CONVENZIONE ONU PER LA PREVENZIONE E REPRESSIONE DEL CRIMINE DIGENOCIDIO (1948)
ART.2
Nella presente Convenzione, per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l'intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religiose, come tale
: a) uccisione di membri del gruppo; b) lesioni gravi all'integrità fisica o mentale di membri del gruppo; c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale; d) misure miranti a impedire nascite all'interno del gruppo; e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro.
«A detta di alcuni esperti, ciò che sta accadendo a Gaza ha le caratteristiche di un genocidio. Bisognerebbe indagare con attenzione per determinare se s’inquadra nella definizione tecnica formulata da giuristi e organismi internazionali.» Con queste parole, tratte dal suo libro La speranza non delude mai, Papa Francesco ha introdotto nella riflessione pubblica un principio fondamentale: il termine “genocidio” non è una parola da pronunciare con leggerezza, ma nemmeno da evitare per timore o opportunità politica. Quando i fatti sembrano corrispondere ai criteri giuridici stabiliti, il silenzio non è più neutralità. Diventa complicità.
Il genocidio è definito dalla Convenzione delle Nazioni Unite del 1948 come l’insieme di atti commessi con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. Si tratta di uno dei crimini più gravi nel diritto internazionale. Esso comporta conseguenze politiche, morali e giuridiche per gli Stati, i leader, le istituzioni e le comunità internazionali. Di fronte a una simile accusa, il dovere primario non è quello di difendere o accusare per partito preso, ma quello di indagare seriamente.
Nel gennaio 2024, la Corte Internazionale di Giustizia ha accolto una richiesta del Sudafrica e ha riconosciuto che le azioni di Israele a Gaza potrebbero costituire genocidio. Pur non essendosi ancora pronunciata sul merito, la Corte ha ritenuto fondata la plausibilità giuridica e ha ordinato misure urgenti e vincolanti per proteggere la popolazione palestinese, prevenire nuovi crimini e conservare le prove. È un segnale inequivocabile: l'accusa di genocidio è entrata nell'ambito della legalità internazionale, non della retorica politica.
Nel maggio dello stesso anno, la Corte Penale Internazionale ha emesso mandati d’arresto per alti funzionari israeliani, tra cui il Primo Ministro Benjamin Netanyahu e il Ministro della Difesa Yoav Gallant, per crimini di guerra e contro l’umanità: sterminio, uso della fame come arma, deportazioni, attacchi sistematici alla popolazione civile. Le stesse accuse sono state mosse anche a leader di Hamas, a conferma che la giustizia internazionale non seleziona le sue vittime in base all’orientamento politico, ma in base ai fatti e alle responsabilità individuali.
A Gaza, i numeri parlano con eloquenza. Decine di migliaia di morti, tra cui una quota altissima di bambini. Ospedali, scuole, impianti idrici e reti elettriche deliberatamente colpiti. Le “zone sicure”, indicate ufficialmente come rifugi, ripetutamente bombardate. La popolazione civile non ha vie di fuga né accesso costante a beni di prima necessità. Questa non è la “tragica casualità” di una guerra asimmetrica. È una prassi sistematica.
Ilan Pappé, storico israeliano e autore de La pulizia etnica della Palestina, ha ricostruito attraverso documenti militari e archivi israeliani la pianificazione, sin dal 1948, di uno svuotamento progressivo della Palestina dalla sua popolazione araba. Secondo Pappé, l’assedio di Gaza, le demolizioni in Cisgiordania e la negazione dei diritti civili ai palestinesi non sono episodi isolati, ma segmenti di un progetto coerente di espulsione e cancellazione.
Un altro storico israeliano, Omer Bartov, professore alla Brown University ed esperto dell’Olocausto, ha pubblicato il 14 luglio 2025 un saggio sul New York Times dal titolo inequivocabile. Dopo decenni di studi sui genocidi del XX secolo, Bartov scrive: «Riconosco un genocidio quando lo vedo». Cresciuto in una famiglia sionista, ex ufficiale dell’IDF, Bartov sottolinea come l’intenzione genocidaria sia evidente non solo nelle dichiarazioni pubbliche di diversi esponenti del governo israeliano, ma soprattutto nelle azioni militari sul campo: il bombardamento sistematico delle infrastrutture civili, lo sfollamento forzato, l’uso della fame e del terrore come strumenti di controllo e disumanizzazione. A suo giudizio, l’operazione militare israeliana è finalizzata a «rendere inabitabile la Striscia di Gaza per la popolazione palestinese».
Bartov si spinge oltre: accusa una parte del mondo accademico ebraico e delle istituzioni memoriali dell’Olocausto di aver tradito il principio del "Mai più", trasformandolo in uno strumento di giustificazione etnica anziché in un monito universale. Il rischio, avverte, è che dopo Gaza non sarà più possibile insegnare la Shoah con credibilità morale.
A questa denuncia si unisce anche Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei Territori Palestinesi occupati. Nel suo rapporto Anatomy of a Genocide, presentato nel marzo 2024, Albanese sostiene che gli atti compiuti da Israele soddisfano i requisiti giuridici del genocidio: omicidi mirati, fame imposta, impedimento all’assistenza umanitaria, distruzione dei mezzi di sussistenza. Un secondo rapporto, presentato nel luglio 2025, Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio, denuncia anche il ruolo delle imprese internazionali che traggono profitto dal ciclo distruzione/ricostruzione. La reazione degli Stati Uniti è stata sanzionarla: divieto d’ingresso e congelamento dei beni. Ma un attacco istituzionale contro una relatrice delle Nazioni Unite non squalifica la denuncia: al contrario, ne sottolinea la forza e l’urgenza.
Genocidio è una parola pesante, ma quando corrisponde a dati documentati e criteri giuridici, evitarla significa sottrarsi alla responsabilità. Il Papa invita a indagare. I tribunali internazionali indicano la plausibilità del crimine. Gli storici e i giuristi mostrano coerenza nelle prove. Tacere, oggi, è una scelta. E quella scelta ha un peso morale, giuridico, storico. A Gaza non si decide solo il destino di un popolo. Si misura la tenuta dell’ordine internazionale, la validità del diritto, la credibilità della memoria e, in ultima istanza, il valore che diamo alla dignità umana.
Carlo Palumbo
Foto articolo di Mohammed Ibrahim su Unsplash