«Una pace ingiusta è sempre preferibile a una guerra giusta.»
Dietro questa frase di Erasmo da Rotterdam, scritta nel pieno del Rinascimento, non si cela un paradosso morale, ma una verità che attraversa i secoli.
Erasmo, uomo di fede e di ragione, aveva visto da vicino gli effetti devastanti delle guerre europee del suo tempo: città ridotte in cenere, campagne spopolate, popoli in rovina e coscienze corrotte. Nel suo Dulce bellum inexpertis (“La guerra è dolce solo per chi non la conosce”), denuncia la follia collettiva che spinge gli uomini a combattersi in nome di Dio, della patria o dell’onore, e mostra come ogni guerra, anche quella proclamata “giusta”, finisca per disumanizzare. La sua affermazione, tanto semplice quanto radicale, ribalta una tradizione antica: quella della guerra giusta di Agostino e Tommaso, secondo la quale, in certe circostanze, combattere poteva essere un dovere morale. Erasmo rifiuta questa logica. Per lui, nessuna giustizia può fondarsi sulla violenza. Anche la più nobile delle cause, se difesa con le armi, perde purezza. La pace “ingiusta” è preferibile non perché sia buona in sé, ma perché lascia aperto uno spazio di parola, di ripensamento, di riconciliazione. La guerra, invece, chiude ogni via alla ragione.
La pace ingiusta di Erasmo non è dunque accettazione del sopruso, ma il male minore necessario a salvare ciò che resta dell’umano. È la soglia da cui ricominciare. Mentre la guerra distrugge tutto, corpi, città, anime, la pace, anche se imperfetta, consente almeno di respirare, di parlare, di curare le ferite. Oggi, cinque secoli dopo, quelle parole suonano più che mai attuali. Viviamo in un tempo in cui la parola “guerra” è tornata nel linguaggio politico con inquietante disinvoltura: guerra “difensiva”, “preventiva”, “umanitaria”, “necessaria”. Eppure, ogni guerra, qualunque ne sia la giustificazione, produce lo stesso risultato: morte, paura, disumanizzazione.
Applicare la lezione di Erasmo al conflitto israelo-palestinese significa affrontare il dramma più lacerante della contemporaneità. Da decenni due popoli convivono nello stesso territorio in un intreccio di memorie, dolori e diritti negati. Ognuno rivendica la propria giustizia: Israele la sicurezza e la sopravvivenza; i palestinesi la libertà e la dignità. Ma quando la giustizia si arma, diventa ingiusta. Ogni bomba sganciata, ogni casa demolita, ogni rapimento, ogni attentato, anche se motivato come “difesa”, accresce solo la distanza e la paura. Come scriveva Erasmo, “nessun popolo può dirsi vincitore quando piange i propri morti”. Una pace ingiusta tra Israele e Palestina è oggi preferibile a questa spirale di sangue perché salva la possibilità del futuro. Significherebbe scegliere la vita contro la vendetta, la tregua contro l’odio. Questo gesto rappresenta la “pazienza della ragione”: la capacità di rinunciare al diritto immediato per salvaguardare il bene più grande, che è la vita stessa. La pace non sarà mai pienamente giusta se uno dei due popoli continuerà a sentirsi oppresso o minacciato. Ma nessuna giustizia potrà nascere dal dolore inflitto all’altro. La pace “ingiusta” è dunque il punto di partenza, non la fine del cammino: il terreno minimo perché possa germogliare una convivenza futura. È il primo respiro dopo l’asfissia della guerra, la tregua che permette di guardarsi di nuovo negli occhi. Solo da quel momento potrà nascere una giustizia condivisa, fondata non sulla forza ma sulla compassione. L’esperienza storica mostra che i processi di pace autentici non cominciano quando tutto è risolto, ma quando qualcuno ha il coraggio di fermarsi.
