C’è un episodio del Vangelo che continua a parlare anche a chi non è credente, perché tocca qualcosa di profondo nell’animo umano. È l’incontro tra Gesù e la donna samaritana presso il pozzo di Sicar. Un gesto semplice: «Dammi da bere», chiede il Nazareno. Ma in quelle parole si infrange un muro antico.
Gesù, uomo, giudeo, si rivolge a una donna, per di più samaritana, appartenente a un popolo disprezzato. Quel dialogo rompe tabù, abbatte barriere, apre un varco nella separazione.
La Samaritana diventa così il simbolo del diverso accolto senza paura, dell’estraneo che non viene respinto, ma riconosciuto nella sua umanità. È una parabola potente di incontro e riconciliazione, che parla anche a chi oggi si interroga su come vivere in un mondo segnato da muri e diffidenze crescenti.
È proprio su questo crinale, tra ospitalità e esclusione, che si è mosso per tutta la vita Alexander Langer, politico, intellettuale, attivista per la pace, morto trent’anni fa ma più attuale che mai. Langer, come Gesù a Sicar, ha scelto di incontrare l’altro, anche quando questo significava andare controcorrente. Ha parlato con “i diversi”, ha costruito ponti nei luoghi in cui altri alzavano steccati. In un’epoca segnata da conflitti etnici e identità rigide, ha avuto il coraggio di sostenere che “la convivenza non è un fatto naturale, ma un’arte”, che va coltivata con pazienza, empatia e responsabilità.
La sua battaglia contro i censimenti etnici in Alto Adige, la sua voce inascoltata nei giorni drammatici della guerra in ex Jugoslavia, la sua riflessione sulla necessità di “tradire la compattezza etnica” per difendere la convivenza… tutto questo fa di lui un testimone scomodo, ma anche un profeta mite, un costruttore di pace.
Langer non ha mai cercato il potere. Ha cercato la giustizia possibile, la politica dal volto umano, la sobrietà come scelta etica. In un mondo che urla, ha scelto di parlare piano. In un’epoca di velocità, ha indicato la via del “lentius, profundius, suavius” – più lento, più profondo, più dolce – come antidoto alla brutalità del tempo.
Nel pozzo di Sicar non scorre solo acqua, ma una domanda: quale sete ci muove? La sete di possesso, di dominio, di omologazione? O la sete di giustizia, di incontro, di umanità condivisa?
Langer, come Gino Strada e pochi altri, era uno di quelli che cercavano “l’acqua viva”. Ricordarlo oggi significa tornare a quella fonte. E chiederci se anche noi siamo disposti a sederci al pozzo, ad ascoltare, a capire. Anche quando chi ci sta di fronte ha un volto che non ci somiglia. O forse sì, più di quanto crediamo.
Pasquale Palumbo
Foto di Katie Moum su Unsplash