Il tempo è fuori dai cardini

Il tempo è fuori dai cardini

«Il tempo è fuori dai cardini»
Da Amleto a Florenskij: l'antinomia della guerra e il coraggio della pace

«Il tempo è fuori dai cardini». Così esclama Amleto, travolto da un mondo nel quale il bene e il male sembrano aver perduto il loro ordine. Subito dopo aggiunge: «Che maledizione essere nato proprio io per rimetterlo a posto!». Questa frase, riletta da Pavel Florenskij e magistralmente commentata da Silvano Tagliagambe, (http://www.silvanotagliagambe.net/2017/10/23/pavel-florenskij-oltre-amleto-lantinomia-dalla-paralisi-allopportunita/#_ftnref21) sembra parlare direttamente al nostro tempo.

Anche noi viviamo in un'epoca nella quale l'ordine del mondo appare incrinato. Guerre, riarmo, crisi internazionali, conflitti economici e culturali si susseguono con una rapidità che lascia spesso sgomenti. E, come Amleto, anche noi abbiamo l'impressione che qualunque scelta comporti la rinuncia a qualcosa di giusto. È questa la vera antinomia del nostro tempo. Prendiamo il caso della guerra tra Russia e Ucraina. Da una parte vi è un principio che appare difficilmente contestabile: un popolo aggredito ha il diritto di difendersi. Dall'altra ve n'è un altro altrettanto evidente: ogni guerra produce sofferenze incalcolabili e dovrebbe terminare il più presto possibile. Chi potrebbe negare uno di questi due principi? Eppure è proprio il loro intreccio a generare la paralisi. Se sostieni il diritto alla difesa, vieni accusato di contribuire all'escalation militare. Se invochi un negoziato, rischi di essere considerato indulgente verso l'aggressore. Così il dibattito pubblico si irrigidisce in due schieramenti contrapposti, ciascuno convinto di custodire l'intera verità e ciascuno incapace di comprendere fino in fondo le ragioni dell'altro. È qui che Florenskij offre una lezione sorprendentemente attuale. Per il grande pensatore russo, l'antinomia non è un incidente del ragionamento né una contraddizione da eliminare con un artificio logico. È il segno che la realtà è più ricca delle categorie con cui cerchiamo di comprenderla. Quando due esigenze autentiche sembrano escludersi reciprocamente, il compito della ragione non consiste nello scegliere arbitrariamente una delle due cancellando l'altra. Consiste piuttosto nell'accettare la tensione e cercare un livello più profondo dal quale possa emergere una soluzione nuova. È una concezione della ragione molto diversa da quella alla quale siamo abituati. La cultura contemporanea tende infatti a trasformare ogni questione in un referendum permanente. O con me o contro di me. O guerra o resa. O riarmo o disarmo. Ogni problema viene ridotto a un'alternativa secca, nella convinzione che la verità coincida con la vittoria di uno dei due poli. Ma la vita non funziona così. Le grandi questioni morali non si lasciano rinchiudere dentro un aut-aut. Chiunque abbia vissuto un conflitto familiare, un dilemma professionale o una scelta difficile sa che spesso le ragioni si distribuiscono su entrambi i fronti. La maturità non consiste nell'ignorare una delle due, ma nel trovare un cammino che le ricomponga senza tradirle. È precisamente questo il contrario della paralisi di Amleto. Amleto vede con straordinaria lucidità la complessità della situazione. Il suo problema non è la mancanza di intelligenza. È l'incapacità di trasformare quella comprensione in un'azione creativa. Rimane prigioniero dell'antinomia. Quante volte accade anche a noi? Discutiamo per mesi di invio di armi, di sanzioni, di deterrenza, di trattative, ma molto più raramente ci chiediamo quale architettura politica, diplomatica e culturale potrebbe rendere possibile una pace stabile. Continuiamo a scegliere tra alternative già date, mentre il vero compito sarebbe immaginare possibilità nuove. È forse questa la più grave povertà della politica contemporanea. La politica nasce per creare ciò che ancora non esiste. Quando si limita a gestire le contrapposizioni, rinuncia alla propria missione. Naturalmente nessuno possiede ricette semplici. La guerra in Ucraina è una tragedia di enorme complessità storica, politica e strategica. Sarebbe ingenuo credere che esistano soluzioni immediate. Ma proprio questa complessità dovrebbe renderci più prudenti verso le semplificazioni. Le domande decisive non sono: "Bisogna armare?" oppure "Bisogna trattare?". La vera domanda è un'altra. Come si costruiscono le condizioni perché la forza non diventi l'unico linguaggio possibile? Come si difende un popolo senza rinunciare, nello stesso tempo, a costruire un futuro di riconciliazione? Come si impedisce che la deterrenza diventi una condizione permanente dell'umanità? Sono domande scomode, perché obbligano tutti a fare un passo oltre le proprie convinzioni. Ma è proprio questo il luogo nel quale la politica ritrova la sua dignità. Florenskij ci insegna che l'antinomia non è il punto di arrivo del pensiero. È il suo punto di partenza. Essa costringe l'intelligenza a crescere. Costringe a riconoscere che la realtà eccede continuamente i nostri schemi. Costringe ad abbandonare la rassicurante illusione secondo cui ogni problema possa essere risolto scegliendo semplicemente una delle due parti. In questo senso la pace non è un compromesso al ribasso. È una delle più alte forme della creatività umana. Richiede immaginazione, coraggio, pazienza, capacità di ascolto e, soprattutto, la volontà di non ridurre mai l'avversario a un nemico assoluto. Ogni pace duratura nasce dal riconoscimento che nessuna relazione umana può sopravvivere se viene costruita esclusivamente sulla logica della sopraffazione. Forse è proprio questo il messaggio più attuale di Florenskij.
Quando il tempo sembra fuori dai cardini, la tentazione più forte è scegliere rapidamente uno dei due estremi per liberarci dall'incertezza. Ma la storia insegna che gli estremi raramente ricompongono il mondo. Più spesso ne approfondiscono le fratture. La pace, invece, chiede qualcosa di molto più difficile. Chiede uomini e donne capaci di abitare l'antinomia senza esserne paralizzati. Capaci di custodire insieme la giustizia e la misericordia, la difesa e la riconciliazione, il realismo e la speranza. Forse è proprio questo il compito che il nostro tempo affida alla politica, alla cultura e a ciascuno di noi. Non scegliere il corno più rassicurante del dilemma. Ma avere il coraggio di cercare, insieme, quel sentiero ancora invisibile sul quale la pace può finalmente diventare una possibilità concreta.

Pasquale Palumbo

Immagine generata con intelligenza artificiale (AI).

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