falso realismo che ci convince che siano la forza e il riarmo a proteggerci dalla forza e dalla guerra. Il realismo della misericordia non propone di fuggire dalla realtà: contesta piuttosto alla cultura della potenza il diritto di appropriarsi della parola realismo. Ed è forse questa la novità più profonda della seconda fotografia di Rimini.
Pasquale Palumbo
Immagine generata con intelligenza artificiale (AI).