Il gesto dell'elemosiniere e la tradizione dell'obiezione di coscienza
Il gesto del cardinale Konrad Krajewski appartiene alla grande tradizione dell'obiezione di coscienza e della disobbedienza civile nonviolenta. Ma la sua radice più profonda non è politica: è evangelica.
Quando riattivò la corrente elettrica nello stabile di Spin Time non difese un interesse personale, non cercò un privilegio e non contestò l'ordinamento giuridico.
Assunse pubblicamente su di sé la responsabilità di un gesto compiuto per impedire che centinaia di persone, tra cui molti bambini, rimanessero prive di un bene essenziale. In quel momento il Vangelo prese la forma di un'azione concreta.
In quella scelta si riconosce la stessa fedeltà alla coscienza che attraversa la migliore tradizione civile italiana. Il primo nome che viene alla mente è quello di Lorenzo Milani. La sua affermazione «L'obbedienza non è più una virtù» non fu un invito alla ribellione, ma un richiamo alla responsabilità personale quando l'obbedienza rischia di trasformarsi in complicità con l'ingiustizia.
Accanto a don Milani si colloca idealmente Roberto Sardelli, che nelle baracche dell'Acquedotto Felice scelse di condividere la vita degli ultimi e di denunciare, con la forza della nonviolenza, l'ingiustizia di una città che lasciava migliaia di persone senza una casa dignitosa.
Su un orizzonte più ampio si ritrovano poi figure come Henry David Thoreau, Mahatma Gandhi, Martin Luther King Jr., Danilo Dolci e Aldo Capitini. Percorsi diversi, accomunati dalla convinzione che la coscienza possa, in circostanze eccezionali, chiedere di anteporre la dignità della persona all'applicazione meccanica della norma.
Il gesto di Krajewski possiede però una caratteristica particolare. Non nasce da una teoria politica né da una strategia di lotta. Nasce dall'incontro con il volto concreto di uomini, donne e bambini lasciati al buio. È un gesto che richiama la parabola del buon Samaritano più che un manifesto politico. Per questo esso assume una dimensione che può essere definita sacra. Non perché violi la legge, ma perché testimonia che ogni legge trova il proprio significato più autentico nel servizio alla persona umana. È una lezione che continua a interrogare la nostra coscienza: la giustizia formale è indispensabile, ma non può diventare indifferente alla sofferenza. Quando ciò accade, la coscienza è chiamata non alla violenza, bensì alla responsabilità.
Pasquale Palumbo
Immagine generata con intelligenza artificiale (AI).