Rufy non è Peter Pan: è il bambino che ha imparato ad amare

Rufy non è Peter Pan: è il bambino che ha imparato ad amare

Rufy non è Peter Pan: è il bambino che ha imparato ad amare

Nei due precedenti editoriali abbiamo proposto una lettura inconsueta del fenomeno One Piece. La bandiera dei pirati, la Jolly Roger, ci è apparsa come il simbolo di una generazione che fatica a riconoscersi nelle forme tradizionali della rappresentanza politica e cerca nuove modalità di relazione, più orizzontali, più partecipative, più libere.
Ci siamo lasciati con una domanda: come può questa energia trasformarsi in responsabilità senza perdere la propria forza originaria?


Forse la risposta è nascosta proprio nel protagonista dell'opera di Eichirō Oda. A prima vista Rufy ricorda irresistibilmente Peter Pan. Entrambi rifiutano il mondo degli adulti. Entrambi affrontano il pericolo con un sorriso. Entrambi sembrano vivere in un presente senza paura del domani. Entrambi conservano quella leggerezza che gli adulti hanno dimenticato. Eppure, osservando meglio, ci si accorge che tra i due esiste una differenza decisiva. Peter Pan non vuole crescere. Rufy, invece, cresce continuamente.
Non cresce perché rinuncia alla propria ingenuità, ma perché ogni incontro lo rende più umano. La sua libertà non consiste nel restare bambino; consiste nel non perdere mai il cuore del bambino. È una distinzione fondamentale. L'infanzia può essere un rifugio, ma può anche diventare una prigione. Chi rifiuta di crescere rischia di rimanere chiuso nel proprio gioco. Chi invece conserva lo stupore dell'infanzia mentre assume il peso delle proprie responsabilità compie qualcosa di molto diverso: diventa adulto senza smettere di meravigliarsi. È ciò che accade a Rufy. Nel corso del viaggio perde amici, affronta sconfitte, sperimenta il dolore più profondo con la morte del fratello Ace. Dopo quella tragedia comprende che il coraggio, da solo, non basta. Occorre diventare più forti per proteggere gli altri. Da quel momento la sua libertà cambia significato.
Non è più soltanto libertà da ogni costrizione. Diventa libertà per qualcuno.
Questa trasformazione spiega anche il misterioso fascino che Rufy esercita su chiunque lo incontri. Nessuno viene conquistato dalla sua forza. Nessuno viene sedotto dal suo potere. Le persone scelgono spontaneamente di seguirlo perché si sentono viste, accolte, liberate dalla paura di essere ciò che sono.
Rufy non costruisce sudditi. Costruisce amici. È forse questo il tratto più originale dell'opera di Oda. In un immaginario popolato da pirati, tesori e battaglie, il vero protagonista non è la conquista, ma la relazione.
Il tesoro più grande non è il One Piece. È la ciurma.
In un tempo nel quale molti leader cercano consenso attraverso la paura, l'identità contrapposta o il culto della propria immagine, Rufy rappresenta un modello sorprendentemente diverso. Non pretende di avere sempre ragione. Non promette paradisi. Non impone un'ideologia. Cammina davanti agli altri semplicemente perché è il primo a rischiare. Forse è per questo che milioni di giovani, in ogni parte del mondo, continuano a riconoscersi in lui. Non cercano un uomo forte. Cercano qualcuno che renda possibile la fiducia.
Per questo motivo Rufy non è semplicemente il Peter Pan del XXI secolo. È Peter Pan che ha imparato ad amare. E forse è proprio questa la direzione di cui il nostro tempo ha più bisogno: non diventare adulti rinunciando al bambino che siamo stati, ma custodire quel bambino perché continui a ricordarci che la libertà non consiste nel dominare il mondo, bensì nel renderlo più abitabile per tutti.

Pasquale Palumbo e Arianna Masella

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