Lo scudo di Achille: collaudato in combattimento

Lo scudo di Achille: collaudato in combattimento

Lo scudo di Achille: collaudato in combattimento

C’è un’espressione che più di molte analisi geopolitiche rivela la logica perversa del commercio mondiale delle armi. È la formula «collaudato in combattimento». Nel linguaggio dell’industria militare significa che un sistema non è stato provato soltanto in laboratorio o durante un’esercitazione ma ha dimostrato la propria efficacia in condizioni operative reali. Ha intercettato missili, individuato bersagli, guidato droni o distrutto obiettivi. Può quindi essere presentato ai potenziali compratori come un prodotto affidabile. Ciò che la formula nasconde è che il combattimento non è un ambiente tecnico e non si svolge in uno spazio vuoto. È un luogo abitato da persone che vengono uccise, ferite o costrette a fuggire. Dietro la prova riuscita vi sono città bombardate, ospedali senza energia e famiglie che imparano a distinguere il rumore di un drone da quello di un aereo. La prestazione dell’arma viene separata dalle condizioni umane nelle quali è stata verificata. La guerra scompare e resta il certificato di qualità.

Secondo i dati diffusi dal ministero della Difesa israeliano, nel 2025 le esportazioni militari israeliane hanno raggiunto il valore record di 19,2 miliardi di dollari, con un aumento vicino al 30 per cento rispetto ai 14,8 miliardi dell’anno precedente: il quinto record annuale consecutivo. Missili, sistemi di difesa aerea, radar, apparati di osservazione e strumenti di guerra elettronica hanno rappresentato la parte principale delle vendite. Il nuovo accordo con la Grecia porta questa dinamica direttamente dentro l’Unione europea. Il 31 agosto 2026 Atene ha firmato con Israele un accordo intergovernativo da 3,035 miliardi di euro per lo “Scudo di Achille”, un sistema integrato che comprende gli intercettori David’s Sling e Barak MX, i radar Spyder e MMR e un centro di comando unificato. Nel presentare il contratto Israele ha valorizzato la vasta esperienza operativa acquisita durante le guerre recenti. Quell’esperienza non costituisce un elemento marginale. È diventata parte del prodotto e contribuisce al suo valore commerciale.
Sarebbe però troppo facile concentrare l’accusa sul solo venditore. Il mercato esiste perché ci sono compratori. Gli stessi governi europei che esprimono preoccupazione per le vittime civili e chiedono il rispetto del diritto internazionale acquistano tecnologie la cui reputazione è stata costruita nelle operazioni che dichiarano di contestare. La Grecia non compra soltanto missili e radar. Compra conoscenze elaborate attraverso l’impiego reale delle armi. Compra sistemi perfezionati grazie ai dati raccolti durante le guerre di Gaza e dell’Iran. Trasforma così in un vantaggio per la propria sicurezza ciò che sul piano diplomatico dovrebbe costituire motivo di allarme e di accertamento delle responsabilità.
L’ipocrisia non si trova dunque soltanto nell’offerta. È incorporata nell’intero scambio. Il venditore ricava dalla guerra una certificazione tecnologica e sostiene di contribuire alla pace. Il compratore finanzia quel successo commerciale e afferma di voler evitare la guerra. Entrambi chiamano “sicurezza” il proprio comportamento e “minaccia” quello altrui. Entrambi si dichiarano costretti ad armarsi da circostanze che sembrano non dipendere da nessuno. In realtà quelle circostanze sono anche il risultato delle loro decisioni.
Israele non rappresenta un’eccezione. Gli Stati Uniti vendono armamenti a governi democratici, monarchie autoritarie e Paesi coinvolti in conflitti devastanti. La Russia ha trasformato per decenni le forniture militari in strumenti d’influenza politica. Francia, Germania, Italia e Regno Unito proclamano la centralità dei diritti umani e nello stesso tempo competono per contratti con governi la cui condotta contraddice quei principi. Cina, Iran e Turchia presentano le proprie tecnologie come alternative all’egemonia occidentale ma riproducono la stessa logica. Esportano armi per conquistare mercati, alleanze e dipendenze. Cambiano le bandiere e le giustificazioni. Il meccanismo resta identico.
