Ci sono esperienze che, a prima vista, appaiono marginali. Poi, ad un esame più approfondito, ci si accorge che proprio lì, nei risvolti meno eclatanti, germogliano i semi di un cambiamento possibile.
Il progetto LAND (Local Authorities Network for Sustainable Development) illustrato durante il convegno organizzato il 9 settembre dal Comune di Perugia, dall’ANCI Umbria, e dall’associazione FELCOS UMBRIA è uno di questi semi: una collaborazione tra comuni umbri e comunità palestinesi che ha preso forma in una terra ferita, dove tutto sembra negare la speranza e dove, invece, è nato un laboratorio di convivenza e sostenibilità. Non si è trattato solo di sviluppare politiche ambientali sostenibili e inclusive ma di compiere un gesto politico, nel senso più alto: affermare che anche dentro il conflitto più atroce, in territori segnati da profonde sofferenze e tensioni si può costruire, cooperare, immaginare un domani.
Le utopie non sono sempre castelli in aria. Esiste un modo più giusto di intenderle: come orientamento pratico, capace di migliorare il presente. Il progetto LAND non promette paradisi futuri, ma mette in moto passi concreti: meno rifiuti, più verde, più dignità, lavoro per chi spesso non ne ha. È la differenza tra chi resta a guardare e chi scende a piantare semi, sapendo che servirà tempo. Il progetto funziona perché si fonda su reti orizzontali, non su piramidi verticali. Non un centro che decide e periferie che obbediscono, ma legami laterali che crescono di fiducia reciproca. È la logica delle radici diffuse, che non hanno un tronco unico ma si sostengono l’una con l’altra. Così comuni umbri e palestinesi, pur diversissimi, dialogano da pari a pari.
Il progetto LAND mostra anche che l’identità non è mai una fortezza chiusa. Non si perde aprendo le porte, si rafforza. L’incontro con l’altro non cancella, ma arricchisce. È così che comunità lontane imparano a vedersi non come rivali, ma come parti di una stessa storia in divenire. La differenza smette di essere barriera e diventa risorsa.
Siamo abituati a pensare in termini di contrapposizione: o da una parte o dall’altra. Noi contro loro, vincitori e vinti, giusto o sbagliato. Eppure, la vita reale, soprattutto nei contesti complessi, non funziona così. La sfida non è scegliere un lato, ma tenere insieme più dimensioni. Non “o questo o quello”, ma “questo e quello”. Il progetto LAND incarna questa logica inclusiva: italiani e palestinesi insieme, senza negare distanze e differenze, ma senza trasformarle in muri. È la prova che si può scegliere la somma al posto della divisione.
Un progetto di gestione dei rifiuti non cambia da solo il destino del pianeta. Ma la storia insegna che ciò che nasce ai margini spesso diventa esempio universale. La marginalità è laboratorio di futuro: libera da rigidezze, permette di sperimentare soluzioni nuove. In Palestina, questa sperimentazione ha un valore doppio: mostra che anche sotto le macerie si può creare. Rigenerare spazi verdi o sostenere giovani imprese femminili non sono gesti neutri: in un contesto di conflitto sono scelte radicali. È politica che nasce dal basso, tra persone comuni che non si arrendono. Ogni chilogrammo di rifiuti riciclato, ogni lavoro creato, ogni spazio restituito alla comunità diventa un mattone di pace.
Il progetto LAND non riguarda solo la Palestina e l’Umbria, riguarda tutti. Viviamo in un mondo interdipendente: nessuno si salva da solo. Se piccoli comuni riescono a collaborare oltre confini e disparità, allora anche le nazioni potrebbero imparare a farlo. Il convegno di Perugia non è stato solo un momento di riflessione, ma la dichiarazione pubblica che un’altra via esiste: lenta, paziente, concreta. Esperienze come il progetto LAND non risolvono tutto, ma mostrano la direzione. E i semi, anche i più piccoli, vanno custoditi: potrebbero essere loro a dare radici al futuro.
Carlo Palumbo
Fonte Immagine (volantino evento): sito anci
Foto Perugia: Timothy Green su Pixabay