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Custodire la terra, custodire la pace

L’incontro The Economy of Francesco, celebrato a Santa Maria degli Angeli ad Assisi il 24 settembre 2022, ha rappresentato una tappa decisiva per comprendere quanto la crisi ambientale, la crisi economica e la crisi della pace siano intrecciate nello stesso nodo storico.

 Nel discorso pronunciato davanti ai giovani economisti e imprenditori, Papa Francesco ha parlato con una sincerità disarmante della responsabilità delle generazioni che hanno costruito un modello di sviluppo capace di produrre ricchezza, ma non giustizia; capace di moltiplicare profitti, ma non armonia; capace di accelerare la crescita, ma non di custodire la vita. Egli ha riconosciuto con dolore che non siamo stati in grado di proteggere il pianeta, così come non siamo stati capaci di custodire la pace, e il riferimento alla tragedia della guerra in Ucraina ha reso evidente che la logica di dominio che sconvolge gli equilibri geopolitici è la stessa logica di dominio che devasta i suoli, le acque, l’atmosfera e i corpi più fragili della terra. L’economia che abbiamo conosciuto – un’economia occidentale fondata sul consumo illimitato, sull’estrazione continua, sull’idea che la natura sia una miniera da sfruttare e non un organismo vivente – ha generato quello che Laudato si’ chiama “i gemelli tossici dell’iniquità e del degrado” (cfr. LS 48–49). L’impronta antropocentrica che ha posto l’uomo al centro del creato come padrone e non come custode si è rivelata una prigione culturale e spirituale, e oggi ne paghiamo le conseguenze nei cambiamenti climatici, nei disastri ambientali, nella crescente insicurezza alimentare, nell’esodo di intere popolazioni costrette a lasciare le proprie terre. Il Papa, ad Assisi, non ha però parlato solo di colpe: ha indicato una via. La via è la conversione ecologica, una conversione che non riguarda soltanto i comportamenti individuali ma la struttura stessa del nostro modello di sviluppo, i criteri con cui produciamo, consumiamo, investiamo e persino sogniamo il nostro futuro. Conversione ecologica significa rimettere la natura al centro e decentrare l’essere umano, riconoscere che non abbiamo un diritto illimitato alla terra ma un dovere illimitato nei suoi confronti, ritrovare la fraternità perduta con le creature cantata da San Francesco d’Assisi. Proprio la vita del Poverello diventa ad Assisi la matrice profetica di un’economia che non uccide, che non scarta, che non sacrifica i poveri e gli ecosistemi sull’altare dell’efficienza. Papa Francesco ha parlato ai giovani consegnando loro non un compito generico, ma un mandato storico: costruire un’economia diversa da quella che hanno ricevuto, un’economia capace di sostenibilità ambientale, sociale, relazionale e spirituale. È come se da Assisi fosse partito un appello mondiale a rigenerare lo sguardo, a creare imprese che non producano solo valore economico ma valore umano, a pensare la finanza come strumento di cura e non di speculazione, a concepire i beni comuni come orizzonte condiviso e non come risorsa da privatizzare. La profezia che si è levata a Santa Maria degli Angeli non è un esercizio retorico: è un grido che unisce la sofferenza del pianeta e la sofferenza della storia, e che invita a ripensare radicalmente il nostro posto nel mondo. Se le generazioni precedenti hanno fallito, consegnando una casa comune ferita, le nuove generazioni possono ancora invertire la rotta. Ma ciò sarà possibile solo se sapremo abbandonare definitivamente il paradigma tecnocratico che separa l’economia dalla vita e la vita dal creato. La vera sostenibilità, quella che Papa Francesco ha definito integrale, è un equilibrio dinamico tra la terra e l’umanità, tra l’umanità e la pace, tra la pace e la giustizia. È un modo nuovo di respirare, un modo nuovo di abitare, un modo nuovo di scegliere. Ad Assisi, nel luogo in cui Francesco ha imparato a chiamare “fratello” il lupo e “sorella” la morte, il Papa ha invitato tutti noi a ricominciare da quella fraternità originaria che è l’unico antidoto alla violenza, alla guerra e alla devastazione ambientale. Da lì riparte la speranza: da un’economia che non promette potere, ma cura; che non promette dominio, ma relazione; che non promette accumulo, ma rigenerazione. Se l’economia diventa un luogo di pace, il mondo potrà finalmente respirare; e forse, per la prima volta dopo molti decenni, potremo dire di aver iniziato davvero a prenderci cura della casa comune che abbiamo ricevuto in dono.

Carlo Palumbo

 

foto di Ashwin Vaswani da Unsplash

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