L’intelligenza della speranza: sviluppo e abitabilità del mondo
Molti degli argomenti discussi nel nostro Laboratorio (sviluppo, crisi ecologica, tecnica, nonviolenza) convergono in un unico punto, semplice da nominare ma difficile da assimilare fino in fondo: l’abitabilità del mondo. L’abitabilità, se presa sul serio, può diventare un criterio per giudicare la direzione di un percorso e mostrarci come molte delle nostre categorie abituali siano precarie, se non addirittura fuorvianti.
La prima tra queste è quella, ormai logora, di “sviluppo”. Continuiamo a usarla come sinonimo di miglioramento, ma più di cinquant’anni fa Pier Paolo Pasolini aveva già intuito ciò che oggi ci appare evidente: lo sviluppo può avanzare mentre il mondo diventa meno vivibile. Può produrre ricchezza e insieme svuotare i linguaggi, omologare i desideri, erodere le relazioni. Può, in una parola, generare inabitabilità.
Quella di Pasolini non era solo una critica sociale, ma una diagnosi più profonda che riguardava la trasformazione dell’umano. Quando i bisogni sono indotti e i desideri standardizzati, non è solo l’ambiente a degradarsi; è la capacità stessa di abitare il mondo che si indebolisce. Questa realtà, ormai constatabile, dovrebbe indurci a riconoscere che non basta correggere gli eccessi: occorre comprendere la logica che li produce.
Negli stessi anni, Ivan Illich mostrava con grande chiarezza come, oltre una certa soglia, i sistemi nati per migliorare la vita si rovescino nel loro contrario. La crescita diventa controproduttiva, l’efficienza genera dipendenza, la potenza tecnica eccede la misura umana. Illich non proponeva semplicemente di “ridurre”: introduceva uno stile di vita alternativo, la convivialità. Una società è abitabile quando i suoi strumenti restano proporzionati alla capacità delle persone di comprenderli, usarli e condividerli. Quando, cioè, la tecnica non espropria, ma abilita. È qui che il limite smette di apparire come privazione e diventa forma della libertà.
E tuttavia la lucidità non basta. Una diagnosi, per quanto rigorosa, non trasforma il mondo. Occorre un passaggio ulteriore: tradurre questa consapevolezza in pratica. È il compito che Alexander Langer si era dato con rara coerenza. La sua “conversione ecologica” non è un appello morale generico, ma un processo concreto, fatto di scelte, di mediazioni, di costruzione di ponti. Lentius, profundius, suavius non è uno slogan, ma una diversa misura del vivere.
Se Pasolini impedisce di mentire e Illich obbliga a pensare, Langer indica una via praticabile: cambiare senza riprodurre la logica che si vuole superare. Qui la nonviolenza, da Aldo Capitini a Mahatma Gandhi, diventa criterio operativo: anticipare il fine nei mezzi.
Ma c’è ancora un passaggio decisivo, spesso trascurato. Anche le migliori analisi e le pratiche più coerenti possono restare sterili se manca una forza interiore che le sostenga nel tempo. È ciò che Ernst Bloch ha chiamato “utopia concreta” e che Roberto Mancini ha interpretato come intelligenza della speranza. Non è ottimismo, ma una forma di conoscenza pratica: non nega la crisi, ma rifiuta di considerarla definitiva; non promette esiti garantiti, ma rende possibile ciò che altrimenti non lo sarebbe: agire senza garanzia.
La linea è chiara, ma resta una frattura che attraversa tutte queste riflessioni e che oggi emerge con particolare evidenza: la cecità dell’economia rispetto a ciò che non ha prezzo. Alfredo Todisco, nel suo Breviario di ecologia (1974), lo ha detto con parole difficili da eludere: la “casa comune”, proprio perché gratuita, resta fuori dai conti. L’economia registra ciò che è scambiabile e ignora ciò che rende possibile la vita. Così può accadere che gli indicatori migliorino mentre l’aria peggiora, i mari si ammalano, i paesaggi si impoveriscono, il tempo si contrae.
Il paradosso è ormai sotto i nostri occhi: il benessere misurato cresce, mentre la qualità della vita diminuisce. Qui si comprende fino in fondo la necessità di introdurre un criterio che non nasce dall’economia, ma la giudica: l’abitabilità. Non si tratta di abolire il mercato, ma di togliergli il ruolo di principio assoluto, ricondurlo a strumento. L’economia può organizzare mezzi; non può definire i fini. Può rispondere al “come”; non può decidere il “perché”.
Questo passaggio non avverrà spontaneamente. Ha bisogno di luoghi in cui essere pensato, detto, reso concreto. Uno di questi luoghi è l’editoria. Ogni racconto economico implica un criterio. Se continuiamo a descrivere la realtà solo attraverso crescita, indici e performance, confermiamo la cecità denunciata da Todisco. Se invece introduciamo l’abitabilità come chiave di lettura, qualcosa cambia: ciò che non ha prezzo torna visibile; i danni non sono più effetti collaterali, ma fatti centrali; la qualità della vita diventa parametro di giudizio. In questo senso, il “controllo” dell’economia non è anzitutto normativo, ma culturale e linguistico. Passa attraverso il modo in cui raccontiamo il mondo. Pasolini lo aveva intuito con forza: il potere si consolida anche nel linguaggio che smette di contraddirlo. Restituire parola a ciò che è escluso, aria, acqua, relazioni, tempo, è già una forma di resistenza. E insieme una forma di responsabilità nonviolenta: non impone, ma orienta; non semplifica, ma chiarisce; non polarizza, ma apre spazi di comprensione.
A questo punto, le diverse traiettorie si ricompongono:
• le utopie concrete indicano ciò che ancora non è;
• l’ecologia riconosce le interdipendenze;
• l’azione nonviolenta costruisce senza distruggere;
• l’intelligenza della speranza sostiene l’agire nel tempo;
• l’abitabilità diventa misura del fare.
Senza questa trama, l’ecologia rischia di ridursi a gestione dell’emergenza o a retorica della sostenibilità.
Chiedersi se ciò che stiamo costruendo è abitabile equivale a interrogare il senso più profondo del nostro agire. La speranza, liberata dall’equivoco dell’ottimismo, torna allora a essere ciò che è: non consolazione, ma azione che rende il futuro possibile.
Pasquale Palumbo
foto di Ernst Bloch