Non è mai troppo tardi

Non è mai troppo tardi

Non è mai troppo tardi

Editoriale di fine estate

Questa estate lascia dietro di sé una sensazione difficile da ignorare. Non abbiamo soltanto avuto caldo. Abbiamo visto piogge improvvise trasformarsi in alluvioni, grandinate violentissime, ghiacciai arretrare e montagne diventare più fragili. Ciò che per molti anni abbiamo chiamato cambiamento climatico, collocandolo prudentemente nel futuro, sta entrando nella nostra esperienza quotidiana.
Forse la tanto attesa presa di coscienza sta finalmente arrivando. Arriva però tardi, e il ritardo ha una forma precisa: per decenni abbiamo saputo. La scienza misurava l'aumento delle temperature, osservava lo scioglimento dei ghiacci, costruiva modelli, indicava scenari. Ora cominciamo anche a vedere. Tra il sapere e il vedere abbiamo lasciato trascorrere un tempo prezioso, e il passaggio decisivo — cambiare — resta ancora da compiere.


I dati non consentono molte illusioni. Secondo il Copernicus Climate Change Service, gli ultimi undici anni sono stati gli undici più caldi mai registrati; con le politiche attualmente in vigore, le proiezioni dell'ultimo rapporto delle Nazioni Unite sul divario delle emissioni collocano il mondo su una traiettoria di circa 2,8 gradi di riscaldamento nel corso di questo secolo. Non significa semplicemente avere estati un po' più calde. Significa aumentare progressivamente la probabilità e la gravità di eventi estremi, mettere sotto pressione gli ecosistemi, l'agricoltura, le risorse idriche, le città e, in alcune regioni, le stesse condizioni di abitabilità.
Proprio mentre servirebbe una capacità di cooperazione internazionale senza precedenti, le guerre non si fermano e le armi si moltiplicano: secondo il SIPRI, nel 2025 è stato registrato un numero record di conflitti armati e la spesa militare mondiale ha raggiunto circa 2.900 miliardi di dollari. Il legame con la crisi climatica non passa anzitutto per il bilancio sottratto alla cura dell'ambiente, per quanto anche questo conti: le guerre sono esse stesse una fonte diretta e massiccia di devastazione ambientale. In Ucraina, tre anni di conflitto hanno rilasciato oltre 230 milioni di tonnellate di CO2, quanto le emissioni combinate di Austria, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia nello stesso periodo. A Gaza le stime più caute parlano di circa 1,9 milioni di tonnellate legate direttamente alle operazioni militari, ma se si considera anche l'eventuale ricostruzione la cifra sale a oltre 32 milioni. In entrambi i casi, oltre alle emissioni, ci sono territori interi resi inabitabili, falde acquifere e suoli contaminati, aria irrespirabile nelle aree bombardate, boschi bruciati, terreni agricoli trasformati in distese sterili: una desertificazione che nessuna tregua ripara in tempi brevi, e i cui effetti si misurano in decenni, non in stagioni. La guerra, in altre parole, non è solo un ostacolo indiretto alla transizione ecologica: è essa stessa una delle forme più violente e immediate di distruzione ambientale, ed è per questo che le due emergenze — climatica e bellica — non possono essere trattate come capitoli separati della stessa crisi.
Alexander Langer aveva visto con sorprendente anticipo il problema. Nel 1990 scriveva che il citius, altius, fortius — più veloce, più alto, più forte — era diventato la legge di una civiltà fondata sull'espansione illimitata, e che quella corsa stava diventando «autodistruttiva». Alla logica dell'accelerazione, della crescita e della potenza contrapponeva il suo lentius, profundius, suavius: più lentamente, più profondamente, più dolcemente. Aveva compreso anche qualcosa di più sottile, e oggi ancora più inquietante: non credeva che sarebbe bastata la catastrofe a renderci saggi. Scriveva che non sarebbero bastati «la paura della catastrofe ecologica» e neppure i primi collassi della nostra civiltà, fino al «clima impazzito», per convincerci a cambiare strada.
Aveva ragione. Sappiamo, vediamo, e continuiamo: a consumare risorse come se fossero inesauribili, a considerare la crescita materiale come misura quasi naturale del successo delle nostre società, a rimandare le trasformazioni più difficili — mentre aumentiamo le spese militari, costruiamo nuovi arsenali e ci prepariamo a conflitti futuri senza riuscire a fermare quelli presenti.
Questo non significa che sia già tutto deciso. Tra un mondo più caldo e un mondo molto più caldo c'è una differenza enorme, e resta in nostro potere collocarci più vicini al primo che al secondo. Ogni frazione di grado evitata significa eventi estremi meno gravi, ecosistemi meno compromessi, territori ancora abitabili, sofferenze e migrazioni che possono essere contenute. Allo stesso modo, ogni guerra fermata, ogni conflitto prevenuto, ogni risorsa sottratta alla distruzione e destinata alla cura modifica, sia pure in piccola parte, la direzione del futuro. Questo margine, per quanto stretto, è il punto su cui vale la pena insistere: davanti a ciò che vediamo l'ottimismo rischierebbe di diventare una forma di rimozione, ma il margine reale che ancora abbiamo non è un consolarsi, è un fatto su cui si può ancora lavorare.
Lavorarci comincia dal riconoscere la nostra fragilità. Abbiamo parlato molto di resilienza, della capacità di resistere agli urti e adattarci; ma diventare sempre più bravi a sopportare le conseguenze di un sistema che continuiamo a non modificare è un orizzonte troppo povero. Prima ancora della resilienza dovremmo riscoprire la fragilità: della montagna, del ghiacciaio, del bosco, del territorio, delle società e infine di noi stessi. Non siamo osservatori esterni di una natura che si deteriora. Siamo parte della stessa rete di dipendenze.
È qui che il lentius, profundius, suavius di Langer torna utile, e forse è la parte più difficile da accogliere di tutto il suo pensiero: non una ricetta per vivere meglio, ma un cambiamento di civiltà, che sostituisce alla potenza il limite, alla competizione la cooperazione, al dominio la cura. Al centro di questo cambiamento sta una domanda semplice da formulare e durissima da praticare, per le persone come per le società: quanto è abbastanza? È una domanda che riguarda i consumi, ma anche gli armamenti, la crescita, l'accumulazione — ogni ambito in cui abbiamo trasformato il "di più" in un bene automatico, senza mai chiederci fino a quando. Rispondere sul serio a questa domanda, prima ancora di ogni misura tecnica, è probabilmente la trasformazione più radicale che ci viene chiesta.
Non sappiamo quanto tempo abbiamo ancora per correggere la rotta. Sappiamo però quale futuro stiamo preparando se non lo facciamo: un mondo più caldo, più instabile e più diseguale, nel quale la scarsità di acqua, cibo e territori sicuri rischierà di intrecciarsi sempre più con migrazioni, conflitti e nuove richieste di sicurezza. E sappiamo che rispondere all'insicurezza aumentando soltanto la potenza militare alimenta una spirale dalla quale sarà sempre più difficile uscire.
Per questo possiamo ancora dire che non è mai troppo tardi — ma dobbiamo dirlo senza alcuna consolazione, perché finché possiamo impedire che il male diventi più grande abbiamo il dovere di farlo. Langer, prima di andarsene, lasciò agli amici poche parole: «continuate in ciò che era giusto». Alla fine di questa estate non suonano come una promessa. Suonano come un compito.

Pasquale Palumbo

Immagine generata con intelligenza artificiale (AI).

Articoli Correlati