foto del monumento Non-Violence a New York - Pax-Lab

Il disarmo del PKK accelera: 30 militanti distruggono le armi in Iraq, inizia la fase operativa del processo di pace

Nel mese di luglio 2025, il PKK ha compiuto un gesto simbolico ma carico di significato: la distruzione pubblica delle armi da parte di trenta militanti curdi nelle montagne del Sulaymaniyah, segnando la fase iniziale di un percorso più ampio di disarmo e reintegrazione.

Recep Tayyip Erdoğan ha definito l’evento l’inizio di una nuova era, con una commissione parlamentare pronta a monitorare il passaggio verso la politica legale. Il processo dovrebbe concludersi entro settembre. 

Questo evento rappresenta una controtendenza netta rispetto allo scenario internazionale attuale, dominato dalla corsa al riarmo: mentre diversi Paesi europei puntano a destinare fino al 5% del PIL alla spesa militare, la scelta del PKK va nella direzione opposta. Deporre le armi dopo quarant’anni di conflitto significa riconoscere il primato della politica sulla violenza, la possibilità del compromesso anche dopo decenni di guerra civile. 

Il processo non si limita al gesto simbolico. È strutturato: una commissione parlamentare turca accompagnerà le fasi di disarmo, verifica, amnistia e reintegrazione. Tuttavia, permangono incognite: i combattenti coinvolti finora sono pochi, e restano da chiarire il futuro dei militanti nelle zone montane e nelle aree di confine tra Siria e Iraq. Inoltre, la riuscita del processo dipenderà dalla reciprocità politica: riforme reali, riconoscimento dei diritti culturali curdi, e – per molti – un allentamento delle condizioni carcerarie imposte a Öcalan. 

Nonostante le incognite, il gesto è di potente portata simbolica. In un’epoca in cui le armi si moltiplicano, c’è chi sceglie di bruciarle. E questo ha ancora un valore politico enorme.

Pasquale Palumbo  

 

Foto articolo © Wikipedia 

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