foto combattente sudan

Un aggiornamento sul Sudan

Mentre il mondo guarda altrove, il Sudan brucia. E non solo metaforicamente. Bruciano i campi, le case, gli ospedali. Ma brucia soprattutto una ricchezza collettiva – umana, culturale, economica – trasformata in cenere dalle armi e dalle speculazioni. È l’ennesimo paradosso atroce di una guerra che massacra milioni di civili e arricchisce una ristretta élite di affaristi, generali e multinazionali.

La guerra scoppiata nell’aprile 2023 tra l’esercito regolare sudanese (SAF) e i paramilitari delle RSF è entrata nel suo terzo anno, riducendo in macerie un paese già fragile. Secondo un rapporto dell’IFPRI, entro il 2025 il Sudan avrà perso metà del suo PIL. Quasi cinque milioni di posti di lavoro evaporati. Quasi otto milioni di nuovi poveri. Intere comunità rurali svuotate, milioni di sfollati senza accesso a cure, cibo, istruzione.

Eppure, nel pieno di questo collasso umanitario, ci sono vincitori. Non tra la popolazione civile, ma tra i nuovi signori della guerra e i loro complici internazionali. Le miniere d’oro del Darfur, le rotte di esportazione del sorgo, il commercio clandestino di armi e carburanti: tutto si è trasformato in una macchina di profitto per pochi.

Le Forze di Supporto Rapido, guidate da Mohammed Dagalo (alias Hemeti), controllano i giacimenti auriferi più redditizi del paese. Da anni, l’oro sudanese finisce nei mercati internazionali attraverso il Ciad e gli Emirati Arabi, con la regia logistica di compagnie mercenarie russe e la copertura diplomatica di attori regionali come l’Egitto e l’Arabia Saudita. A nulla servono le risoluzioni dell’ONU se i terminali economici della guerra restano attivi e protetti.

Dietro ogni colpo di cannone, c’è una filiera: armi vendute da industrie europee o asiatiche, materie prime estratte sotto minaccia, carburanti importati a prezzi gonfiati, convogli umanitari manipolati per creare consenso. La guerra è diventata una forma di business, un “mercato di morte” tollerato e in parte alimentato da chi, fuori dal Sudan, investe, lucra o semplicemente tace.

Lo ha ricordato con fermezza Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, parlando del Sudan come di un “corpo vivo spolpato da chi dovrebbe proteggerlo”, denunciando l’ipocrisia internazionale che piange le vittime a parole e sostiene gli aguzzini con i fatti. Il silenzio dell’Europa e l’indifferenza delle grandi potenze su questa tragedia gridano vendetta.

Eppure, un’altra strada è possibile. Il Sudan dispone ancora di 85 milioni di ettari di terre coltivabili, di cui appena il 20% è utilizzato. L’agricoltura impiega il 40% della forza lavoro. Potrebbe essere la chiave per una rinascita dal basso, fondata non sull’accaparramento ma sulla giustizia sociale, sul sostegno alle comunità locali, sulla riconversione dei capitali internazionali a fini civili.

Ma ciò esige una svolta etica. Esige che si dica chiaramente che la guerra non è mai solo un conflitto tra eserciti, ma un sistema che produce profitti mentre consuma vite. Che la povertà non è una conseguenza inevitabile della guerra, ma il frutto avvelenato di precise scelte politiche ed economiche.

Finché le élite si arricchiranno sulla pelle dei più poveri, finché le multinazionali potranno sfruttare territori in guerra come cave a cielo aperto, non ci sarà pace. Non solo in Sudan, ma nel mondo intero. Perché ogni guerra tollerata, ogni profitto costruito sul sangue, è una ferita inferta all’umanità intera.

Pasquale Palumbo  

 

Foto articolo di Charanjeet Dhiman su Unsplash

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