La fabbrica della paura e la fabbrica del coraggio
I due binari della propaganda
La propaganda viene generalmente associata alla paura e siamo abituati a pensare al potere che ingigantisce un pericolo, individua un nemico, diffonde inquietudine e infine si presenta come l'unico soggetto capace di garantire protezione. È certamente così, ma è soltanto metà del problema, perché la propaganda sa compiere anche il lavoro opposto, sa costruire una paura quando questa è politicamente utile ma sa anche cancellare, screditare o trasformare una paura perfettamente razionale quando quella paura diventa un ostacolo.
La guerra offre forse l'esempio più evidente di questo secondo meccanismo e ci permette di riconoscere due percorsi apparentemente contrari che corrono su binari paralleli e finiscono per appartenere alla stessa macchina.
Primo binario: costruire la paura
Il primo procedimento è quello più conosciuto. Si parte da un fenomeno reale, oppure da una possibilità remota, e se ne altera progressivamente la percezione fino a trasformarlo in una minaccia esistenziale. La complessità viene eliminata, il fenomeno acquista un volto, il volto diventa un nemico e il nemico viene percepito come qualcosa da cui è necessario difendersi.
Il percorso può essere rappresentato così: disagio → individuazione del nemico → amplificazione della minaccia → paura → richiesta di protezione.
L'immigrazione costituisce oggi uno degli esempi più evidenti. Movimenti di popolazione determinati da guerre, disuguaglianze, dinamiche demografiche, mercato del lavoro, cambiamenti climatici e reti economiche vengono compressi dentro una parola, invasione, senza che sia necessario negare l'esistenza del fenomeno migratorio né i problemi reali che può produrre, perché la propaganda funziona meglio quando dispone di un frammento di realtà sul quale lavorare. Ciò che cambia è la rappresentazione delle proporzioni e soprattutto la costruzione del nesso causale. A un certo punto non esistono più persone che migrano per ragioni differenti ma compare un soggetto collettivo minaccioso, gli immigrati, mentre contemporaneamente viene individuato qualcuno che avrebbe permesso, favorito o addirittura organizzato la minaccia, un governo, Bruxelles, le élite, le ONG, i giudici, a seconda delle circostanze. Da quel momento non è più necessario comprendere il fenomeno, è sufficiente temerlo, e chi è riuscito a stabilire ciò che dobbiamo temere possiede già metà del potere necessario per convincerci di sapere come proteggerci.
Secondo binario: cancellare la paura
Che cosa accade però quando la paura non deve essere costruita perché esiste già ed è perfettamente proporzionata al pericolo? Accade qualcosa di apparentemente sorprendente perché la propaganda cambia direzione. La guerra fa paura e ci sono ottime ragioni perché la faccia, significa morte, mutilazione, distruzione, perdita delle persone amate, impoverimento, fame, profughi e città devastate, significa soprattutto la possibilità concreta che qualcuno decida che un ragazzo debba lasciare la propria casa, indossare una divisa e andare a uccidere un altro ragazzo che probabilmente prova la sua stessa paura.
Qui il potere incontra un problema perché, se gli uomini vedessero la guerra soltanto per quello che materialmente è, convincerli a combatterla sarebbe molto più difficile. La propaganda deve allora percorrere la strada inversa rispetto alla precedente, non deve produrre paura ma neutralizzarla.
L'interventismo che precedette l'ingresso dell'Italia nella Prima guerra mondiale ne offre un esempio impressionante. La guerra reale non era ancora arrivata nelle case italiane, non c'erano ancora Caporetto, le trincee del Carso, gli assalti contro le mitragliatrici e i mutilati che sarebbero tornati dal fronte, esisteva quindi ancora lo spazio necessario per sostituire alla guerra reale una guerra immaginata che poteva diventare compimento del Risorgimento, rigenerazione nazionale, prova di coraggio, avventura, rivoluzione, liberazione delle terre irredente. Nazionalisti, futuristi, settori del sindacalismo rivoluzionario e socialisti interventisti partirono da posizioni molto differenti e attribuirono alla guerra significati altrettanto differenti, ma il risultato convergente fu straordinario perché la guerra materiale scomparve dietro la rappresentazione della guerra.
