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L’Europa armata e il poema della forza

In un suo recente intervento pubblicato su Avvenire, Giulio Albanese lancia un allarme che non dovrebbe lasciare indifferenti: l’Europa ha scelto la strada del riarmo sfrenato, abbandonando la via diplomatica e giuridica che avrebbe dovuto costituire il cuore del suo progetto originario.

In nome di una “autonomia strategica europea”, si moltiplicano gli investimenti nel settore militare, senza che vi sia un vero dibattito collettivo sulle conseguenze profonde di questa scelta. “La forza del diritto”, scrive Albanese, rischia di essere rimpiazzata dal “diritto della forza”. Una deriva tanto più pericolosa perché non è più vissuta come eccezionale, ma come normale. L’eccezione si fa regola. La guerra torna a essere pensata come strumento della politica, anziché come sua negazione.

Questo slittamento, oggi sempre più evidente, era stato intuito già negli anni Novanta da Alexander Langer, voce lucida e fuori dal coro dell’Europa dei popoli.
Dopo un viaggio in Israele e Palestina nel 1991, annotava: «Come sarà la società israeliana di oggi e di domani, se una grande parte degli adulti [...] è stata in servizio di un esercito di occupazione, ha perquisito case, arrestato persone, forse sparato o minacciato con armi o interrogato spietatamente?»
Non parlava solo di Israele. Parlava di noi. Di ogni società che si abitua all’uso della forza come strumento ordinario di governo. Di ogni democrazia che si trasforma dall’interno, passo dopo passo, normalizzando la logica militare fino a farne una struttura permanente del vivere civile.

È in questo punto che il pensiero di Simone Weil si fa rivelazione. Nel saggio L’Iliade o il poema della forza, Weil legge il grande poema omerico non come un’esaltazione dell’eroismo, ma come una meditazione tragica sulla forza che annienta la giustizia.
"Il vero eroe, il vero soggetto, il centro dell’Iliade è la forza. La forza adoperata dagli uomini, la forza che sottomette gli uomini, la forza davanti alla quale la carne degli uomini si ritrae. L’anima umana vi appare continuamente modificata dai suoi rapporti con la forza, trascinata, accecata dalla forza di cui crede di disporre, piegata sotto la costrizione della forza che subisce. Coloro che avevano sognato che la forza, grazie al progresso, appartenesse oramai al passato hanno visto in questo poema un documento; coloro che, oggi come un tempo, sanno discernere la forza al centro di ogni vicenda umana vi trovano il più bello, il più puro degli specchi. La forza è ciò che fa di chiunque le è sottomesso una cosa. [....] La forza schiaccia spietatamente, e altrettanto spietatamente inebria chiunque la possieda o creda di possederla. Nessuno la possiede veramente. Nell’Iliade gli uomini non sono divisi in vinti, schiavi e supplici da un lato, in vincitori e capi dall’altro; non ce n’è uno che a un certo punto non sia costretto a piegarsi sotto la forza."

Nell’Iliade, nessuno sfugge a questo meccanismo. Né Achille né Ettore, né Greci né Troiani. La forza è impersonale. Travolge chi la infligge e chi la subisce. È questa impersonale potenza che annienta la libertà, trasforma l’altro in oggetto e corrompe anche l’intenzione giusta. Quando la forza diventa principio regolatore della convivenza, la giustizia si ritira.

Leggere oggi le parole di Albanese e Langer alla luce di Simone Weil significa riconoscere una verità scomoda: l’Europa rischia di riscrivere, in forma moderna, la propria Iliade. Una narrazione in cui la forza, anziché essere contenuta, viene legittimata. In cui la misura viene erosa. In cui la giustizia perde centralità, e la politica si rassegna a essere amministrazione della paura. Il sogno europeo nato dalle ceneri della guerra, fondato su giustizia, cooperazione, diritto internazionale, si trova oggi in bilico. Non per mancanza di risorse, ma per assenza di visione.

La Iliade, ci insegna Weil, non è solo un poema del passato: è lo specchio di ogni civiltà che smarrisce la misura e lascia che la forza diventi il nuovo ordine. Per questo, la domanda non è retorica, ma radicale: Vogliamo essere l’Europa del diritto o il poema della forza del XXI secolo?
José Saramago, con la sua limpida ironia, ci ha lasciato un monito: «Siamo forse ciechi che vedono, ciechi che, pur vedendo, non vedono?». Sta a noi decidere se riaprire gli occhi.

Oppure accettare, senza reagire, che la forza divori la giustizia ancora una volta, come nel poema antico.


Pasquale Palumbo  

Foto articolo di Marek Studzinski su Unsplash

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