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La cultura non fa la guerra

La cultura nasce dal bisogno umano di dare senso all’esistenza. È il modo con cui l’uomo affronta le domande fondamentali: la vita, la morte, il dolore, la speranza.

Attraverso linguaggi diversi – la pittura, la narrativa, la poesia, la musica, il teatro, la danza, il cinema – l’uomo cerca risposte, o almeno forme per contenere l’insopportabile. La cultura, quindi, non è solo il prodotto della civiltà, ma la sua forma più profonda di resistenza alla disumanità. È lo spazio simbolico in cui l’uomo si misura con i propri limiti e, nonostante tutto, continua a cercare una verità più alta.

Per questo la cultura è, per sua natura, incompatibile con la guerra. Non nel senso che non racconti la guerra – l’ha sempre raccontata, con coraggio, dolore e lucidità – ma nel senso che non la può mai giustificare. Sarebbe una contraddizione in termini. La guerra è distruzione dell’umano, la cultura è affermazione dell’umano. La guerra nega il dialogo, la cultura vive di dialogo. La guerra riduce l’altro a nemico, la cultura cerca nell’altro una voce. La guerra chiude, la cultura apre.

Quando si proibisce a un artista di esprimersi perché appartiene a una nazione considerata nemica, non si colpisce il potere, ma la possibilità stessa del dialogo. Non importa se si tratta di artisti russi, israeliani, palestinesi, ucraini o di qualunque altra provenienza: censurarli, escluderli, vietarli significa accettare che anche la cultura venga arruolata, che anche il pensiero debba combattere sotto una bandiera. Ma un pensiero che combatte non è più libero: è propaganda.

La censura artistica in tempo di guerra non è mai neutrale: è propaganda. Alimenta l’odio, rafforza la logica binaria dell’amico e del nemico, impedisce di vedere l’altro nella sua interezza. Vietare a un violinista di suonare perché russo, impedire a un regista di partecipare a un festival perché israeliano, significa rinunciare all’idea che la cultura possa essere un ponte in mezzo al conflitto. Significa arrendersi alla logica della guerra, proprio lì dove invece la cultura dovrebbe resistere.

La grande arte non appartiene mai a una sola parte: parla per tutti.In tempi difficili, la cultura ha il dovere di non farsi arruolare. Ma ha anche il diritto di esistere senza condizionamenti. Questo significa difenderla anche quando arriva da un paese aggressore, anche quando a produrla è un cittadino del nemico. Non perché si giustifichi l’aggressione, ma perché si continua a credere nella forza del pensiero libero, nell’umanità che la cultura custodisce.

Chi invoca il silenzio degli artisti per motivi politici non colpisce un governo, colpisce la pace. Perché la pace, per essere possibile, ha bisogno di voci che attraversino i confini, che rompano l’odio, che resistano alla logica degli schieramenti. Vietare l’arte è un gesto facile, ma pericoloso: fa il gioco della guerra.

Difendere la cultura, oggi, significa proteggerla anche da noi stessi, dalle nostre paure, dalle nostre rabbie legittime ma cieche. Significa affermare che, proprio mentre si combatte, c’è bisogno di spazi che non combattano. Spazi che ricordino cosa ci rende umani. Perché se lasciamo che anche la cultura si arruoli, allora avremo già perso, anche prima che la guerra finisca.

Carlo Palumbo  

 

Foto articolo di Fethi Benattallah su Unsplash
      

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