Perché questa trasformazione potesse compiersi era però necessario un ulteriore passaggio, la paura della guerra doveva diventare moralmente sospetta. Chi aveva paura poteva essere accusato di vigliaccheria, chi chiedeva prudenza diventava imbelle, chi rifiutava la guerra poteva diventare antipatriottico mentre chi sosteneva l'intervento veniva collocato dalla parte del coraggio, della dignità, della giovinezza, della nazione e della storia. Il percorso questa volta era dunque: paura reale della guerra → delegittimazione della paura → costruzione della minaccia nemica → esaltazione del coraggio → guerra come necessità.
È quasi l'immagine speculare del primo meccanismo perché nel primo caso bisogna convincere gli uomini ad avere paura di qualcosa che non temono abbastanza, nel secondo bisognaconvincerli a non avere paura di qualcosa che hanno ottime ragioni per temere.
Due binari, una sola macchina
A questo punto la contraddizione scompare e possiamo riconoscere che la propaganda non è semplicemente una macchina per produrre paura ma qualcosa di assai più sofisticato, una macchina capace di produrre la percezione emotiva della realtà di cui il potere ha bisogno.
Può ingrandire un pericolo oppure rimpicciolirlo, può trasformare un rischio limitato in una minaccia esistenziale oppure una minaccia esistenziale in un'avventura gloriosa, può dirci che dobbiamo avere paura di uomini disarmati che attraversano una frontiera e contemporaneamente convincerci che non dobbiamo avere paura di missili, bombardamenti, mobilitazioni militari e distruzione.
La questione fondamentale diventa allora un'altra. Non basta domandarsi se abbiamo paura, dobbiamo domandarci chi ha indicato l'oggetto della nostra paura e soprattutto perché alcune paure vengano continuamente alimentate mentre altre vengono derise, rimosse o considerate indegne.
Perché avere paura dello straniero dovrebbe essere ragionevole mentre avere paura della guerra dovrebbe essere codardia? Perché l'arrivo di alcune migliaia di esseri umani può essere raccontato come una minaccia alla nostra civiltà mentre la possibilità che milioni di persone vengano coinvolte in una guerra può essere presentata come una normale necessità strategica? È qui che i due binari finalmente si incontrano.
Il nemico
Per trasformare la paura in energia politica occorre quasi sempre costruire un nemico che nel primo percorso serve a generare paura e nel secondo serve a vincerla. L'altro deve allora cessare di essere una persona concreta, non deve avere una madre, un figlio, una casa, desideri, debolezze e paure simili alle nostre ma deve diventare una categoria, lo straniero, l'invasore, il barbaro, il terrorista, il nemico della patria. Questa astrazione svolge una funzione decisiva perché possiamo avere difficoltà a desiderare la morte di un uomo mentre è molto più semplice desiderare la sconfitta di un nemico.
La propaganda lavora precisamente dentro questa distanza, prima cancella il volto, poi costruisce la categoria e infine attribuisce alla categoria la responsabilità delle nostre paure, fino al punto in cui la violenza può persino apparire come una forma di protezione.
Riprendersi le proprie paure
Forse esiste allora una forma elementare di resistenza alla propaganda e consiste nel riprendersi il diritto alle proprie paure. Questo non significa vivere impauriti ma sottoporre la paura alla ragione, perché alcune paure devono essere ridimensionate quando nascono da rappresentazioni deformate della realtà mentre altre devono essere ascoltate quando segnalano pericoli autentici. La paura non è né una virtù né una colpa, è un segnale, e il problema politico comincia quando qualcuno pretende di decidere al nostro posto quali segnali dobbiamo ascoltare e quali dobbiamo ignorare. La propaganda possiede infatti una capacità che troppo spesso sottovalutiamo, non ha sempre bisogno di creare le nostre emozioni, le basta stabilire verso che cosa dobbiamo rivolgerle. Può insegnarci ad avere paura quando la paura serve al potere e può insegnarci a chiamare coraggio la rimozione della paura quando è il potere ad avere bisogno della guerra. Forse proprio per questo, davanti a ogni campagna che pretende di mobilitare le nostre emozioni, dovremmo imparare a porci una domanda molto semplice: questa paura nasce dalla realtà che sto osservando oppure dal racconto attraverso il quale qualcuno ha deciso di mostrarmela? E subito dopo dovremmo aggiungerne un'altra, ancora più scomoda: che cosa, invece, mi stanno insegnando a non temere?
Pasquale e Carlo Palumbo
Immagine generata con intelligenza artificiale (AI).