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Il coraggio dei curdi e la scelta del disarmo

Tra i popoli privi di uno Stato, i curdi rappresentano uno dei casi più emblematici e drammatici. Sparsi tra Turchia, Siria, Iraq e Iran, hanno vissuto per decenni nell’ombra: negati nella loro identità, invisibili sul piano politico e culturale, spesso repressi con violenza dai regimi sotto cui sono ricaduti.

Eppure, proprio in alcuni dei momenti più oscuri della storia recente del Medio Oriente, i curdi hanno saputo offrire al mondo un esempio di coraggio, resistenza e visione politica.


In Siria, nel vuoto creato dalla guerra civile, i curdi hanno dato vita all’esperienza della Rojava, un progetto di autonomia democratica fondato su principi radicali: uguaglianza di genere, ecologismo, democrazia dal basso e convivenza interetnica. Ispirato al pensiero del leader curdo Abdullah Öcalan e alla sua teoria del confederalismo democratico, questo esperimento politico ha rappresentato un laboratorio straordinario, capace di immaginare un futuro diverso nel cuore di una regione lacerata dall’odio.


Le Unità di Protezione Popolare (YPG) e le Unità di Protezione delle Donne (YPJ) sono diventate simboli di questa resistenza. Durante l’assedio di Kobanê, mentre lo Stato Islamico sembrava inarrestabile, furono proprio queste forze curde a contenere e poi respingere l’avanzata jihadista. In quel momento, il mondo ha riconosciuto nei curdi non solo dei combattenti per la sopravvivenza, ma portatori di valori universali: libertà, giustizia, dignità.


Ma una volta sconfitto l’ISIS, i curdi sono stati lasciati soli. Traditi dagli alleati occidentali, sostenuti solo quando facevano comodo, e poi abbandonati, sono finiti nel mirino della Turchia, che considera ogni forma di autonomia curda una minaccia all’integrità nazionale. La comunità internazionale ha mostrato ancora una volta la sua ipocrisia: pronta a esaltare la lotta dei curdi contro l’oscurantismo, ma cieca di fronte alla loro repressione.

In questo scenario, è arrivata una notizia di portata storica: il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) ha annunciato lo scioglimento dell’organizzazione armata e l’abbandono della lotta militare dopo oltre quarant’anni di conflitto con lo Stato turco. Una scelta non facile, maturata anche grazie alla riflessione dei vertici curdi sulla necessità di trasformare la lotta armata in impegno culturale, sociale e politico.
Non è la fine della questione curda. Ma è un invito forte alla politica: a prendere il posto delle armi, ad aprire una fase nuova. È una scelta controcorrente in un mondo che sembra tornato alla logica della forza. Ma è anche un segno di maturità: il disarmo come atto di fiducia, non come resa, e come rilancio di una lotta non meno radicale, ma più lungimirante.


I dirigenti del PKK hanno compreso una verità che vale per molti popoli oppressi: continuare a combattere con le armi non porta libertà, ma altra sofferenza. Anche per altri, come i palestinesi, che vivono condizioni di oppressione e rabbia comprensibili, questo gesto potrebbe indicare una via. Costruire reti, comunità, alleanze, mostrare al mondo una resistenza che non alimenti l’odio, ma lo disinneschi. Disarmarsi non significa arrendersi, significa trasformare il conflitto.


Se anche questa scelta non porterà subito giustizia o diritti, può almeno ridurre il tasso di violenza, raffreddare l’odio, aprire spazi per il dialogo. Non è forse il risultato ideale, ma è qualcosa di concreto: meno morti, meno vendette, meno paura. E dove si smette di sparare, prima o poi qualcuno ricomincia a pensare, a immaginare, a costruire.
Certo, resta il rischio che l’assenza di risposte politiche faccia marcire la speranza. Ma gettare semi di pace, in un’epoca di nuove guerre, è già un gesto audace. E anche un piccolo spiraglio può diventare un varco, se c’è chi ha il coraggio di tenerlo aperto.


Pasquale Palumbo  

 


Foto articolo di Levi Meir Clancy su Unsplash

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