La sua perversione non consiste soltanto nel fatto che qualcuno guadagni vendendo strumenti di distruzione. Consiste nel circuito che collega direttamente il conflitto al successo industriale. Un sistema impiegato in guerra produce dati. Le aziende ne misurano le prestazioni, individuano gli errori, modificano gli algoritmi e migliorano sensori e munizioni. L’esperienza operativa diventa reputazione tecnologica. La reputazione conquista contratti. I contratti finanziano nuovi sistemi e accrescono la capacità di sostenere altre guerre. Il mercato non ha bisogno di desiderare apertamente il conflitto. È sufficiente che ne ricavi un vantaggio. Quando la guerra aumenta il valore di un prodotto la pace cessa di essere conveniente per tutti allo stesso modo.
La stessa logica governa gli Stati compratori. Ogni governo presenta i propri acquisti come una risposta obbligata alle minacce esterne. La nuova capacità militare modifica però l’equilibrio regionale e induce gli altri a reagire. Un sistema difensivo può realmente proteggere vite ma può anche convincere chi lo possiede di poter colpire senza temere la rappresaglia. L’avversario cercherà allora missili più numerosi e difficili da intercettare. Ognuno sosterrà di essersi limitato a reagire. Nessuno riconoscerà il proprio contributo all’inizio della corsa. È il miracolo linguistico della deterrenza. Quantità sempre maggiori di armi vengono accumulate da governi che affermano tutti di non volerle usare.
Le operazioni israeliane a Gaza sono sottoposte a una gravissima contestazione internazionale. La Corte internazionale di giustizia non ha ancora pronunciato una sentenza definitiva sull’accusa di genocidio – il procedimento è tuttora nella fase delle memorie scritte, dopo il deposito della controaccusa israeliana nel marzo 2026 – ma ha disposto misure vincolanti per proteggere la popolazione e garantire l’assistenza umanitaria. Sarebbe scorretto presentare una responsabilità non ancora definitivamente accertata come un fatto giudiziario concluso. Sarebbe altrettanto scorretto fingere che quel procedimento e le numerose denunce sulle violazioni del diritto umanitario non esistano. Proprio qui emerge la contraddizione più intollerabile. Mentre le vittime attendono anni perché siano accertate le responsabilità le tecnologie impiegate nelle stesse operazioni entrano immediatamente nei cataloghi commerciali. Il mercato arriva prima della giustizia.
La vittima viene così cancellata due volte. La prima quando la guerra la riduce a danno collaterale o numero provvisorio. La seconda quando l’arma che ha agito in quel contesto viene celebrata come un successo industriale. Il quartiere diventa teatro operativo. La casa diventa obiettivo. Il corpo diventa effetto. La conoscenza ricavata dalla distruzione diventa esperienza. Alla fine il prodotto può essere esposto nelle fiere internazionali come collaudato in combattimento. La formula compie una rimozione morale perché conserva l’efficacia dell’arma e cancella le vite sulle quali quell’efficacia è stata misurata.
Denunciare questa ipocrisia non significa chiedere a uno Stato di lasciare indifesa la propria popolazione. Significa rifiutare che ogni acquisto militare venga sottratto al giudizio pubblico attraverso la parola “sicurezza”. L’Unione europea dovrebbe applicare alle importazioni criteri umanitari analoghi a quelli previsti per le esportazioni. Prima di firmare un contratto un governo dovrebbe dichiarare dove e come le tecnologie siano state sperimentate e se il loro acquisto possa premiare condotte sottoposte a indagine internazionale. Dovrebbe pubblicare costi, clausole, trasferimenti tecnologici e valutazioni giuridiche. Dovrebbe inoltre dimostrare che insieme allo scudo sta costruendo strumenti politici capaci di ridurre la minaccia.
Nel caso greco l’acquisto dovrebbe essere accompagnato da linee dirette con la Turchia, notifiche preventive delle esercitazioni, meccanismi comuni d’indagine sugli incidenti e un negoziato sulle zone marittime contese. Se si costruisce uno scudo senza costruire il dialogo quello scudo finirà per giustificare la spada dell’altro.
“Collaudato in combattimento” è dunque molto più di uno slogan commerciale. È la confessione involontaria di un sistema che trasforma la sofferenza in informazione, l’informazione in superiorità tecnologica e la superiorità in profitto. Non esistono armi sperimentate in un combattimento astratto. Esistono armi sperimentate nella vita concreta degli esseri umani. Una civiltà che trasforma quella vita in certificazione commerciale non sta semplicemente preparando la propria difesa. Sta costruendo un’economia che ha bisogno della paura e una politica che finisce per dipendere dalla guerra.

 

Pasquale Palumbo

Immagine generata con intelligenza artificiale (AI).

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