La complessità si fa sentire

La complessità si fa sentire

 

La complessità si fa sentire

Negli ultimi anni i populismi internazionali hanno costruito il proprio consenso su una promessa semplice e potente: ridurre il mondo a una narrazione governabile. Amici contro nemici, identità contro minacce, sovranità contro interdipendenza. Una grammatica elementare, capace di rassicurare in un tempo inquieto. In questa semplificazione si annida però una fragilità strutturale: il reale non si lascia ridurre senza produrre scarti, contraddizioni, effetti inattesi.


Oggi quei primi scarti cominciano ad affiorare.
Le guerre, presentate come operazioni rapide e risolutive, si trasformano in conflitti lunghi, opachi, dai costi umani ed economici difficilmente sostenibili. Le crisi economiche, gestite come fenomeni interni, mostrano la loro natura sistemica, propagandosi lungo catene globali che nessun confine riesce a contenere. La crisi ecologica, soprattutto, continua a disattendere ogni retorica di controllo: il clima non negozia, gli ecosistemi non riconoscono le frontiere, i limiti biofisici si impongono con una ostinazione che nessuna propaganda può aggirare.
Non si tratta semplicemente di fallimenti politici. È qualcosa di più radicale: è la realtà stessa che eccede le categorie con cui si è cercato di dominarla.
In questo senso, i primi segnali di cedimento dei populismi non vanno letti soltanto come l’esaurimento di una stagione politica, ma come il riaffiorare della complessità del mondo. Una complessità che non è un ostacolo da rimuovere, ma la trama stessa della vita contemporanea. Ignorarla produce illusioni di potenza; riconoscerla apre invece alla possibilità di un agire più adeguato.
È dunque possibile riconoscere che la complessità, quando viene compressa, tende a riemergere in forme disordinate e spesso distruttive. Quando invece viene accolta, può diventare una risorsa generativa. È in questo secondo caso che si apre uno spazio nuovo e reale, quello della marginalità.
Non la marginalità subita, che esclude e impoverisce, ma quella germinale di cui abbiamo più volte parlato: luoghi, pratiche, comunità che non occupano il centro della scena, ma che proprio per questo possono sperimentare forme diverse di convivenza. In un mondo dominato dalla logica della forza, la marginalità può diventare il laboratorio in cui si costruiscono relazioni non riducibili al dominio.
Ed è qui che la nonviolenza riacquista tutta la sua attualità.
Se la violenza è sempre disponibile, la nonviolenza è sempre da costruire. Non è una condizione spontanea, ma un lavoro continuo sulla relazione, sul linguaggio, sulle istituzioni. In un contesto dominato dalla semplificazione populista, la nonviolenza appare spesso debole perché rifiuta le scorciatoie del nemico da abbattere. Ma è proprio questo rifiuto che la rende adeguata alla complessità del reale.
La nonviolenza, infatti, non nega il conflitto: lo sottrae alla logica della distruzione. Non semplifica: tiene insieme le differenze senza annullarle. Non promette controllo assoluto: costruisce forme di convivenza capaci di abitare l’incertezza.
I segnali di crisi dei populismi coincidono proprio con i punti in cui la realtà richiede tutto questo: più capacità di relazione, più intelligenza sistemica, più responsabilità condivisa. In altre parole, più complessità.
Per questo il cedimento delle narrazioni fondate sulla forza non garantisce automaticamente un esito migliore. Può aprire anche a nuove forme di disordine, a derive ancora più aggressive. Nulla è assicurato.
Ma è nello spazio tra la promessa di semplificazione e la resistenza del reale che si apre uno spazio politico e umano decisivo.
Uno spazio in cui la marginalità può diventare generativa.
Uno spazio in cui la nonviolenza può smettere di apparire un’utopia e mostrarsi come una pratica necessaria.
Uno spazio in cui la complessità, finalmente riconosciuta, può trasformarsi da minaccia in guida.
È qui che si colloca il laboratorio dei costruttori di pace: non dalla parte della forza che impone, ma da quella della realtà che resiste.

Pasquale Palumbo

foto di Edgar Morin

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