Lo stesso principio vale per la guerra in Ucraina, che ha riportato la violenza nel cuore dell’Europa dopo decenni di pace. Anche qui, entrambe le parti si appellano alla “giustizia”: l’Ucraina rivendica il diritto alla sovranità e all’autodeterminazione, la Russia invoca la difesa della sicurezza e delle minoranze russofone. Ma Erasmo ci ammonirebbe: quando la giustizia si veste con le divise dei militari in guerra, non resta che la barbarie.
Ogni guerra inizia con la convinzione di essere dalla parte del giusto. Poi, lentamente, il linguaggio si corrompe, i fini si confondono, l’odio cresce, e la giustizia stessa muore. È accaduto anche qui: l’Europa, divisa tra solidarietà e paura, si è riscoperta fragile, prigioniera della logica dei blocchi e del riarmo. Mentre il linguaggio della pace è stato confinato ai margini, tacciato di ingenuità o di tradimento. Eppure, come ricorda Erasmo, la vera forza non sta nel combattere, ma nel fermarsi. Una tregua, anche “ingiusta” o incompleta, è un atto di lucidità, non di debolezza. La pace imperfetta, in questo contesto, significa accettare compromessi, concessioni reciproche, perdita di territori, ma salverebbe vite, e riaprirebbe lo spazio del dialogo politico. La guerra, al contrario, sta logorando due popoli e due identità, generando una sofferenza che nessuna vittoria potrà riscattare.
Erasmo non era un pacifista ingenuo. Conosceva la durezza della realtà e le ragioni del potere. Ma sapeva anche che la mitezza è una forma di intelligenza, non di debolezza. Chi rinuncia a combattere non lo fa perché ignora il male, ma perché ne conosce la forza distruttiva. La “pace ingiusta” non è la pace dei vinti, ma quella di chi rifiuta di vincere distruggendo. È la sola pace che può ancora salvare la dignità dell’uomo. La logica della guerra, una volta accettata, si autoalimenta. Richiede nuovi armamenti, nuovi nemici, nuovi sacrifici. È un meccanismo entropico che divora risorse, ambiente, umanità. La logica della pace, invece, è lenta, imperfetta, fatta di passi minimi e spesso invisibili. Ma ogni gesto di pace — anche quando non risolve nulla — lascia aperta la possibilità di un mondo diverso.
Né in Medio Oriente né in Ucraina la pace sarà “giusta” nel senso pieno: troppe ferite, troppe colpe. Ma la sua imperfezione sarà il segno della sua umanità. Una pace perfetta, infatti, non esiste, e quando qualcuno crede di possederla, torna a combattere per imporla. Viviamo in un’epoca che ha smarrito il senso della misura. Tutto sembra o bianco o nero, giusto o sbagliato, vittoria o sconfitta. Erasmo ci invita invece a riscoprire l’arte del grigio, la saggezza del compromesso, la virtù della moderazione. Non si tratta di equidistanza morale, ma di fedeltà all’umano. Difendere la pace, anche quando è ingiusta, significa salvaguardare la possibilità della giustizia futura. La guerra, invece, la cancella per sempre.
Il messaggio di Erasmo non è rassegnato ma profetico: la pace non è una conquista, è una conversione. È il momento in cui si sceglie di non fare all’altro ciò che si è subito. È il rifiuto di rispondere al male con il male, nella convinzione che ogni uomo, anche il nemico, porta in sé una scintilla di bene. La pace ingiusta di Erasmo, riletta alla luce di Gaza e dell’Ucraina, diventa un appello al coraggio politico e morale: il coraggio di fermarsi prima che sia troppo tardi. È una pace che non promette giustizia immediata, ma restituisce la vita; non risolve i conflitti, ma li umanizza. È una pace fragile, ma è l’unica che abbia senso, perché nasce da ciò che resta dopo la distruzione: la voce spezzata dell’uomo che chiede di vivere. Come scrisse Erasmo cinque secoli fa, «non vi è vittoria nella guerra, ma solo la vergogna di averla combattuta». E oggi, nel silenzio delle macerie di Gaza e delle trincee ucraine, quella voce antica ci raggiunge ancora: “Meglio un’ingiustizia che un’infinità di morti.”
Pasquale e Carlo Palumbo
Foto articolo di Hardik Jogani su Unsplash