Una riflessione sulla violenza e sulla storia

Una riflessione sulla violenza e sulla storia

Una riflessione sulla violenza e sulla storia


C'è una lettera che Pavel Florenskij scrive alla figlia Olja che colpisce profondamente perché è scritta il 4 aprile 1937, quando l'autore è ormai relegato alle isole Solovki e gli restano soltanto pochi mesi di vita prima dell'esecuzione. Sa di vivere sotto un potere fondato proprio su quella violenza che lui stesso sta analizzando e, tuttavia, nelle sue parole non compare alcun sentimento di odio. Non si abbandona al rancore né cerca di trasformare la propria sofferenza in un atto d'accusa. Osserva, riflette, cerca di comprendere.


L'occasione della riflessione è la lettura della Storia d'Inghilterra di David Hume. Le guerre civili inglesi del XV secolo, e in particolare la guerra delle Due Rose, lo impressionano non tanto per il numero delle vittime quanto per la loro apparente assurdità. I nobili cambiano continuamente schieramento, gli eserciti si affrontano in nome di dinastie che spesso gli stessi combattenti conoscono appena, le leggi vengono create e abolite secondo le convenienze del momento. Tutto sembra dominato da una forza cieca che trascina gli uomini ben oltre i loro stessi interessi.
Da questa osservazione storica nasce una riflessione di carattere universale. Florenskij giunge a una conclusione che egli stesso dice di avere maturato da tempo:
«Nell'uomo c'è una carica di furore, d'ira, di istinti distruttivi, di odio e di rabbia, e questa carica tende a riversarsi sulle persone circostanti, a discapito dei dettami morali, ma anche del vantaggio personale dell'individuo. L'uomo si lascia prendere dal furore per pura brutalità.»
È una considerazione di natura antropologica che esprime il rifiuto dell'idea che ogni comportamento umano possa essere spiegato attraverso il calcolo dell'interesse personale. La storia, osserva, dimostra il contrario. Gli uomini sono spesso disposti a sacrificare non soltanto gli altri, ma anche se stessi, pur di assecondare quella forza distruttiva che alberga nel cuore umano.
Questa riflessione nasce certamente dalla lettura di Hume, ma è impossibile non riconoscervi anche l'esperienza personale dell'autore. Florenskij scrive queste righe dal cuore del sistema concentrazionario sovietico. È vittima di quella stessa violenza che sta cercando di comprendere. Eppure non cade mai nella tentazione di generalizzare il male. Poco dopo precisa infatti:
«Certamente non sarebbe giusto affermare che tutti sono così.»
In questa semplice frase si manifesta una delle caratteristiche più profonde del suo pensiero. Florenskij non è un ottimista ingenuo, ma nemmeno un pessimista radicale: sa che il male esiste ed è capace di assumere dimensioni storiche devastanti, tuttavia rifiuta di identificare l'uomo con il male. La persona conserva sempre la propria libertà e, proprio per questo, anche la possibilità di sottrarsi alla logica della violenza.
La sua analisi, tuttavia, non si arresta qui. Egli individua un meccanismo storico di notevole lucidità:
«Tuttavia molti, moltissimi lo sono e, col loro attivismo, questi elementi rapaci dell'umanità arrivano a occupare i posti guida della storia, e costringono pure il resto dell'umanità a diventare rapace.»
È una descrizione penetrante della dinamica del potere. Non sono necessariamente i migliori, i più giusti o i più sapienti a guidare la storia. Molto spesso sono coloro che possiedono maggiore aggressività, maggiore ambizione e minori scrupoli. Una volta conquistate le posizioni di comando, essi impongono la propria logica anche a persone che, in circostanze diverse, non avrebbero scelto la violenza. Il male, dunque, non agisce soltanto attraverso i singoli individui; tende a organizzarsi, a diventare struttura, a costruire sistemi che finiscono per contagiare l'intera società.
Da qui nasce la domanda conclusiva di Florenskij, tanto semplice quanto inquietante:
«L'umanità è migliorata da allora? Ne dubito. È diventata più decente esternamente, ha rivestito la violenza di forme meno vistose, cioè quelle che non forniscono trame per tragedie spettacolari, ma la sostanza delle cose non è cambiata.»
Non è una dichiarazione di disperazione, quanto piuttosto una constatazione amara. La civiltà ha raffinato i propri linguaggi, le istituzioni si sono evolute, la violenza si presenta con forme più rispettabili e con giustificazioni sempre più elaborate. Ma Florenskij si domanda se questo significhi davvero che l'uomo sia cambiato nel profondo, oppure se abbia semplicemente imparato a mascherare meglio la brutalità.
Ed è proprio quando il lettore si aspetterebbe una conclusione dominata dall'amarezza che la lettera cambia improvvisamente tono. Florenskij si rivolge alla figlia Ol'ga, la sua Olen'. Le parla dell'inglese, le consiglia di leggere Dickens, le suggerisce di iniziare con libri destinati ai ragazzi per acquisire naturalezza nella lingua, insiste sull'importanza dello studio costante e dell'apprendimento condiviso. Infine conclude con parole di una tenerezza disarmante:
«Un bacione, cara Olja.»
Questo passaggio non rappresenta un'interruzione del discorso, ma il suo naturale compimento. Dopo aver riflettuto sui grandi movimenti della storia, Florenskij torna spontaneamente alla persona concreta. Non è un filosofo che si rifugia nelle astrazioni; è un padre che, anche dal Gulag, continua a preoccuparsi della crescita culturale e umana della figlia. La prigionia non gli impedisce di esercitare la sua paternità. Anzi, sembra renderla ancora più essenziale.
Forse è proprio questa la lezione più profonda della lettera. Florenskij comprende con lucidità come il male riesca spesso a occupare «i posti guida della storia» e come la violenza tenda a riprodursi attraverso le strutture del potere. Ma sa anche che esiste un'altra forza, infinitamente più discreta, che sfugge a questa logica: la fedeltà ai legami umani. Mentre il potere organizza la violenza, un padre continua a insegnare a sua figlia una lingua straniera, a incoraggiarla nello studio, a trasmetterle il gusto della conoscenza. È un gesto apparentemente insignificante, eppure rappresenta la negazione più radicale della barbarie.
In questo senso, la lettera del 4 aprile 1937 costituisce una testimonianza di quella verità che Florenskij aveva elaborato nelle sue opere filosofiche e teologiche. La violenza cerca sempre di spezzare le relazioni, di isolare le persone e di trasformarle in strumenti del potere. Egli risponde facendo esattamente il contrario: custodisce la relazione, continua a educare, continua ad amare. La sua resistenza non passa attraverso l'odio, ma attraverso la fedeltà. Ed è forse proprio questa fedeltà, vissuta fino agli ultimi giorni della sua vita, uno dei lasciti che ci consegna.


Bibliografia

P. A. Florenskij, N. Valentini, L. Zák, G. Guaita, L. Charitonov, L. M. Pignataro, «Vi penso sempre...». Le lettere dal gulag del grande matematico, filosofo e sacerdote russo, lettera alla figlia Ol'ga del 4 aprile 1937.

 

Pasquale Palumbo

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