Chi paga l’ONU?

Chi paga l’ONU?

 

La crisi finanziaria delle Nazioni Unite non riguarda soltanto l’efficienza di un’organizzazione internazionale. Riguarda una questione molto più profonda: può esistere un sistema universale di mediazione se la sua capacità di agire dipende dalla disponibilità politica delle grandi potenze a finanziarlo?

L’amministrazione statunitense ha comunicato al Congresso l’intenzione di versare 725 milioni di dollari al bilancio ordinario delle Nazioni Unite. La notizia è importante perché arriva mentre l’ONU attraversa una delle crisi finanziarie più gravi della propria storia. Ma sarebbe sbagliato parlare di salvataggio. Secondo i dati forniti dalle Nazioni Unite gli arretrati statunitensi ammontavano in maggio a oltre quattro miliardi di dollari tra bilancio ordinario, missioni di pace e tribunali internazionali. Washington contesta in parte questa quantificazione e sostiene di avere già effettuato alcuni versamenti. In ogni caso i 725 milioni annunciati rappresentano meno di un quinto della somma indicata dall’ONU. L’annuncio americano va inoltre collocato in un quadro più ampio. Al 18 agosto soltanto 129 dei 193 Stati membri avevano versato integralmente la propria quota per il 2026.

Il problema dunque non riguarda esclusivamente gli Stati Uniti. Anche la Cina, secondo maggiore finanziatore dell’organizzazione, non risultava ancora nell’elenco degli Stati che avevano saldato interamente il contributo dovuto.

 

Un’organizzazione che deve essere riformata

Sarebbe troppo semplice trasformare questa vicenda nell’ennesima contrapposizione fra sostenitori e avversari delle Nazioni Unite. Le critiche rivolte all’ONU non sono tutte infondate. Un’organizzazione costruita nel corso di ottant’anni inevitabilmente accumula strutture amministrative, sovrapposizioni di competenze, procedure inefficienti e costi che devono essere continuamente verificati. Trasparenza, controllo della spesa, valutazione dei risultati e semplificazione non sono attacchi all’ONU. Sono condizioni necessarie perché possa conservare credibilità. Le stesse Nazioni Unite hanno avviato con il programma UN80 una consistente operazione di riorganizzazione. Il bilancio 2026 è già stato ridotto del 9,2 per cento e oltre duemila posti di lavoro sono stati trasferiti da città costose come New York e Ginevra verso sedi meno onerose.Riformare dunque è necessario. Ma riformare non significa rendere impotente.

È proprio qui che il discorso sull’inefficienza rischia di trasformarsi in propaganda. Quando si parla genericamente di tagliare la burocrazia si lascia intendere che esista una grande massa di spesa inutile che possa essere eliminata senza conseguenze. Ma una parte rilevante delle risorse delle Nazioni Unite sostiene attività molto concrete: missioni di pace, protezione dei civili, osservazione dei cessate il fuoco, mediazione diplomatica, assistenza umanitaria, tutela dei rifugiati. Quando le risorse diminuiscono non scompaiono soltanto uffici e funzionari. Diminuisce anche la capacità di intervenire nei luoghi nei quali una guerra può essere contenuta prima di allargarsi.

 

Il denaro come strumento politico

Esiste però un problema ancora più importante.

Le quote destinate al bilancio ordinario e alle missioni di pace non sono donazioni filantropiche. Sono contributi stabiliti secondo regole approvate dagli Stati membri. Quando una grande potenza decide unilateralmente di ritardare o sospendere i pagamenti e subordina il loro versamento a determinate riforme non sta semplicemente esercitando prudenza finanziaria. Sta utilizzando la propria posizione di finanziatore per modificare dall’esterno le priorità dell’organizzazione. La distinzione è fondamentale. È perfettamente legittimo che gli Stati Uniti, la Cina, l’Europa o qualunque altro membro chiedano maggiore efficienza e trasparenza. È invece assai più problematico che la capacità operativa dell’organizzazione dipenda dalla possibilità che uno dei maggiori contribuenti apra o chiuda il rubinetto finanziario in funzione dei propri obiettivi politici. Perché allora si produce un paradosso. L’ONU nasce dall’idea che gli Stati possano costruire uno spazio nel quale la forza venga almeno parzialmente sottoposta a regole comuni. Ma se l’esistenza materiale di quello spazio dipende soprattutto dagli Stati più potenti la forza che dovrebbe essere regolata rientra dalla finestra sotto forma di potere finanziario. Non occorre abolire le Nazioni Unite per indebolirle. È sufficiente renderle finanziariamente dipendenti.

 

L’alternativa non è fra questa ONU e un’ONU perfetta

Molte critiche alle Nazioni Unite partono da una constatazione corretta e arrivano a una conclusione sbagliata.

L’ONU non ha impedito molte guerre. Il Consiglio di sicurezza è spesso paralizzato dal diritto di veto. Le grandi potenze applicano il diritto internazionale in maniera selettiva. Numerose risoluzioni rimangono prive di conseguenze. La struttura dell’organizzazione riflette ancora in larga misura i rapporti di forza usciti dalla Seconda guerra mondiale. Tutto vero. Ma la domanda politicamente seria non è se l’ONU corrisponda all’istituzione internazionale ideale. La domanda è che cosa rimanga quando l’ONU non è più in grado di svolgere nemmeno le proprie funzioni minime. Rimangono gli Stati. Rimangono le alleanze militari. Rimangono le potenze regionali. Rimangono i rapporti di forza. Proprio mentre il numero e l’intensità dei conflitti aumentano sarebbe singolare concludere che l’istituzione universale incaricata di mantenere aperti canali di negoziato debba essere resa più debole perché non è stata abbastanza forte.

 

Pagare e controllare

Esiste una strada molto meno ideologica. Gli Stati devono versare integralmente e tempestivamente i contributi che hanno accettato di pagare. Contemporaneamente l’utilizzo di quelle risorse deve essere sottoposto a verifiche rigorose, pubbliche e indipendenti. Gli sprechi devono essere individuati. Le strutture inutilmente duplicate devono essere eliminate. I risultati delle missioni devono essere valutati. Le responsabilità amministrative devono essere riconoscibili. Finanziamento certo e controllo rigoroso non sono alternative. Sono due aspetti della stessa riforma. Un sistema di questo tipo sottrarrebbe progressivamente il finanziamento dell’organizzazione alla discrezionalità politica dei singoli governi e renderebbe nello stesso tempo molto più difficile difendere inefficienze e sprechi in nome del multilateralismo. È forse questo il punto che la vicenda dei 725 milioni rende più evidente. La crisi finanziaria dell’ONU non è una questione interna alle Nazioni Unite. È uno dei sintomi della crisi dell’ordine internazionale costruito dopo il 1945. Gli Stati continuano a chiedere all’organizzazione di mediare conflitti, assistere popolazioni, sorvegliare tregue e costruire accordi mentre alcuni degli stessi Stati trattengono le risorse necessarie per svolgere quei compiti.

Si può e si deve discutere di quale ONU serva al mondo del XXI secolo. Ma dovremmo almeno riconoscere il punto di partenza. Un’ONU senza denaro non diventa un’ONU più efficiente. Diventa un’ONU più irrilevante.

E in un mondo nel quale tornano a prevalere la guerra, la deterrenza e i rapporti di forza rendere irrilevante l’unico luogo politico che riunisce quasi tutti gli Stati del pianeta non significa soltanto risparmiare denaro. Significa restringere ulteriormente lo spazio della mediazione e lasciare più spazio alla forza.

 Pasquale Palumbo

Immagine generata con intelligenza artificiale (AI).

 

Articoli Correlati